Cinquant’anni fa nasceva la Carbosulcis – di Antonangelo Casula
Il 22 aprile 1976, cinquant’anni fa, il quinto governo presieduto da Aldo Moro emanò il decreto legge n. 127, poi convertito in legge, la n. 320, il 10 maggio 1976, con il quale si autorizzava un progetto per la riattivazione del bacino carbonifero del Sulcis. Il 30 settembre dello stesso anno, con la partecipazione di EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) e dell’Ente Minerario Sardo (EMSA), veniva costituita formalmente la Carbosulcis.
Quella decisione era l’esito di un processo di iniziativa e di lotta, iniziato negli anni precedenti, anche a seguito dello choc energetico provocato dalla “Guerra del Kippur” del 1973, l’ennesimo dei conflitti che hanno insanguinato il Medio Oriente dall’immediato dopoguerra ad oggi.
Le Istituzioni locali del Sulcis Iglesiente, le rappresentanze politiche e sociali del territorio di allora, non avevano accettato di buon grado la decisione dell’ENEL di chiudere le miniere di Seruci e Nuraxi Figus e le difficoltà derivate dalla crisi petrolifera e dalla conseguente scelta dell’Austerità, incoraggiarono la ripresa di una nuova stagione di lotte.
Nel 1974 in particolare, ci furono due momenti significativi di ripresa dell’impegno politico, sul versante istituzionale attraverso la mobilitazione dei Consigli comunali e delle rappresentanze dei Sindacati, guidato dal sindaco di Carbonia Pietro Cocco e sempre nell’estate del 1974 un presidio permanente di giovani disoccupati del territorio, organizzato dall’allora segretario della Federazione Giovanile Comunista del Sulcis Gianfranco Fantinel, nello spiazzo attiguo al bivio della Miniera di Seruci che costeggia la strada per Portoscuso.
La ripresa di una vasta mobilitazione unitaria dei territori e del nascente Polo industriale di Portovesme, favorita dall’avvio di un dialogo produttivo tra tutte le forze politiche regionali, contribuì in maniera decisiva alla chiamata al lavoro il 15 settembre del 1975 di duecento nuovi lavoratori che furono successivamente avviati ad un ciclo di formazione presso le miniere di carbone francesi.
L’avvio di questa nuova intrapresa non fu particolarmente agevole, essendo stata parzialmente dispersa la professionalità creatasi con la gestione mineraria Carbonifera Sarda ed ENEL, nonché per l’assenza di una direzione chiara del progetto industriale da perseguire e l’individuazione delle risorse finanziarie per attuarlo.
Per ragioni di tempo e spazio, mi limiterò a segnalare soltanto alcuni dei momenti salienti della vicenda Carbosulcis, la cui storia è stata accompagnata nel tempo da limiti e difficoltà oggettive, ma anche da ostacoli e pregiudizi che sono stati frapposti costantemente nel suo cammino; per un approfondimento più puntuale di alcuni passaggi cruciali della sua storia, suggerisco la lettura di un pregevole e documentato lavoro di ricerca a cura di Carlo Panio dal titolo: “Dall’Enel alla Carbosulcis. Cinquant’anni di lotte operaie, sindacali e politiche per un progetto minerario tradito o inattuabile”.
Nei primi anni ’80 si registra una lenta ripresa dell’azione formativa con l’assunzione di nuove unità lavorative, delle quali va segnalata la novità dell’ingresso delle donne in miniera, ma un primo momento particolarmente significativo fu rappresentato dalla visita nel gennaio del 1984 del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, che contribuì concretamente a far assumere ad una dimensione nazionale il tema del riavvio della estrazione del carbone sardo. L
’anno successivo alla sua drammatica scomparsa a Padova, venne approvata dal Parlamento, la legge del 27 giugno 1985 n. 351: “Norme per la riattivazione del Bacino Carbonifero del Sulcis” con la quale si dava congiuntamente avvio alla costituzione della Sotacarbo (Società Tecnologie Avanzate Carbone) – un’intuizione felice – che era composta da azionisti di massimo rilievo nel panorama nazionale ed internazionale: Eni, Enel, Enea e Regione Sardegna.
