4 November, 2026
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Cinque giorni di cinema, incontri e contaminazioni tra linguaggi artistici: dall’11 al 15 novembre torna il Carbonia Film Festival. Promossa dal CSC Carbonia della Società Umanitaria, con la direzione artistica di Francesco Giai Via, la manifestazione rinnova il proprio impegno per un cinema capace di interrogare il presente, mettere in relazione storie personali e collettive e trasformare la visione in un’occasione di incontro. Il programma 2026 propone cinque titoli italiani in concorso accompagnati dagli incontri con gli autori: White Lies di Alba Zari, Idda di Irene Dionisio, Balcanica di Nicola Sorcinelli, I figli della scimmia di Tommaso Landucci, e Caro mondo crudele di Niccolò Falsetti e Francesco Turbanti. 
 Fuori concorso, il regista palestinese-siriano Abdallah Al-Khatib presenterà Chronicles from the Siege, e Marco Amenta l’anteprima di Odio gli indifferenti. Torna, come di consueto, l’appuntamento di chiusura tra musica e parole con Dimartino, protagonista di una performance in esclusiva per il festival, accompagnato sul palco da Fabrizio Cammarata. Un’edizione che unisce continuità e innovazione, anche grazie alla nuova identità visiva del festival, affidata all’art direction delle registe Valentina e Nicole Bertani, già vincitrici del festival nel 2025.
 Tutti gli eventi saranno a ingresso gratuito e si terranno tra la Fabbrica del Cinema, all’ombra della Grande Miniera di Serbariu, e il Cine Teatro Centrale, in piazza Roma, con incursioni tra Museo del carbone e il Palazzetto dello sport.

I film in concorso. Il concorso riunisce cinque sguardi del nuovo cinema italiano, tra ricerca intima e personale, il mondo dei più giovani alle prese con difficoltà e salute mentale, legami femminili, migrazioni, disabilità e famiglia. Film diversi per forme e linguaggi, che offrono uno spaccato del nostro paese grazie al lavoro di cinque nuovi autori e autrici tra i più interessanti e significativi del panorama nazionale.
 A inaugurare la presentazione dei titoli (giovedì 12, ore 18.00, in Fabbrica del Cinema) è White Lies di Alba Zari, artista e fotografa al suo esordio nel lungometraggio, che firma un documentario autobiografico: nata all’interno della controversa setta dei Bambini di Dio, Zari cerca di ricostruire la propria infanzia attraverso archivi familiari, fotografie e il confronto con la madre e la nonna. Ne nasce un’indagine sulle omissioni e sulle ferite trasmesse fra generazioni, ma anche sulla possibilità di recuperare la propria identità attraverso le immagini. Secondo titolo in concorso (giovedì 12, ore 21.00, in Fabbrica del Cinema) Caro mondo crudele di Niccolò Falsetti e Francesco Turbanti, ambientato ad Albinia, in Maremma, alla fine degli anni Novanta. Protagonista è Giovanna, una dodicenne dalla fantasia fuori dal comune che, dopo la misteriosa scomparsa del suo unico amico Mirko, decide di mettersi sulle sue tracce, sfidando le reticenze degli adulti e le regole di un piccolo mondo di provincia. Un racconto di formazione che esplora, con uno sguardo tenero e anticonformista, il difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta, impreziosito da irresistibili interventi di animazione realizzati da Zerocalcare.
Si prosegue con Idda, secondo lungometraggio di Irene Dionisio, che arriva a Carbonia (venerdì 13, ore 21.00 in Fabbrica del Cinema) dopo le anteprime al Toronto Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma. Interpretato dalle nuove star del cinema italiano Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film segue due amiche d’infanzia che si ritrovano da adulte per realizzare un vecchio sogno: raggiungere la cima dell’Etna. La rotta migratoria verso l’Europa è invece al centro di Balcanica (sabato 14, ore 18.00, al Cine Teatro Centrale, esordio nel lungometraggio di Nicola Sorcinelli, vincitore del Premio del Pubblico a Venezia alle Giornate degli Autori. Quando in Afghanistan la musica viene proibita, il direttore d’orchestra Nazar e il figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, sono costretti alla fuga. Il loro viaggio lungo la rotta balcanica, verso l’Italia, si intreccia con l’incontro con Greta, una dottoressa italiana interpretata da Matilda De Angelis. Altra opera prima è I figli della scimmia di Tommaso Landucci (sabato 14, ore 21.00, al Cine Teatro Centrale), che vede protagonista Riccardo Scamarcio nei panni di un padre di un bambino con disabilità che sviluppa un legame sempre più forte con il nipote adolescente. Premiato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, nella sezione Orizzonti, per la sceneggiatura e per l’interpretazione maschile di Scamarcio, il film è il racconto di un conflitto intimo affrontato con delicatezza e profondità.

