25 June, 2026
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Il Monte Rasu, sommità del Goceano, è considerato il primo avamposto del francescanesimo in Sardegna; l’originario protoconvento, fondato nel 1220 e si presume luogo indicato direttamente dal poverello d’Assisi, ospitò i frati fino all’Incameramento del 1855 (La legge Rattazzi – Regio Decreto del 29 maggio, n. 878 – che acquisiva e incamerava i beni degli ordini religiosi per sanare le casse dello Stato).
Il convento, che conserva elementi d’origine a testimonianza della vita monastica, si colloca in un luogo suggestivo, a circa 1000 metri di altitudine, ed è immerso in uno straordinario ambiente naturale boschivo di assoluta bellezza naturalistica e paesaggistica. Un appuntamento di fede popolare si celebra il 2 agosto per la tradizionale “Festa del Perdono”, caratterizzata da un movimento di pellegrini provenienti dalle diverse aree isolane per le solennità religiose.
Il francescanesimo in Sardegna ha dunque origini remote, legate allo stesso San Francesco, ed è vivo tuttora attraverso i suoi religiosi (Frati Minori-O.F.M., Cappuccini-O.F.M.Cap., Conventuali-O.F.M.Conv.) e nei valori di umiltà e carità che alimentano percorsi spirituali e di fede. I primi insediamenti storici isolani, oltre al goceanino di Monte Rasu, sono certamente quelli di Sassari, Cagliari e Luogosanto, ad opera di fraticelli che sbarcarono in terra sarda e provenienti dalla vicina Corsica.
Un prezioso contributo a riscoprire gli Ottocento anni di francescanesimo, tra storia, fede e trame familiari, viene dalla documentata pubblicazione “L’Antico Convento di Monte Rasu” della scrittrice nuorese Luciana Falchi Giannasi; una ricerca, stampata presso la Tas Art di Sassari, che attinge a rigorose fonti documentali e ricostruisce il sorgere del convento ai primi decenni del XIII secolo, con tutte le vicissitudine storiche-religiose e di proprietà, fino ai giorni nostri.
Il volume offre uno spaccato storico attinto da lavori di diversi “studiosi, francescani e laici, citati in bibliografia”; si ritrovano così le notizie essenziali su Francesco e la sua opera, su Fra Elia da Cortona e Fra Giovanni Parenti da Carmignano, figura collegata in modo determinante al romitario di Monte Rasu, e sui rapporti territoriali tra Ordini monastici con i sensibili e ospitali Giudici di Torres.
Il convento, per secoli e come riportato dal Liber Cronichus di Bottidda, era sosta rigenerante per i viandanti che dal Goceano valicavano la montagna per recarsi nel Logudoro e sassarese, trovando sempre «asilo sicuro e cibi sani ed abbondanti…».
Nel tempo, risultante anche dai resoconti di viaggiatori stranieri e dalla visita nel 1834 di Valery, autore dell’opera Voyage en Corse, à l’ile d’Elbe et en Sardaigne, la struttura religiosa vive un ridimensionamento, ma ha ancora la presenza di frati malgrado il decreto di chiusura del Vinciani del 1769, e viene descritta tra le «pieghe boscose della montagna di Monte Rasu, in mezzo ad un paesaggio stupendo» e come «modestissimo tetto di pochi frati, lo stesso Superiore dei quali trova più comodo risiedere, ogni tanto, nel convento di Bottidda…».
Con l’intensificarsi della crisi finanziaria del Regno di Sardegna e la legge che decreta l’Incameramento ed esproprio dei beni degli istituti, il possesso di Monte Rasu è in «piena disponibilità della Cassa Ecclesiastica (Ente di diritto civile, quindi dello Stato) che può amministrarlo come ritiene più utile o vantaggioso per i suoi scopi istituzionali». A seguito di una trattativa privata, il 25 febbraio 1860, l’intera proprietà passa alla società del Conte Pietro Beltrami da Bagnacavallo che, in un decennio e con la sistematica distruzione di foreste secolari, realizza favolose ricchezze e ricavi impensabili per la cassa della Beltrami & C., il cui investimento era stato di 36.000 Lire da pagarsi frazionato
in dieci rate a cadenza annuale. Il Beltrami si guadagnò, a pieno titolo e merito l’appellativo di “Attila delle sarde foreste” per lo scriteriato e indicibile disboscamento coloniale di “estese foreste di querce, lecci, agrifogli e molte altre specie rare” e ricavarne “enormi profitti a danno delle popolazioni del Goceano”. In Costera, ancora oggi, qualche detto popolare non benevole gli sopravvive! Emergono dalla documentazione, raccolta con puntualità storica, le posizioni di interesse e gli orientamenti guida del Cavour, seguiti alla determinante abolizione dell’ademprivio, verso progetti di sfruttamento e sulla cessione-concessione di infiniti ettari di terreni demaniali isolani.
Nel febbraio del 1870, l’intera proprietà di Monte Rasu passa da Beltrami al suo segretario Innocenzo Azzaroli. Con dovizia di informazioni, l’avvincente narrazione di Luciana Falchi Giannasi, ripercorre i rapporti personali, i matrimoni e atti notarili che definirono la divisione dell’eredità alla scomparsa dell’Azzaroli (muore nel 1877 ed è sepolto nel cimitero di Bono) fino all’acquisto da parte di Battista Pellegrino Giannasi; originario della provincia di Modena (era nato a Piandelagotti di Frassinoro il 3 marzo 1857) ma in Sardegna «forse dall’età di 13-14 anni, con il padre e il fratello maggiore Angelino per cercare lavoro. Come molti altri della loro zona di origine, sono abili boscaioli, segantini, carbonai».
L’acquisto di Pellegrino Giannasi, le diverse quote dei terreni e dei fabbricati dagli eredi Azzaroli, è ufficializzato con l’atto del notaio Proto Sechi di Sassari del 23 aprile 1898. E come riconosce Domenichino Ena, nella pubblicazione Adiu Bono Bottidda …e Bolia, Ed. Voce del Logudoro, Ozieri, 1979, l’attività e capacità lavorativa di Pellegrino Giannasi «in poco tempo trasformò i terreni di Monte Rasu in un’azienda modello». Tanti significativi momenti scandirono la vita dell’esemplare centro montano che nel 1924 contava una popolazione di 39 persone, divenendo frazione del Comune e della Parrocchia di Bottidda. Nel VII centenario della morte di San Francesco venne restaurata la chiesetta, benedetta con solennità dal vescovo di Ozieri mons. Francesco Franco.
Il patriarca Pellegrino Giannasi scompare il 22 dicembre 1944 e l’autrice rileva che tutta “la sua attività lavorativa, ha forse mostrato di voler e saper rispettare lo spirito francescano del luogo perché ha utilizzato con criterio e con rispetto le risorse della natura, traendone beneficio per sé, per la sua numerosa famiglia e per decine di altre famiglie, ma senza usare violenza o distruggere queste risorse”.
Questa pubblicazione è un contributo anche all’Anno Giubilare di San Francesco, indetto per riscoprire i valori fondamentali – cardini spirituali ed etici – di cura del creato, esaltato nel Cantico delle Creature, ed essere costruttori di pace e fratellanza con spirito di rinnovamento interiore.
Il futuro di Monte Rasu, anche per interessamento della diocesi di Ozieri, prospetta un “progetto di impegno e cura” e la possibilità di sviluppo di un percorso francescano. La famiglia Giannasi, proprietaria della quasi totalità dell’area di Monte Rasu, osserva “con interesse gli sviluppi, in attesa di comprendere meglio le implicazioni pratiche”.