Il rilancio del progetto carbonifero, infatti, era strettamente connesso all’ipotesi di un progetto integrato, e alla realizzazione da parte dell’Enel di un impianto di generazione a ciclo combinato con gassificazione del carbone del Sulcis.
La decisione dell’Enel di uscire dal progetto nel 1992 costituì una prima dura battuta d’arresto; mentre contestualmente maturava da parte della Saras la decisione di realizzare a Sarroch un’analoga centrale elettrica a ciclo combinato che gassificava i residui, gli scarti delle lavorazioni dell’industria petrolifera (TAR) prodotti in ogni dove, e che di fatto costituiva oggettivamente, come si manifestò chiaramente in seguito, il “de profundis” per il progetto Carbosulcis.
Questo primo ostacolo, non scoraggiò l’iniziativa e la capacità di mobilitazione dei lavoratori e del territorio e la positiva azione di raccordo realizzata con il governo della Regione Sardegna e dei parlamentari nazionali, trovò uno sbocco politico importante con l’adozione del DPR 28 gennaio 1994.
Il DPR del gennaio del 1994 aveva come titolo “Attuazione del piano di disinquinamento del territorio del Sullcis Iglesiente” ma nella sostanza conteneva principalmente misure puntuali a sostegno di una soluzione strutturale del problema dell’energia, con la previsione di uno sviluppo minerario energetico, alimentato con carbone Sulcis attraverso una “concessione integrata per la gestione della miniera di carbone e produzione di energia elettrica e cogenerazione di fluidi caldi mediante gassificazione”; lo stesso provvedimento prevedeva delle misure specifiche per l’adeguamento degli impianti Enel del Sulcis con gruppi dotati di desolforatori e Centrale Portoscuso che doveva essere posta in riserva fredda.
Sono questi temi su cui si sviluppa una seconda fase del progetto e attorno a questi punti, a giudizio di chi scrive questa nota si è consumata in parte la sorte del polo industriale di Portovesme, con gli esiti che ci sono tristemente noti, è lecito quindi interrogarsi su ciò che è stato e su come, anche noi, tra le molteplici avversità, siamo stati, seppure parzialmente, responsabili del nostro destino.
E’ indiscutibile che il DPR del ’94 offrisse sia sul piano dell’opzione tecnologica (progetto minerario e gassificazione) e delle potenziali risorse finanziarie previste, un’occasione unica per percorrere la via di uno sviluppo industriale sostenibile, ma è altrettanto opportuno riflettere su come lo stesso DPR abbia, aldilà delle intenzioni che lo hanno ispirato in origine, prodotto una condizione oggettiva nella quale si sono scontate, insieme, nostre ingenuità, velleità e, infine, divisioni territoriali che ci hanno visto protagonisti.
Mi riferisco alle azioni ostili alla realizzazione dell’impianto di gassificazione, ma anche all’assenza di una scelta univoca e decisa in questa direzione, poiché nella piattaforma rivendicativa delle confederazioni sindacali, parallelamente permaneva anche l’opzione dell’installazione di gruppi con i desolforatori (allegato D del DPR 1994).
Nei documenti inviati dalla Commissione Europea al governo italiano sul tema degli “aiuti di Stato”, nei primi dieci anni del 2000, in particolare nei rilievi riguardanti il settore energetico e la Sardegna, ricorre spesso l’accento su sovra capacità ed eccedenza di generazione di energia elettrica, cosa che non fu assunta per intero nelle nostre piattaforme di rivendicazione e di sviluppo.
Per essere più chiaro ed esplicito, sino alla realizzazione del Sapei, il sistema di interconnessione elettrica con l’Italia era assicurato dal solo Sa. Co.I., il quale sistema era insufficiente a garantire la cessione in rete delle potenziali eccedenze di energia prodotta, dalle attività previste su Portovesme, Portotorres, dallo stesso progetto integrato del Carbone Sulcis e dall’impianto di Sarlux di Sarroch (vera ragione a mio avviso del fallimento del progetto IGCC del Sulcis).
Occorreva considerare realisticamente una scala di priorità che, purtroppo, non si è realizzata, questo equivoco si è protratto nel tempo ed è stato uno dei fattori – non l’unico evidentemente – che ha principalmente inciso sulle scelte che hanno anticipato la crisi del Polo Industriale di Portovesme e successivamente l’abbandono dell’impianto da parte di Alcoa.