Fuori concorso: anteprima di “Odio gli indifferenti”, il nuovo film documentario di Marco Amenta dedicato ad Antonio Gramsci.

Nel centenario dell’arresto di Antonio Gramsci da parte del regime fascista, il Carbonia Film Festival (mercoledì 11, ore 21.00, in Fabbrica del Cinema) presenta in anteprima Odio gli indifferenti, il nuovo film documentario di Marco Amenta che restituisce un ritratto inedito del grande intellettuale e pensatore politico, indagandone la dimensione più intima e privata. Attraverso le lettere scritte durante gli anni della prigionia, il film ricostruisce i legami con la famiglia, l’amore per la moglie Julca, l’affetto per la madre e i figli, che non potrà più incontrare dopo l’arresto. Un viaggio nella vita e nei pensieri di Gramsci, tra parole, ricordi e immagini evocative che ne restituiscono la profondità umana, oltre la figura storica e politica.

Omaggio al regista palestinese.siriano Abdallah Al-Khtib con la proiezione dei pluripremiati Chronicles from thethe siege e little Palestine, diary of a siege

Ospite internazionale dell’edizione 2026, il regista Abdallah Al-Khatib arriverà a Carbonia (domenica 15, ore 18.00, al Cine Teatro Centrale) con Chronicles from the Siege, presentato fuori concorso. L’opera, premiata all’ultimo festival di Berlino quale migliore opera prima, intreccia le vite di persone comuni in una città sotto assedio, costrette a compiere scelte estreme per sopravvivere. Attraverso una narrazione corale, il film mette al centro l’esperienza umana della guerra e le contraddizioni che attraversano la quotidianità quando ogni gesto può diventare decisivo. L’omaggio comprenderà anche una proiezione del documentario Little Palestine, Diary of a Siege, uno dei film più significativi degli ultimi anni dedicato alla questione palestinese. Il film e la presenza del regista confermano l’importanza per il festival di uno sguardo verso i conflitti che agitano il Medio Oriente.

DiMartino: i luoghi che ci portiamo dentro

Nel segno di un dialogo tra il cinema e le altre arti, il Carbonia Film Festival propone anche per l’edizione 2026 una serata di chiusura speciale che vedrà Dimartino protagonista di uno spettacolo tra musica e parole insieme a Fabrizio Cammarata (domenica 15, dalle 21.00, al Cine Teatro Centrale). Cantautore e autore tra le voci più riconoscibili della scena italiana, dopo i successi condivisi con Colapesce, da Musica leggerissima a Splash, e il percorso che lo ha portato anche al cinema con La primavera della mia vita, torna nel 2026 alla dimensione solista con L’improbabile piena dell’Oreto, il quinto album di studio, pubblicato a maggio a sette anni di distanza da Afrodite. Dimartino sarà ospite del CFF, accompagnato dal cantautore palermitano Fabrizio Cammarata, per I luoghi che ci portiamo dentro, un evento speciale capace di mettere al centro il racconto e l’ascolto, in dialogo con il direttore artistico del festival, Francesco Giai Via.

La nuova identità visiva di CFF 2026

L’edizione 2026 segna anche un nuovo capitolo dell’identità visiva del Carbonia Film Festival. L’art direction è affidata a Valentina e Nicole Bertani, che hanno scelto Tommaso Buldini per realizzare il manifesto e Robotina per trasformarne l’universo in una sigla animata, accompagnata dalla musica di Angus Bit.
Nel manifesto di Buldini, Carbonia diventa un paesaggio sotterraneo e fantastico: minatori-goblin attraversano tunnel misteriosi, mentre sopra di loro una sala cinematografica si riempie di creature psichedeliche e sullo schermo appare un omaggio a Ingmar Bergman. È una visione che unisce la memoria della città mineraria a un immaginario pittorico surreale. Yassmin Yaghmai e Sara Taigher raccolgono e compongono le animazioni create da Buldini, curando il montaggio e la title animation: Robotina riassembla l’immaginario del manifesto e dà vita a un vero e proprio racconto in movimento, con musiche tratte dal brano Zizzimureddu di Angus Bit, per il sound design di Lorenzo Confetta.