Cristoforo Puddu

L’associazione politica-culturale “Sardegna chiama Sardegna” (Sardinnia tzerriat Sardinnia) ha conferito la tessera associativa onoraria al linguista Mario Puddu, quale personalità di spicco tra gli studiosi della limba sarda.
Il riconoscimento, di grande prestigio e consegnato sabato 23 nello spazio “Aposenteddu” a Pirri, celebra l’impegno di una figura apicale e di fondamentale riferimento per il movimento linguistico sardo; un impegno, quello rappresentato dallo studioso illoraese, che porta avanti fin dagli inizi degli anni Ottanta e si è finalizzato con la realizzazione della monumentale opera del “Ditzionàriu de sa limba e de sa cultura sarda”, grammatiche e studi contrastivi (Fonologia, Morfologia, Sintassi).
L’associazione presieduta da Maurizio Onnis, in attività dal 2022 e costituitasi ufficialmente nel 2025, è protagonista di eventi-incontri di confronto e costruttivi dibattiti sulla tutela territoriale, nella prospettiva “di costruire un’alternativa politica-culturale” di attenzione attiva e sociale verso le problematiche prioritarie dell’Isola.
Mario Puddu, alla consegna della tessera onoraria e di una targa ricordo “po su chi at fatu e su chi at a fai po su sardu”, ha argomentato sulla valenza e profondità culturale ed ideale nell’impegno del lavoro linguistico e sulla “condissione natzionale e unidade de totu sos sardos”, definendo il senso della dignità del lavoro in Sardegna come assoluta necessità di sviluppo “pro vivere s’essere e s’identidade de pessonas umanas”.

Cristoforo Puddu

La distintiva azione del papato di Francesco, dall’elezione del 3 marzo 2013 alla fine del pontificato il 21 aprile 2025, si è sviluppata nel profondo senso di missione “in uscita”: determinata verso la misericordia e l’incontro con gli ultimi in fraternità. Definito e incisivo messaggio universale missionario per una Chiesa sinodale e di assoluta, totale accoglienza.
Un percorso evangelico e di fede, caratterizzato dalla Parola di Dio e nella trasmissione della salvezza in Cristo, diretto a tutte le periferie esistenziali e a sconfinare dentro i cuori per la costruzione di ponti tra popoli e fedi.
Francesco invitava costantemente alla preghiera, a riflettere sulle molteplici criticità del mondo, derivate dalla mancanza di attenzione e rispetto alla sacralità della dignità umana. Frequenti i richiami alla condizione di migranti, di rifugiati e l’impegno missionario a sostenere “il diverso” dal nostro essere esistenziale e lontano dalle nostre logiche di sviluppo economico.
Insegnava a pensare contro l’abituale modo consolidato di agire, per aprirci in modo “rivoluzionario” verso ogni prossimo con fraternità e oltre alle diversità culturali e sociali. Un papato di sfida al silenzio delle coscienze, quello di Francesco, segnato dal magistero di “pace disarmata e disarmante”, frutto dettato da contributi di coraggio, verità e amore, mentre denunciava «una terza guerra mondiale combattuta a pezzi».
Dal suo ultimo messaggio giubilare e dallo scritto Laudato sì è emerso, come non mai, il concetto di “debito ecologico”: ossia, quel debito, e squilibrio tra Nord e Sud, che il mondo ricco ha accumulato nei confronti della Terra ed ora impone una radicale riconsiderazione di natura complessiva ambientale ed etica; mentre con l’enciclica Fratelli tutti ha focalizzato il pensiero sulla necessità di affratellamento umano e amicizia sociale.
Il papato di Francesco è stato principalmente di presenza missionaria e di viaggi apostolici verso i luoghi delle periferie sociali, segnate dalla disumanità. Ricordiamo il simbolico primo viaggio a Lampedusa, l’8 luglio 2013, per richiamare sulle immani tragedie nel teatro del Mediterraneo e la denuncia dell’indifferenza globale al dramma dei migranti, testimoniando una Chiesa vicina a tutti gli ultimi e ai bisognosi.
L’aspetto caratteristico e spirito missionario di Francesco ha incarnato la viva attenzione e vicinanza alle diverse comunità cristiane del mondo, con senso di Chiesa accogliente, aperta, inclusiva; papato dialogante con i non credenti, per la costruzione di quella fraternità universale da cui può generare vera pace e bene comune. Un pontefice che ha saputo interpretare e leggere gli eventi del mondo e annunciato la gioia del Vangelo in modo «diretto nel suo parlare in favore dei più fragili, sferzante nei confronti dei potenti».
I processi di trasformazione, innescati da papa Francesco per dare senso al suo principio programmatico “il tempo è superiore allo spazio”, hanno rafforzato l’idea di sinodalità e di Chiesa partecipativa, rivitalizzato in trasparenza la riforma della Curia, alimentato una Chiesa povera e vicina agli ultimi, incrementato la lotta agli abusi, il dialogo interreligioso e di pace, l’impegno per l’ecologia integrale, l’apertura su temi etici e pastorali, la promozione di un’economia giusta, ispirata a valori di dignità umana e cura del creato; e ancora l’iniziativa “The Economy of Francesco” e il “Patto Educativo Globale”, per un aiuto ai bambini a crescere come cittadini responsabili.
Il pensiero, a un anno dalla scomparsa, corre anche all’intensa giornata isolana di papa Francesco nel settembre 2013; accolto da un terzo dei sardi a Cagliari, cui ha donato parole forti pronunciate con il cuore. Parlando direttamente, a braccio, ai giovani e lavoratori ha raccomandato di “non lasciarsi rubare la speranza”. Il diritto al lavoro e alla dignità è stato il tema determinante della visita in Sardegna.
Memorabile il suo saluto in limba: “Nostra Signora ‘e Bonaria bos acumpanzet sempre in sa vida”. N. S. di Bonaria, quest’anno ricorre il 100° Anniversario della Dedicazione della Basilica cagliaritana, è per l’intera Isola la patrona massima e madre spirituale.