Nel corso della seconda metà de-gli anni ’90 va segnalato un altro evento dirimente costituito dall’uscita dell’ENI da Carbosulcis, con il conseguente passaggio di testimone alla Regione Sardegna che ne assegnò la responsabilità gestionale all’Ente Minerario Sardo.
Ho sempre ritenuto, in egual misura per quanto avvenne analogamente nel settore minerario metallifero, questa decisione frettolosa e poco ponderata. Fu consentito all’ENI di abbandonare il settore minerario senza pagare pegno, ancora oggi registriamo l’eredità di questioni irrisolte soprattutto in relazione alle problematiche di recupero ambientale e di messa in sicurezza dei siti minerari dismessi.
Gli sforzi successivi di rilancio del progetto estrattivo, purtroppo, erano destinati a rivelarsi infruttuosi, un ultimo tentativo significativo, fu costituito dall’approvazione della legge n. 80 del 2005 che fu adottato per dare una soluzione strutturale alla produzione dell’energia e allo scopo di ridurre i costi di fornitura dell’energia elettrica alle imprese e in generale ai clienti finali sfruttando le risorse del bacino carbonifero del Sulcis.
Il provvedimento al di là delle buone intenzioni dei proponenti, non sortì alcun effetto, per dei vizi di notifica in sede Europea e per un equivoco di fondo che lo rendeva inefficace ai fini della soluzione del problema, poiché nello specifico contava di beneficiare degli strumenti del DPR del 28 gennaio del 1994, senza dimostrarne però la continuità giuridica con la citata legge 80/05, come osservato dalla DG Concorrenza della Commissione Europea nella motivazione del suo diniego.
Da questo ultimo approccio, negli anni a seguire è iniziato l’iter che porterà a calare il sipario sulla controversa vicenda di una fonte energetica nazionale che nella sua importante storia, ha alimentato attese e delusioni.
Il 21 novembre 2012, inoltre, l’av-vio da parte della UE delle due procedure d’indagine SA.33424 (2012/C) (ex 2011/N) e SA.20867 (2012/C) (ex 2012/NN) ha di fatto bloccato le erogazioni finanziarie del socio Regione Sardegna e del Ministero dello Sviluppo Economico a favore di Carbosulcis che dal gennaio 2013 e fino all’approvazione del “piano di chiusura” ha esercito unicamente le sole attività necessarie al mantenimento in sicurezza e al buon governo della miniera. Ciò ha comportato per lo Stato Italiano la necessità di predisporre il “piano di chiusura della miniera”, socialmente compatibile, in accordo con quanto previsto dalla Decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2010/787/EU al fine di portare ad una fermata graduale dell’estrazione sino al 31/12/2018 e alle operazioni di recupero materiali dal sottosuolo, chiusura dei pozzi e della discenderia entro al 31/12/2026 oltre una attività di formazione rivolta agli ultimi dipendenti nel corso del 2027 per poi essere “espulsi” dal ciclo produttivo.
Questa per sommi capi, la storia che ha portato al fallimento di un progetto e alla chiusura dell’attività mineraria prevista per il 31 dicembre 2026.
Nel corso del dicembre 2023 l’assessorato regionale dell’Industria ha informato, mediante una nota, la Commissione Europea di un aggiornamento del piano di chiusura della miniera, con il quale la Regione Sardegna intendeva garantire la prosecuzione dell’utilizzo di parte dell’infrastruttura mineraria sotterranea, a seguito della definitiva chiusura dell’estrazione e commercializzazione di carbone avvenuta il 31.12.2018.
Il fine ultimo della nota è stato quello di condividere formalmente con la Commissione Europea la necessità di mantenere aperti i pozzi principali e le gallerie principali dell’ex miniera, diversamene da quanto previsto nel piano di chiusura, al fine di consentirne il riutilizzo per attività differenti rispetto a quelle della produzione di carbone.
Nel mese di marzo 2024, la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea informava la Regione Sardegna che la modifica al piano di chiusura, con riduzione dell’ammontare degli aiuti a favore di Carbosulcis, non rappresenta una modifica sostanziale e, pertanto, non richiede un emendamento formale alla decisione con l’avvertenza che gli aiuti di stato ricevuti per la chiusura della miniera non possono essere utilizzati in alcun caso per sovvenzionare altre attività economiche.