Murale e arte pubblica

Dopo il successo del murale realizzato da Camilla Falsini in occasione del Carbonia Film Festival 2025, anche quest’anno si è deciso di realizzare un’opera muraria con la finalità di rafforzare, anche visivamente, la connessione della manifestazione con la città che la ospita e le dà il nome, oltre a valorizzare e riqualificare la parete frontale della biglietteria all’ingresso del Palazzetto dello Sport di Carbonia. L’opera sarà realizzata da Emanuele Boi, in arte Skan, utilizzando immagini tratte dal catalogo Carbonia in chiaroscuro (Envisual 2002), i cui fondi sono custoditi presso la Sezione di Storia Locale – S.B.I.S. Taglio del nastro mercoledì 11 novembre a partire dalle 10.00. Skan è un artista visivo e street artist noto per aver realizzato numerosi interventi sia sul territorio regionale sardo, sia in diverse località italiane. La sua ricerca artistica ruota attorno alla rappresentazione della figura umana, con una particolare attenzione al volto, inteso come espressione di memoria, identità e vissuto emotivo. Mediante l’impiego di frammentazioni, sovrapposizioni e distorsioni formali, l’artista indaga la sfera interiore dell’essere umano e le dinamiche più profonde dell’inconscio, componendo immagini di forte impatto visivo ed emotivo, capaci di suscitare riflessioni e suggestioni.

Sguardi Plurali

Mercoledì 11 novembre, alle 18.00, al Museo del Carbone nella Grande Miniera di Serbariu, inaugura la terza edizione di Sguardi Plurali sull’Italia Plurale, mostra fotografica dedicata a giovani autori e autrici under 35 di seconda generazione o con background migratorio. Il concorso nazionale ha coinvolto 23 fotografe e fotografi, invitati a raccontare l’Italia contemporanea da prospettive capaci di mettere in discussione narrazioni dominanti e stereotipi. La mostra presenta il progetto vincitore Grana Beldia di Ariman Scriba, fotografa italiana di origini marocchine, accanto a Intreccio di Davide Abbas Pour e Mare di Ricardo Aleodor Venturi. Sono inoltre presenti, attraverso due installazioni, i lavori delle menzioni speciali Shuai Peng con Paesaggio Nostrano e Jasmin Barri con Alf Mabrook. Nel loro insieme, le opere intrecciano esperienze personali, memorie familiari e riferimenti culturali plurali, usando la fotografia come strumento di autorappresentazione e di negoziazione dell’identità.
Sguardi Plurali è promosso dal CSC Carbonia della Società Umanitaria – La Fabbrica del Cinema, Memory Lab – Centro di ricerca del Dipartimento di Storia Cultura e Civiltà dell’Università di Bologna e FIERI, in collaborazione con ARCI nazionale e Associazione Zona. La nuova identità grafica è curata da Lilia Di Bella; l’allestimento ha potuto contare sulla consulenza curatoriale di Andrea Tinterri e Marco Trulli.

Amoramnesia, Video mapping e memoria visiva

Venerdì 13 novembre, alle 18.00, il Festival presenta Amoramnesia, installazione audiovisiva del regista e compositore Giorgio Ferrero, realizzata con Rodolfo Mongitore alle musiche e Carlo Cagnasso al video, prodotta da MYBOSSWAS per il Carbonia Film Festival, in occasione dei 60 anni della Cineteca Sarda. A partire da una domanda pronunciata da Eleonora Duse in Cenere, unico film dell’attrice tratto dall’opera di Grazia Deledda, l’installazione riflette sull’impermanenza dell’amore, sulla fragilità delle immagini e sulla capacità della memoria di generare significato attraverso ciò che perde. Materiali tratti da film conservati negli archivi della Società Umanitaria, tra cui Cenere e Cainà, diventano materia di una metamorfosi visiva: gesti e corpi si sovrappongono, le temporalità si confondono, le immagini si frammentano e si dissolvono. Il deterioramento non è soltanto perdita, ma occasione per interrogare ciò che resta quando la forma originaria non è più riconoscibile. Giorgio Ferrero è regista, compositore e artista visivo, autore di installazioni presentate in musei e istituzioni internazionali e socio fondatore dello studio multidisciplinare MYBOSSWAS. Rodolfo Mongitore è compositore, musicista e sound designer, attivo tra cinema, teatro e installazioni multimediali. Fondata a Torino nel 2011, MYBOSSWAS è uno studio creativo e una casa di produzione cinematografica che lavora tra cinema, arte, installazioni audiovisive e progetti transmediali.