Cristoforo Puddu

 

Pietro Cui, famiglia originaria di Desulo, nasce a Iglesias nel 1942 e fin da bambino, dopo aver frequentato solo la quarta classe di scuola elementare, viene avviato all’attività di pastorello.
Sono gli anni Cinquanta e la poesia estemporanea, con valenza di intrattenimento e talvolta come disputa competitiva, era un radicato fenomeno che alimentava in modo determinante la cultura orale del mondo pastorale e contadino. La poesia nasceva e veniva coltivata nella naturalezza e trasmessa con semplicità, da maturi poeti, nelle lunghe giornate trascorse al pascolo o nelle faccende agricole. La solitudine dei lavori di campagna erano spesso – almeno per i giovani più dotati e appassionati – occasione per improvvisare versi e familiarizzare nel costruttivo realizzo delle rime in endecasillabo: metrica regina delle otadas che animavano le esibizioni in su palcu dei rinomati poeti come tziu Remundhu Piras, e altri di qualità, in occasione delle gare strutturate a tema per le feste patronali. Sa gara era da considerare un distintivo evento sociale condiviso e per dimensione una vera forma di teatro sardo popolare, dopo la regolarizzazione operata nel 1896 dall’aedo ozierese Antoni Cubeddu.
Certamente anche il piccolo pastorello Pietro ascoltava sos mannos, i poeti de sa pinneta, e memorizzava la struttura dell’ottava, la rima e le diverse forme metriche in una libera formativa scuola di oralità che formerà il futuro poeta estemporaneo e a taulinu. Attraverso sistematiche letture acquisisce una vasta cultura letteraria e di conoscenze che, sapientemente e con intenso lirismo, riversa nella poesia sarda scritta e cantata.
Con l’idea di migliorare la propria condizione sociale, matura l’intenzione di emigrare. Dieci anni tra Torino e Milano, svolgendo il lavoro di carpentiere edile, fino a riconsiderare, nel 1978, il fattibile progetto di rientro nell’Isola; si ristabilisce, con moglie e i quattro figli, nel luogo identitario d’origine. Il rientro a Iglesias significa anche una determinata ripresa dell’attività poetica che lo porta a distinguersi come abile e apprezzato improvvisatore de sustantzia e di piacevole espressiva teatrale gestualità.
Di Pietro Cui, dotato di una voce melodiosa, energica e di vigoria espressiva, si ricordano memorabili disputas: a Nurachi nell’edizione 2013 de Sa Gara, documentata come video in You Tube; l’eccezionale concorso di poesia estemporanea, nel 1989 a Silanus, in cui conseguì un importante riconoscimento da una commissione giudicante composta, tra gli altri, dal silanese Francesco Mura e dall’illoraese Giovanni Antonio Carta e nella sua Iglesias, artefice di apprezzate gare poetiche in logudorese, in occasione dei festeggiamenti settembrini in onore della Madonna di Valverde. Tantissime le affermazioni e attestati ricevuti, in diversi premi letterari, che legittimano la qualità e concettualità delle composizioni meditate a taulinu.
La considerevole produzione lirica di Pietro Cui è raccolta nel volume “Umiles Poesias” e nella corposa silloge “Da Su Colle De Su Bonu Caminu”, pubblicata postuma, ma fedele alle scelte operate a suo tempo dallo stesso autore; l’opera, a cura del prof. Mario Urru, è stata fortemente voluta dalla figlia Susanna Cui che ne ha amorevolmente seguito la pubblicazione e così realizzato il sogno di immortalare i versi del genitore-poeta, scomparso il 30 settembre 2016.
Un lascito letterario, quello di Pietro Cui, con una vastità di argomenti, sentimenti e ricca gamma di emozioni esplorate; un autore sensibile che ha “sondato” con semplicità il mondo interiore ed esteriore con estrema versatilità poetica.

Cristoforo Puddu

A SA MADONNA DE SU BONU CAMINU
Da su Colle de su Bonu Caminu
O Madonna cun sa tua potentzia
Beneighe sa nostra residentzia
Ogni umanu e vivente cittadinu.
Laores animales cun terrinu
Cun sa sublime tua magnificentzia
Manda salude paghe e beneficentzia
Da s’altu chelu cun Deus divinu.
Domines ogni cosa ’e sa natura
Maria dae s’altu ’e sa collina
Terra ortos binzas e pastura.
Da sa nostra ariosa montagnina

Sas baddes cun tottu s’agricoltura
Da sos montes finas a sa marina.

MODA A SA SARDIGNA
Isterrida
Po render a sos posteros s’idea
Tue puru possedis un’istoria
As lassadu s’impronta in sa memoria
De un’era patida orrenda e fea.
Po sos dirittos tuos in pelea
As affrontadu lottas e cunflittos
Sentza paura de inimigas flottas
Mandande a monte sos disignos suos.
In pelea po sos dirittos tuos
As affrontadu lottas e cunflittos
In pelea po sos tuos dirittos
As affrontadu cunflittos e lottas.
Sentza paura de inimigas flottas
Mandande a monte sos suos disignos
De su sardu eroismu sos impignos
E s’ammentu de s’animu gagliardu
Sos impignos de s’eroismu sardu
Gagliardu de s’animu s’ammentu
In sas oras de su cumbattimentu
Non teniat paura ’e su nemigu.

Primu fiore
Sa Sardigna est famada in casu e trigu
Che granaiu de Roma fit giamada
Opera de su pastore e su massaiu
Chi l’an de custu onore fatta digna
Famada in casu e trigu est sa Sardigna
Che granaiu de Roma fit giamada
Sa Sardigna in casu e trigu est famada

Chi fit giamada de Roma su granaiu
Opera de su pastore e su massaiu
Chi l’an fatta digna de cust’onore
Opera de su massaiu e su pastore
Chi digna de cust’onore l’an fatta
Dedita a sas fadigas e cumpatta
Ospitale a personas amigas
Dedita e cumpatta a sas fadigas
A personas amigas ospitale
E cuss’antiga usantzia locale
Finas in custu tempus tenet dura.

Segunda retroga
Po render a sos posteros s’idea
………………………………..
De su nemigu non teniat paura.

Segundu fiore
As bella ammirativa posidura
Distinta de su mare in s’attrattiva
Cun ispiaggias de imbidiare
Chi non tenen sos mares sa gemella
As posidura e ammirativa bella
Distinta de su mare in s’attrattiva
As bella posidura ammirativa
Distinta in s’attrattiva de su mare
Cun ispiaggias de imbidiare
Chi sa gemella sos mares non tenen
Sos ch’amana sa marina si trattenen
Godindesi s’aera genuina
Si trattenen sos ch’aman sa marina
Genuina godindesi s’aera
Ca proite sa sarda atmosfera
In s’organismu benessere cria

Ultima retroga
Po render a sos posteros s’idea
………………………………..
Paura ’e su nemigu non teniat.