Nel corso di quest’ultimo decennio, seppure tra le difficoltà, diversi attori hanno cercato di ragionare sul futuro dell’Azienda, poiché se è vero come è vero che l’ipotesi dell’attività estrattiva appartiene al passato, ciò che rimane è un’infrastruttura che può ospitare nuove opportunità di sviluppo.
E’ una sfida a cui sono chiamati gli amministratori regionali (il capitale di Carbosulcis è interamente regionale) ed il nuovo Amministratore della società insediatosi di recente al quale spetta il compito di presentare un Piano di Risanamento e di rilancio della società. Una sfida questa, non semplice.
Il dibattito di questi anni, ci ha offerto diverse suggestioni interessanti in merito a nuove possibili intraprese, delle quali occorre verificare sostenibilità tecnica ed economica.
Mi riferisco innanzitutto al Progetto Aria, nato grazie al Protocollo d’Intesa sottoscritto dalla Regione Sardegna con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la realizzazione di un’infrastruttura dedicata alla ricerca di base per la produzione di isotopi stabili, mediante distillazione criogenica, presso il complesso minerario di Seruci gestito dalla Carbosulcis.
L’impianto consiste nell’installazione di una torre di distillazione alta circa 350 metri all’interno del pozzo minerario. L’obiettivo della collaborazione è quello di produrre l’isotopo stabile 40Ar, d’interesse per i programmi di ricerca sulla materia oscura svolti presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso oltre altri isotopi.
Oltre ai pozzi di principali di Seruci, per poter realizzare in sicurezza il progetto è necessario mantenere operativi anche i pozzi principali di Nuraxi Figus, la discenderia e i due tratti di galleria che collegano i pozzi principali di Nuraxi con quelli di Seruci per complessivi 12 km di sviluppo circa.
Altre opportunità interessanti sono offerte dal riutilizzo dell’infrastruttura mineraria per la realizzazione di un sistema di stoccaggio gravimetrico dell’energia in eccesso prodotto da fonti energetiche rinnovabili e non programmabili, da realizzare anch’esse presso le vecchie discariche minerarie del sito di Seruci, nella discarica sita presso il cantiere di Nuraxi Figus e nelle aree in cui un tempo veniva abbancato il carbone prima della vendita, oltre la realizzazione di Data Center proposto da un’azienda americana “Energy Vault”, in superficie e in sottosuolo.
Ultimo, ma non ultimo, la realizzazione di un impianto per la produzione di fertilizzanti, mediante un brevetto proprietario, con il riutilizzo dei finissimi di carbone abbancati nella diga fini.
Siamo in presenza nel nostro paese e nel mondo, di una rinnovata attenzione verso le tematiche minerarie e più in generale su un utilizzo dei siti e delle infrastrutture per nuove attività, valga per tutti l’esempio rappresentato dalla candidatura di Sos Enattos per ospitare “Einstein Telescope”, progetto concepito per lo studio delle onde gravitazionali, questo ultimo argomento, suggerirebbe di considerare l’importanza delle attività di formazione, al fine di preservare un presidio di competenze tecniche e professionali che possono all’occorrenza rivelarsi utili persino su una scala più ampia.
Il tempo imposto dalle scadenze normative, non gioca a nostro favore e nel contempo occorre superare impedimenti (vedi legge Madia) che hanno pregiudicato opportunità che si sarebbero potute cogliere attraverso l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal JTF e da altri strumenti.
Questa riflessione, mentre “celebriamo” la conclusione di una sfortunata vicenda industriale vuole es-sere un’esortazione a guardare al futuro e alle opportunità che possono essere ancora colte, la rivolgo a tutti indistintamente, non solo a chi ha responsabilità politica e decisionale, proviamo ancora una volta a mettere in campo attraverso il confronto e la mobilitazione democratica una proposta responsabile e un’azione concreta che possa scongiurare il declino e aprire la speranza a nuove opportunità. Non sarà semplice, ma abbiamo l’obbligo di provarci.
Antonangelo Casula
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