Interzone, musica e visioni

Venerdì 13 novembre, al termine della proiezione delle 21.00, in piazza Roma, Tommaso Buldini presenta Interzone, spettacolo di musica elettronica dal vivo, onirica e psichedelica. Le proiezioni delle sue creature animate prendono vita sul set suonato dall’artista, accompagnando poesie e storie strampalate e ossessive in una discesa lisergica negli abissi interiori. Pittore e videoanimatore, Buldini ha esposto in città e gallerie internazionali. Nel 2021 ha vinto il premio per il miglior videoclip indipendente con Luna Araba di Colapesce Dimartino feat. Carmen Consoli; dal 2023 sviluppa progetti sperimentali in cui dà una dimensione sonora al proprio immaginario visivo.

Spazio Sardegna

Venerdì 13 novembre, alle 18.45, al Cine-Teatro Centrale, Spazio Sardegna propone tre opere che attraversano identità, memoria e paesaggio. In programma gli incontri con autrici e autori: Alessandra Atzori, Vittoria Soddu e Andrea Mura. Doppia Pupilla di Alessandra Atzori e Milena Tipaldo (Collettivo MIRA, Italia, 2025, 30’) segue cinque giovani a Nuoro sulle tracce di Cosima di Grazia Deledda e riflette sul desiderio di partire, sulla possibilità di scegliere chi diventare e sul significato della parola casa. Una die de pitzinnia di Vittoria Soddu (Italia, 2026, 20’) ricostruisce, attraverso le voci di familiari e amici e materiali d’archivio, il legame tra l’artista Costantino Nivola e il paese natale di Orani. Il film recupera anche immagini girate da Nivola nei primi anni Cinquanta, nel giardino di Long Island e durante il primo ritorno in Sardegna dopo la guerra. Il primo suono di Andrea Mura (Italia, 2026, 20’) racconta un musicista e costruttore che, convivendo con una malattia degenerativa, trasforma legno, ferro e dolore in suono, cercando nell’ascolto della natura e nella disobbedienza creativa una voce segreta delle cose.

Djset con Nando Campesi

Sabato 14 novembre, alle 23.30, al Caffè Impero, è in programma il dj set di Nando Campesi. Attivo dietro la consolle dal 1985, Campesi è diventato nei primi anni Novanta un punto di riferimento della club culture del sud Sardegna. Nei suoi set, rigorosamente in vinile, intreccia radici della black music e dell’hip hop più ricercato con suoni dance e new wave degli anni Settanta e Ottanta e suggestioni nostalgiche degli anni Novanta.

Documentary school & Rolling Stones

Domenica 15 novembre, alle 16.00, saranno presentati al pubblico i cortometraggi delle studentesse e degli studenti della Documentary School, il programma di formazione dell’Università degli Studi di Cagliari in corso a Carbonia durante i giorni del festival. Il progetto è promosso dall’Università degli Studi di Cagliari, Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali, con il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna, di AUSI e della Fondazione Umanitaria Sardegna, in partnership con il Carbonia Film Festival. A impreziosire il pomeriggio anche il teaser di Rolling Dreams. Una squadra, una città, l’omaggio al Carbonia Calcio firmato da Karim Galici, che ripercorre i momenti più significativi della storia della squadra cittadina, dalle stagioni gloriose in cui si è sfiorata la serie B, alle crisi, alla rinascita.

Premiazioni

Domenica 15 novembre, a partire dalle 21.00, spazio alle premiazioni di questa edizione. I film competeranno per il “Premio del pubblico concorso CFF”, assegnato dal pubblico in sala per un valore di 1.500 euro; e per il “Premio Ucca Carbonia Cinema Giovani”, offerto dal festival in collaborazione con l’Unione Circoli Cinematografici Arci, per un valore di 1.000 euro. Una collaborazione che sancisce la condivisione con il festival dell’impegno nella promozione della cultura cinematografica e della formazione di nuovi pubblici. Anche quest’anno, infatti, il festival conferma il legame con il tessuto formativo e culturale del territorio, grazie alla partnership con il corso magistrale in produzione multimediale di cinema, organizzato e promosso dall’Università di Cagliari. Un gruppo di studenti e studentesse del corso parteciperà infatti a Carbonia Cinema Giovani, il programma di formazione del festival, assegnando un premio e seguendo un programma di masterclass appositamente pensato per loro. Dal 2025, in occasione della decima edizione, il Carbonia Film Festival ha inoltre istituito il Premio Città di Carbonia. Il riconoscimento viene conferito congiuntamente dal festival e dall’amministrazione comunale di Carbonia a una personalità del cinema il cui percorso artistico e personale ha saputo coniugare consapevolezza, visione e un legame profondo con la realtà e il territorio. Lo scorso anno è stato assegnato al regista Salvatore Mereu; nei prossimi giorni verrà annunciata la personalità a cui verrà conferito per questa edizione.