Ultimu fiore
Poetas importantes possediat
Chi an lassadu operas brillantes
Est Bustianu Satta numenadu
Chi s’est distintu in operas perfetas
Possediat importantes poetas
Chi an lassadu operas brillantes
Possediat poetas importantes
Chi operas brillantes an lassadu
Est Bustianu Satta numenadu
Ch’in operas perfetas s’est distintu
E d’appretzare est de Mossa s’istintu
Mereu e Montanaru a facca a pare
S’istintu de Mossa est d’appretzare
Mereu a facca a pare a Montanaru.

Dispedida
Tue Nurachi cun impignu raru
Ti ses disposta cun coro benignu
Chirchende de sas musas su tesoro
Battinde dilettantes da tottue
Nurachi cun impignu raru tue
Ti ses disposta cun coro benignu
Nurachi tue cun raru impignu
Ti ses disposta cun benignu coro
Chirchende de sas musas su tesoro
Battinde da tottue dilettantes
Cun s’ispera chi enzan importantes
Che sos poetas de s’era passada

S’opera ’ostra tantu appretziada
Potat sighire in s’andare ’e sos annos
E a tottu cantos sos iscultadores
Bos ringratzio tottu amada zente
E perdonade sos mios errores
Po cantu che nd’at minores e mannos
Su cumitadu cun su presidente
Ringratzio de sa ’ostra accoglientzia
Saludo a tottus e bona permanentzia.

BARANTABATOR'ANNOS COJADU
Fit s’undighi de austu su mese
Su seculu passadu sessantotto
Barantabator’annos narrer potto
A tie o lettore si mi crese.
In sa nostra imponente cattedrale
Intitulada a Santa Chiara
Deo cun sa mia isposa cara
Nos at unidu cun s’ostia sacrale.
Ammento su die subra ’e s’altare
Cantu bellu est istadu su momentu
Cun Lughia amus fatu giuramentu
Sos duos coros a unire a pare.
A Santa Chiara deo app’invocadu
De essere sa nostra protettora
Unida impare a Nostra Signora
S’invocatzione nos at accansadu.
Batoro fizas suni arrivadas
Tottas batoro las amus in coro
De nois cussu est su nostru tesoro
E las tenimos totus cojadas.
Noe feminas tra fizas e netas
Signu chi amus tentu sorte ona
Paren sas noe sorres ’e s’Elicona

Cuddas chi cantan tottus sos poetas.
Riposu cun Lughia mai un’ora
Deo in cantieri e issa in domo
Solu su riposu tenimos como
E paret differente s’aurora.
Amus nepodes cun pulidos pannos
Si nos assistit Gesus e sa Madonna
Nos an a faghet bisnonnu e bisnonna
Essende unu giovanu ’e vintibator’annos.
No amus tentu ne dinari ne oro
Ne mai ricchesa in cantidade
Ma tribagliu sa paghe e s’onestade
Sa ricchesa est custa e mi onoro.
Como so nonnu de sette nepodes
E cun muzere mia so serenu
Mi parzo padronu ’e s’arcubalenu
Lasso a sos ateros a tesser lodes.
Como chi so mannitu a pilos canos
Chelzo solamente trancuillidade
Gosare sa etzesa a tarda edade
Su disizu est de nois antzianos.
Ma ite narrer po sa gioventude
Amore e paghe cun tanta allegria
Mai chi molzat sa sarda poesia
Cun su tribagliu fortuna e salude.

A SU PROFESSORE MARIO PUDHU
De professores nde conosco tantos
E calecunu ma dadu batosta
Ma deo fattu l’appo sa proposta
Nendeli ca’ manch’issos suni Santos.

Ma tue Mariu as fattu ispantos
C’a m’as dadu lestru sa risposta

Si puru non l’as fattu per posta
Ca oe amus modernos’impiantos.

E sa risposta intro e s’ora
Si pode torrare sen’ingannos
Sena ch’ispunte s’ater’aurora.

Medas de custos si creene mannos
E risposta no m’an dadu ancora
E gai passan sos meses e annos.

Non ba passadu nemnc’una chida
Chi tue subitu ti ses fattu intendere
Ma deu Mariu ti potto comprendere
Ca tenes coro e anima pulida?

E sa risposta tua mes gradida
E s’omaggiu dae coro chelzo rendere
E noes ca mi chelzo difendere
Ma a t’augurare benes toda vida.

Sigas Mariu in camminu erettu
A insegnare s’amor’e sa paghe
Tantu l’as’afferradu su cuncettu.

A mi risponded’in manera faghe
Intantu ti saludo cun rispettu
Restami fort’e sanu che nuraghe.

Ti saludo Professore caramente

Da parte de Pedru Cui s’Iglesiente.

È dedicato interamente alla fotografia in b/n il terzo appuntamento espositivo nella struttura “Casa Vacanze Ortobene Arte” (Via Monte Jaca 47bis-Nuoro), location creata da Gonaria Nevina Lai, con determinate e innovative idealità promozionali di artisti e del territorio interno isolano, e il collaborativo patrocinio dell’Associazione Sardonia, ideata nel 1993 da Vittorio E. Pisu per “alimentare” originali manifestazioni culturali e principalmente mostre d’arte in sistemi museali e ricettivi inusuali.
Ignazio Pani, nato a Iglesias nel 1956 e per quarant’anni giornalista ed operatore cinematografico e televisivo alla RAI, con gli scatti “verso un fenomeno atmosferico che mi ha colpito fin dall’infanzia”, propone le sue “NUVOLE” – ancora bambino poeta sognatore – nell’atto creativo da interpretare in meraviglia e immortalare il sogno nei fuggevoli attimi generativi di sorprendente bellezza e armonia compositiva, che dalla Terra si concretizza in linguaggio-alfabeto nel Cielo.
Le nuvole, nella preziosità di elemento comunicativo, si manifestano come evocazioni emozionali e di sensi, donando profondi significati di leggerezza, di movimento e di trasformazione in forme dall’assoluta unicità, su cui ricercare percezioni e tessere stimolanti riflessioni mentali e visive di illusione pareidolitica.
L’artista, attraverso le selezionate e raffinate foto dell’intero percorso espositivo, comunica una condizione e dimensione di grande fascino che rivela e ispira l’intelletto verso orizzonti di conoscenza e trascendenza… oltre le nuvole alla ricerca di umane e divine realtà!
Le foto delle “personali nuvole” di Ignazio Pani, catturano l’attimo determinato dallo scatto e proiettano magicamente verso la fase dell’indeterminata mutevolezza che caratterizza l’essenza dell’esistenza dell’umanità e universo stesso.
Una mostra cult, imperdibile e dai molteplici significati legati alla ricerca di libertà, alla transitorietà nella vita e alla necessità filosofica ed esistenziale “di cogliere l’attimo”.
Ignazio Pani è attualmente attivo coordinatore del laboratorio di fotografia, con oltre trenta appassionati, promosso dall’Associazione Remo Branca di Iglesias. Recentemente ha esposto opere fotografiche a Cagliari, Caffè De Candia, e al Museo del Vino di Berchidda, riscuotendo unanimi consensi di pubblico e critica.

Cristoforo Puddu

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Diversi mesi fa Nino Dejosso, professore in pensione residente a Carbonia e laureato in Lettere Moderne, aveva inviato a una ristretta cerchia di amici una sua inedita silloge poetica in pdf, accompagnando la richiesta di “un’attenta lettura”. L’intenzione del “rivelato” poeta era sondarne il gradimento ma soprattutto ricevere un riscontro critico e così valutare per una possibile pubblicazione.
Avevo letto le composizioni con assoluto interesse lirico. Trovandole estremamente interessanti in contenuti dal linguaggio evocativo-simbolico, e rispondevo con sincero incoraggiamento, sottolineando la personale considerazione per l’originale versificare che «non sono ‘spiccioli di poesia’ (questo era il modesto ed iniziale titolo dato alla bozza) ma sonanti monete preziose di rivelati intimi sentimenti e versi proposti con precise sfumature emotive e profondità concettuali». Rilevavo il tono lirico riflessivo-meditativo, in sintonia con la concezione e cultura letteraria del Novecento italiano che aveva coltivato in studio, insegnamento ed ora come personale interpretazione letteraria; la straordinaria liricità era anche matura capacità introspettiva e di sensibilità, in cui fermare l’essenza del tempo e le emozioni, per elaborare un bilancio esistenziale che coinvolge e sollecita riflessione.
Ed ora, trascorsi solo tre mesi, la piacevole sorpresa cartacea della pubblicazione di Nino Dejosso, titolata “Sulla soglia dei giorni perduti” (LFA Publisher di Lello Lucignano Editore, Caivano-Napoli, giugno 2025).
La rilettura, naturalmente, offre nuovi stimoli e considerazioni e mi rivela un profondo aspetto che percorre rivelatore tutta la silloge: malinconia e dolore.
L’intreccio ricorrente di malinconia e dolore dimostra la piena adesione, con segni e approfondimenti innovativi, a una poetica sviluppata da diversi autori di riferimento del Novecento italiano, con certe radici nelle opere leopardiane dell’Ottocento, che analizzano lo stato umano tramite il meditativo senso di sofferenza e tristezza. Per Dejosso è necessario esprimere una interpretazione lirica di consapevolezza sulla sofferenza esistenziale, dettata dall’esperienza e condizione quotidiana, come manifesta riflessione di emozioni e sentimenti sulle fragilità della vita che si affacciano costantemente «sulla soglia dei giorni perduti».
La prefazione della componente EASA (European Academy of Sciences and Arts di Saliburgo) dott.ssa Maria Miraglia – un vero prezioso scritto saggistico e scrigno di emozionante compiutezza e bellezza – propone un’attenta visione dell’attualità poetica che vede protagonista non più il critico «ma il lettore libero finalmente di interpretare un prodotto letterario, una poesia secondo la propria sensibilità ed il particolare momento intimo di vita. La straripante ricchezza linguistica e formale della poesia contemporanea ha saputo costruire negli ultimi decenni una grande varietà di soluzioni da sorprendere i critici e gli stessi poeti. Non è mai stata trovata tanta poesia come negli ultimi cinquant’anni. A questo ha contribuito il maggiore accesso alla scrittura, l’estendersi e il moltiplicarsi delle realtà editoriali, la diffusione capillare di Internet e delle piattaforme online».
E in questo rinnovato contesto Nino Dejosso “porta il suo contributo”, riformulando con radicate “forti e innovative” liriche “la comunicazione poetica”. La critica evidenzia il sorprendente stile del poeta sardo, che con il suo distintivo stile, «in versi liberi, li consente di esprimersi in modo autentico e che da subito rivela la sua spiccata originalità. Nella maggior parte lirica, la sua produzione poetica è carica di un personale tono evocativo che evidenzia la capacità del poeta di suscitare, in chi legge, attraverso immagini, sensazioni e ricordi una esperienza emotiva senza servirsi di una descrizione esplicita dei contenuti».
Una poesia, quella coltivata e ora donata da Nino Dejosso, che riserva un vasto universo letterario, tra realtà e immaginifiche visioni concettuali, da interpretare e leggere in dimensioni e significati che collegano il microcosmo interiore umano al cosmico macrocosmo dell’infinito.

 

Il secondo passaggio e volume della Grammàtica cuntrastiva sardu – italianu di Mario Puddu, pubblicazione della Editziones NOR nella Colletzione “paràulas”, si occupa di Morfologia.
La complessiva opera Grammàtica cuntrastiva faciapare è concepita in tre parti: Fonologia, Morfologia, Sintassi. E appunto il volume secondo tratta tutta la variabilità delle nove categorie grammaticali del lessico, studiate in modo essenziale nel confronto, nelle differenze ed analogie tra le strutture della limba sarda e la lingua italiana.
Il senso di una grammatica contrastiva per i sardi permette un normale studio linguistico di approfondimento e di formazione culturale glottodidattica, sulle forme organizzate di un sistema di conoscenza-comparazione, in modo paritario, del rapporto evolutivo tra le due lingue in esame.
La necessità di avere una grammatica dal senso contrastivo, pratica e funzionale, nasce dalla considerazione che il rapporto dell’italiano verso il
sardo non si è sviluppato come un corretto contato ordinàriu tra limbas, ma de dominiu, a disvalore e disprétziu, mància lègia de ignoràntzia nosta a
iscrocorigadura; dunque un “bilanciamento” dignitoso, democratico di matura responsabilità umana e politica.
Il trattato morfologico, specifico nelle distinte categorie che caratterizzano tradizionalmente le nove classi lessicali, analizza in modo nodale e a faciapare: nomi-sostantivi, verbi, pronomi, articoli, aggettivi, avverbi, preposizioni, congiunzioni e interiezioni.
Una ricchezza di esempi ed esercizi facilitano l’apprendimento delle dinamiche linguistiche del sardo, con richiami di fraseologia ed autori delle aree di parlata campidanesa, de mesania, ogiastrina, nugoresa-barbagina, baroniesa, logudoresa, sulcitana.
Lo studio considera il patrimonio linguistico di totu su sardu ed evidenzia i profondi segni di unitarietà e distintività svolta in valore e funzione
significativa; naturalmente, non essendo limbazos de limba sarda, sono escluse le parlate del tabbarchino, saligheresu, tataresu e cadhuresu.
Forte e appassionato il richiamo dello studioso, autore anche del Ditzionàriu de sa limba e de sa cultura sarda (I ed. 2000 e II ed. il 2015, Editore Condaghes) e della Grammàtica de sa limba sarda (I ed. 2008 e II ed. il 2018, Editore Condaghes) perché la lingua sarda possa essere limba de iscola e rappresenti la normalità del nostro èssere pòpulu de su logu nostu in su mundhu.

La parte conclusiva dello studio è dedicata alla letteratura; pagine intense che offrono esempio delle diverse parlate, tutte di grande ricchezza lessicale, e che invitano a una scrittura regolarizzata del sardo. Gli autori dei brani proposti sono Benigno Casula (Tonara), Matteo Tuveri/Arianna Steri (Lunamatrona), Costantino Fois (Nuragugume), Claudia Carta (Iersu), Mariangela Dui (Lùvula), Frantzischinu Satta (Nùoro), Anna Simbula/Maddalena Sanna (Tratalias), Nino Fadda (Tiesi), Marco Pani (Arrolli), Marco Coghe (Ùssana).
Mario Puddu, oltre ai tanti volumi e interessi di specificità linguistica, ha pubblicato il romanzo Alivertu, la silloge poetica Pro chi libbera torres! e Totu frades, traduzione dell’Enciclica di papa Francesco Fratelli tutti (Editore Condaghes, 2021). In presenza e in videoconferenza tiene frequenti corsi di e in limba sarda, strutturati in I livello (scrittura e pronuncia), II livello (morfologia del lessico) e III livello (analisi logica e sintassi).

Cristoforo Puddu

L’ottava edizione della Biennale d’arte e letteratura “Lumen”, dopo il successo espositivo e dei convegni al Museo del Costume di Nuoro, è approdata a Carbonia con una serata indimenticabile nella sala convegni della Biblioteca Comunale “Pietro Doneddu”.
Le parole e le riflessioni della curatrice della mostra Eugenia Cervello, le 66 opere create da 33 artisti (rappresentati all’incontro da Rosetta Murru, Maria Antonietta Fois, Maria Rita Mainas, Maria Rita Sanna e Cristoforo Puddu) hanno riproposto il significativo percorso del progetto “Psicogenesi: La Maschera e l’Ombra”. Dalla curatrice, oltre all’attento esame dei vari aspetti e significati che si rapportano nel profondo esistenziale essere di maschera e ombra, è venuto un forte richiamo perché istituzioni e collettività operino per salvaguardare le tradizioni, l’ambiente, le arti e tutti i diritti necessari per attivare un futuro di popolo, nell’identità culturale della Madre Terra sarda. L’incontro, promosso dall’Università Popolare del Sulcis – Unisulky, presieduta da Laura Arisci, è stato seguito con partecipazione da un numeroso pubblico che ha interagito con interesse e passione con la relatrice e con gli artisti presenti.
Nell’occasione è stata commemorata la poetessa e scrittrice Maria Chiara Firinu, socia Unisulky e attiva figura intellettuale, recentemente scomparsa dopo una lunga malattia. La Firinu, voce sensibile e di ricca umanità, aveva pubblicato numerose opere liriche e in prosa; assai nota anche per i tanti e significativi riconoscimenti nazionali. Aveva conseguito anche i massimi attestati (diversi primi premi e il premio speciale della FASI – Federazione Associazioni Sarde in Italia) nelle diverse edizioni del concorso letterario “Su Contixeddu”, il mitico premio che organizzava il Circolo Culturale Sardo di Brescia. L’associazionismo culturale del Sulcis Iglesiente, a breve, ricorderà Maria Chiara Firinu con una giornata di studi e di valorizzazione dell’ampia produzione letteraria che ha ben rappresentato il contesto sociale e l’ambiente lavorativo minerario.
L’intera manifestazione in biblioteca, ripresa dal noto artista fondatore di “Sardonia” e creatore di eventi artistici Vittorio E. Pisu, è visibile nel circuito Vimeo.

Cristoforo Puddu

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La poesia è tra i tanti doni di scrittura che il compianto Paolo Pulina (Ploaghe 1948 – Pavia  2024) ha prodotto ed elargito con generosità, riscuotendo sempre crediti di grande considerazione.

La sua competente, appassionata e disponibile attenzione per l’arte della poesia ha significato anche la valorizzazione o la riscoperta di diverse voci e  forme poetiche della tradizione sarda (gosos, atitidos, etc.) e dell’attualità lirica  in limba ed in italiano. Significativo interesse poetico, già espresso in età giovanile con il saggio “La poesia dialettale in Sardegna negli anni 1963-1965”, e premiato nel 1966 all’undicesima edizione del “Città Ozieri”. Il saggio, con la “storica” intervista-conversazione al poeta Giommaria Pulina ‘Ranzolu’, venne pubblicato nel 1982 dalla Nuova Tipografia Popolare di Pavia.

Paolo Pulina, figura di intellettuale e attiva personalità nel mondo dell’emigrazione sarda organizzata, ha vissuto pienamente e intensamente l’attività pubblicistica; innumerevoli le pubblicazioni di carattere storico, saggistico e letterario relative a Ploaghe, la Sardegna e la provincia di Pavia. 

Da custode e conoscitore del patrimonio poetico degli autori ploaghesi, si è prodigato ad alimentarne la conoscenza con studi critici, articoli biografici e le ricorrenti mirate citazioni e ricordi nei suoi molteplici volumi di memorie su Ploaghe e Logudoro. In assoluto disinteresse alla “materialità” ha lavorato con totale impegno alla valorizzazione e tutela della limba, facendo veicolare complessivamente tutta la poesia delle diverse parlate dell’Isola. Particolarmente attento, e non poteva essere altrimenti, ai poeti di Ploaghe: Lorenzo Ilieschi, Foricu Paba, Antonio ‘Giorgio’ Satta, Antonio Spensatellu, Elias Busellu, Giommaria Pulina ‘Ranzolu’, Antonio Michele Salis, Baingio Sini, Salvatore Budroni, Gerolamo Zazzu, Luca Mele e ai popolari aedi locali dell’Ottocento (Francesco Brandino, Francesco Fais, Luigi Marongiu, Gavino Luigi Salis).

Da poeta è stato interprete razionale e sensibile nell’immaginare versi a misura e nel metro dell’umanità; creati come elementi di senso, tra sonorità e ritmi, da collocare nel rapporto di equivalenza tra significanti e significati. Una democrazia di parole “ordinate”, i suoi versi dal linguaggio vitale e dinamico, per costruire le operazioni della poesia ed offrire un messaggio e un orientamento critico da sviluppare nel segno della memoria storica e culturale.

Di assoluto valore poetico i componimenti contenuti in “Versi d’occasione e testi per canzoni”, il titolo della silloge poetica in cui ripercorre con puntuali riferimenti storici e personali gli eventi che vanno dal 1993 al 2020; l’occasione è spesso l’augurale componimento per le più  importanti festività che caratterizzano il calendario. 

Il volume, quarantaduesima perla nella “Piccola collana di memorie” della “Soter Editrice” di Villanova Monteleone, ideata da Salvatore Tola e curatore della presentazione, è opera capace di catturare l’attenzione con l’energia di versi che contemplano l’esperienza della quotidianità e l’attraversamento fiducioso verso i sentieri del divenire; l’autore comunica la parola poetica come segno profondo di sé per gli altri, tesse un inno al presente e alla memoria con componimenti che scandiscono il tempo e lo scorrere degli anni ricchi di eventi personali e collettivi.

Il titolo, che sottolinea il genere di elaborati “d’occasione”, non è certo riduttivo, direi invece un arricchimento e segno ulteriore della genuinità e istintività poetica, raffinata e colta, che caratterizza gran parte dei versi della silloge di intensa testimonianza  ed umanità.

I “testi per canzoni”, come da titolo e pubblicati bilingui, sono quelli noti di Nuraghes e monumentos de Pavia, Sardos semus fintzas nois (è auspicabile che ora diventi l’inno ufficiale de sos disterrados, come sognava lo stesso autore), Pro sos mortos de Buggerru 1904; musicati e cantati da Antonio Carta hanno dato vita ad originali ballate nello stile cantautorale. La forza testuale e realistica, sostenuta da ricchezza di immagini, donano versi di alto senso sociale e storico che “rompono il silenzio” su degrado artistico ed archeologico, su rivendicazioni identitarie e memorie storiche. 

Paolo Pulina, nell’unica sua pubblicazione lirica, propone anche le traduzioni in sardo del Logudoro l’universale testo Imagine (Immàgina), di John Lennon e l’intramontabile ed emozionante La canzone di Marinella (Sa cantone de Marinella), di Fabrizio De André. È doveroso evidenziare che l’opera poetica di Pulina si presenta come libro tipograficamente valido: coglie e garba subito per il suo formato pratico-tascabile con ottima rilegatura e sovraccoperta in carta avoriata; per caratteri e grafica realizza un senso di grande cura e l’amorevole impegno lavorativo del sapere artigianale… che tanto apprezzava! La selezione delle composizioni, pubblicate e proposte all’attenzione, evidenziano anche attraverso i versi il primario impegno e “missione” del poeta per il mondo dell’emigrazione sarda. Caratterizzazione e segno distintivo di tutta la vita di Paolo Pulina. 

Cristoforo Puddu

Si ricorda un poeta per ritrovare valori ed ascoltare in emozioni e versi la profondità di cuore dell’esistenza, con tutte le creazioni personali espresse e rappresentate nella suggestione della “funzione poetica”. La poesia comunica suggestioni e riflette i significati di ogni vita e di ogni vivere con la potenzialità selezionata della parola, mediata ed elaborata per essere trasmessa e fatta veicolare all’interno di un processo comunicativo che rivela l’intimo del poeta e la realtà.
E realtà dialogante, con se stesso e i sentimenti essenziali ed esistenziali, è gran parte della poetica sviluppata da Efisio Collu (Quartu Sant’Elena 1932 – Iglesias 2006). Trasferitosi bambino a Iglesias, iniziò ben presto a lavorare (condizione infantile assai frequente negli anni Quaranta e Cinquanta) e dover interrompere gli studi. Ebbe una significativa esperienza di emigrazione, che segnò profondamente anche la sua elaborazione poetica, evidenziata criticamente da Aquilino Cannas nelle pagine della rivista “S’Ischiglia” del gennaio 1980: «… Siamo infatti dinanzi a un testimone del dramma dell’emigrazione. Dell’emigrato che prende coscienza del suo stato, dell’ingiustizia sociale che lo ha proscritto dalla sua terra, che lo condanna alla disperazione. Una vicenda umana, dunque, che si consuma in un arco di nostalgie e di angosce, e che coinvolge tutti gli affetti, che si alimenta di ribellioni e di rassegnazione, e che apre al canto caricandosi di tutte le tensioni riflesse nella voce della madre, o verso la stessa sua terra che non è più la stessa». Una Sardegna dove «risuonano solo passi di gente che non ritornerà più». Successivamente si dedica al commercio itinerante tra le diverse e amate località del Sulcis Iglesiente.
Numerose le sillogi pubblicate – con prefazioni prestigiose di Fernando Pilia, di Matteo Porru, di Enrico Cabiddu e Leonardo Sole – dal Collu in lingua iglesiente: Su soli strangiu (Edizione 3T, Cagliari, 1978), S’urtimu meli (Edizione 3T, Cagliari, 1980); Sa matta de su tempus, Ouverture po dexi balladas, Amai ti depu amai, tra il 1984 e 1985 per le Edizioni Ramagraf di Iglesias, e le raccolte Prima de a mengianu (1990) e Vu cumprà (994) per le Edizioni Cte di Iglesias. Nel 2004, nella sua nativa Quartu Sant’Elena trionfa al premio “Michelangelo Pira” e la silloge , titolata Coment”e un’arriu, verrà pubblicata nel 2006 da Tema a Cagliari; la giuria aveva riconosciuto “l’eterno dialogare del poeta con se stesso”, in una caratterizzante “fusione tra paesaggio e sentimento” e l’impiego di un “linguaggio asciutto e dolente, alieno da rimpianto”.
Il prestigioso critico, e uomo di cultura letteraria qual era Nicola Tanda, considerava la poetica di Efisio Collu «di una originalità sorprendente e di una modernità tanto attuale»; un amalgamo di «lirismo amaro, senza miele, di un accorato e asciutto lamento che esalta le sofferenze dei poveri e degli emarginati, di nostalgie per i sogni tramontati e di consapevolezza per un impegno civile, sociale e umano».
A Efisio Collu, riconosciuto tra i cittadini iglesienti illustri, la Città di Iglesias, nel 2016, gli ha intitolato la piazza del Centro Culturale e collocato una targa per iniziativa dell’associazione culturale Logos, fondata e presieduta dalla poetessa Marinella Sestu, e con il patrocinio del Comune.

Coment’e un’arriu

Solitaria coment’e un’arriu,
casi lòmpiu a sa foxi de sa vida mia
s’innestat in s’orrorosa sa notti chene acabu.
S’indi andat da suncunas a s’inv’ingurtiri
intru de is orus desertus de su disimparu.
Totu’ is canzonis mias facci a su mari nieddu
s’inci portat cun su turmentu de una musica lèbia
aguantada in vida cun is ogus de sa billa;
buccali de una boxi de meli e de prantu.
Arrìu
no m’hap’a perdiri prus a ti castiai
mentras curris a su spentumu de is acabus,
segau a ferrus de su sonniu e de is amostus.
Mi ‘ollu preniri su coru de froris e sprabaxai
mentras ti perdu in fua cun sa musica tua.
E bosatrus
no m’indi pigheas su soli de is ogus
nemancu cun su prantu de una nui passillera
e lassai chi dogna nea bengat a mei
coment’e un’isposa.

Fuedda

Fuedda,
ma fuedda a pagu;
e chi intrit sa boxi tua
chen’’e zerriai.
Ascurta:
s’aria est prena de boxis.
Chini podit narri
cal’est sa boxi tua,
si nisciunus prus ascurtat!?
Fuedda,
ma fuedda a pagu;
a ita serbit zerriai
e fai su biccicconi
in signu de forza,
si ses ominis chi no contat,
chen’’e passau;
chen’è benideru
chen’’e presenti?
Fuedda
ma fuedda a pagu;
cun chistionu seguru,
chen’’e zerriai,
ne zicchirriai sa bucca
e ne cun boxi spantada;
di pustis dì,
ma chen’’e ti firmai;
po ndi scidai sa storia,
po un’atru incras.

Stiddieddu

Stiddieddu chi tremis
e curris
imbriagu in su filu
finzas a ti perdi:
affannu e speranza
de s’anima mia,
finzas a s’urtimu
pendi-pendi.

Accosta o fradi

Accosta o fradi!
Beni accant’’e su fogu…
E cantu hasi camminau
tui pudu
in su frius de sa storia
cun sa bertula prena
de abettus e de prumissas?…
Ahiò! Ca moveus impari!
Andaus in circa
de unu mengianu diversu:
chi non si siat prus de alimentu
custu si domanadai marigosu.

Pungi o spina

Pungi o spina
siast ‘e monti
o siast ‘e pranu …
Pungimidda ancora
e prus forti:
faimi ‘ntendiri
ca seu torrau.

Vù cumprà

Incrubu sa schina casi a toccai sa terra
carrigu che’ una matt’e mangrovia in sa spund’e su Niger;
arrefudau in i’ seculus,
cun s’anima sola
camminu in sa jungla velenosa de sa cittadi.
Sa brenti, sbuida, mi sonat
che croccoriga siccada po is tam-tam
chi una borta biaxant in sa Savana.
Bivu
ma su surcu miu est giai stetiu signau
cun is cadenas e sa frusta de su “Karibu” biancu.
Bengu de sa terra de is datteris e de is cocodrillus,
aundi is dìis “atomicas” allarnpant su coru;
aundi is nottis appena alluttas, tremint fogus

in is ogus de is mammas ch’interrant is :fillus.
Dì e notti
bandu circhendi riscattu po su color’e sa peddi
offerendi cannacas, arrelogius e accendinus a sa genti
chi mi sighit cun castiadas suspettosas
chi mi pesant in i’ zigumus abbumbaus
e in sa pezza stanca morta.
Seu unu “karibu” nieddu, senz’e perdonu
portu ainnantis sa sorti mia dolorosa
cantendi “spirituals” a mesu boxi.
Unu centimetru a sa di
bandu ainnantis desolau coment’e una piroga
senz’e pisca, sanziau, e a rezzas mortas
cun sa vida chi mi sangunat de is murrus grussus
e de is cari.gas affannadas.
E sa boxi mia est spuma,
est tam-tam
e malva cun sudori;
est box’e aniu,
box’e pezza strumpada,
de schina spollinca
e de cadena tragada:
sa boxi mia est boxi:
est boxi di Africa!

Bentu Estu

Deu, in custu bentu mi ci seu sèzziu.
Chen’e nai nudda
hapu cantau a pagu sa musica sua
cun s’aspa sonada de is fueddus mius.
Cun su fosili in s’ ‘azzichidu:
surda sa genti,
surda sa mattixedda,
surdu s’arriu bessiu.
Deu, in custu bentu mi ci seu sèzziu.
Cainu curriat avattu a Abeli, abboxinendi
nd’arziada de dogna parti.
Strumpada is femminas, is pipias spolincas
in is lettus, in is taulas, in s’argidda sudada

pighendinceddu coment’ ‘e una bestia arrabiada.
Nudda est abbarrau prus in su logu giustu,
scetti arrastu o prus de s’arrastu
de chini si fiat stimau.
E beniant a susu sordaus,
medas sordaus;
beniant a susu sordaus coment’ ‘e muaxa;
prus de sa muaxa,
ma medas prus pagu de is mortus boccius.
Deu in custu bentu mi ci seu sèzziu.
Hapu pappau,
hapu buffau,
hapu cobertu e dormiu tranquillu.
Ma apustis mi ndi seu scidau e hapu prantu .
A is peis de una domu arrumbiada,
a pizzus de sa perda sua niedda,
in s’arroga sua ammantada de ludu e de sanguini;
accanta de una femmina oberta,
accanta de unu pipiu mort’abbruxau,
accanta de unu sordau passau de balla
cun is ogus scarancaus,
su prantu miu disarmau.

Tienanmen

Piccioccus fidaus truncaus de su Dominigu
in su fogu goliardicu de una mai morta speranzia,
alimentaus de floris e floris chene cambu,
alimentaus in is ogus de s’urtimu basidu de sa terra,
mortus in s’illacanamentu de un’arrisiu stramancàu.
Coment’e un’arrìu de steddus e paris a un’unda
s’appiccheddat su sanguni di ‘osatrus de celu in su sbuidu
in circa de is coloris de s’amori po is coloris de sa vida
ancora non bivia in sa nea pipia.
Accabedda de morri! Accabedda!
E bosatrus mortus, torrendi! Torrendi innias
aundi hat a morri custu bentu de ballas e cingulus.

E tui, mamma terra
chi nei pesas a traballu custu Maju in s’atra perra de mundu
arendi a s’apprapidu su scurìu tùu in su coru miu:
comenti bolis chi innoi si scaresciat?
E tui puru Morti:
matta de tot’is ogus nostrus in pena,
hasi scurigau su celu puru a s’anima mia.
Tancada sa porta e is ventanas de s’arrenegu,
prus coidados de su fogu calicuna cosa m’abbruxat su tempu
su tempus chi abbarrat a su poberu fiori miu.
Unu scurìu furiosu nd’hat furau su soli a medas fillus:
tengu sidi de cussa luxi e de mei e totu po cumprendi.
Curzu, troppu curzu est totu cantu su chi bivit?
I est aici estremada sa morti chi si fait ghettai a pari.
Approntai unu fueddu chi bandit pustis su scaresci,
s’arrefudu de su prantu chi non prangit sa vida:
aici coment’e su prexu obertu sconnotu a s’aria libera.
Mi caminant aintru e deu puru no m’intendu prus bìu;
camminu e ascurtu cun issus ma su coru insoru est studau:
a Tien-An-Men, arrosa est sa luxi, prantu totu s’arrestu.

Candu accanta m’as abbarrai

Candu
accanta m’as abbarrai
cun cussu corpus lebiu
de coronamentus
chi immaginariu e vergini
profumu mandat,
gosendi e penendi
po su essiri tuu dilicau,
su sanguini miu alluinau
aintru de is ogus tuus nieddus
a cambiai i’ sonus de sa passioni.
In is lavras tuas finis
totu s’abbramiri de is basidus
chi m’ant abbruxai.

E insaras,
tui pudu ti nd’as a pesai a bivì
cund’unu coru mannu de palpitus;
a su sprigu
chen’ ‘e prus nudda domandai;
chen’ ‘e prus strumpai
su passu a sa vida mia,
aundi sa boxi tua intrada,
finas a s’ossu de s’anima,
laru arrembombu si fait
ind’unu celu chen’ ‘e bessidas.