CFF Scuole

Sullo stesso solco (promozione della cultura cinematografica e della formazione di nuovi pubblici) interviene il progetto CFF Scuole, il programma di proiezioni e incontri rivolto alle scuole del territorio. Giovedì 12 novembre, a partire dalle 10.00, in Fabbrica del Cinema, appuntamento con Marco Amenta per la proiezione di Odio gli indifferenti. Venerdì 13 novembre protagonisti Niccolò Falsetti e Francesco Turbanti per Caro mondo crudele. Giornata conclusiva, sabato 14 al Cine Teatro Centrale, con la proiezione di Balcanica.

Carbonia razionalista

Domenica 15 novembr, alle 10.30, è in programma una visita guidata alla Città di Fondazione, parte del CIAM – Carbonia Itinerari di Architettura Moderna, a cura di SIMUC (Sistema museale Carbonia). Il percorso attraversa il tessuto urbano e, attraverso soste nei principali edifici pubblici e nelle opere di artisti locali e della penisola, racconta le vicende della fondazione della città e i suoi progettisti. La visita partirà alle 10.30 da piazza Roma, con ritrovo sotto la Torre, e durerà circa due ore. Per info e prenotazioni: museicarbonia@gmail.com, 0781 186 0812, +39 340 268 9043.

Spazio Food&Drinks: gusto locale, spirito conviviale

La proposta di cibo e ristoro del Carbonia Film Festival, un meeting point informale in cui il pubblico potrà, tra un film e l’altro, mangiare e bere un drink, conversare con gli ospiti e ascoltare buona musica. Ad animare questi momenti saranno Momy, ottimo street food sardo con proposte vegane e vegetariane, e Caffè Im…Pero. Tutti i giorni alla Fabbrica del Cinema e in piazza Roma.

Paolo Serra, direttore dei Centri Servizi Culturali della Società Umanitaria in Sardegna: «Che cosa rende peculiare un festival cinematografico come il Carbonia Film Festival? Fin dalla sua prima edizione del 1999, svoltasi sotto una diversa denominazione, la manifestazione ha saputo coniugare una pluralità di fattori che trasformano la longevità in un autentico valore. Tra questi spicca anzitutto la stretta relazione con il territorio: il legame con la comunità locale si è fatto così profondo da indurre i cittadini a riconoscere l’evento come una componente essenziale del proprio orgoglio culturale. L’edizione 2026 rappresenta, in tal senso, l’esito più maturo di un percorso progettuale ormai consolidato, riconducibile in larga misura alla crescente attenzione che la Regione Autonoma della Sardegna, per il tramite dell’Assessorato regionale ai Beni Culturali, riserva ai Centri di Servizi Culturali isolani e, in particolare, al presidio di Carbonia. Nelle cinque giornate in programma, il dispositivo cinematografico sarà nuovamente assunto come strumento ermeneutico d’elezione: mezzo per indagare il reale, interpretare la congiuntura storica attuale e affrontare questioni controverse, in dialogo con momenti di elevato spessore artistico e culturale. La pluralità degli eventi collaterali concorre inoltre a delineare un’esperienza urbana inclusiva, volta a riscoprire il valore della visione collettiva».

Moreno Pilloni, Direttore del Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria: «Il Carbonia Film Festival è il risultato di un percorso che negli anni ha consolidato una precisa identità culturale, costruendo relazioni con il panorama cinematografico nazionale e mantenendo un legame profondo con la città e il territorio. È la dimostrazione di come un progetto culturale radicato localmente possa aprirsi a un confronto più ampio e generare nuove opportunità. Come Centro Servizi Culturali, lavoriamo affinché il Festival sia non soltanto una rassegna cinematografica, ma uno spazio di incontro, scoperta e partecipazione, capace di avvicinare pubblici diversi al cinema contemporaneo e di offrire soprattutto ai giovani occasioni di formazione e confronto. Crediamo che la cultura possa contribuire concretamente alla vitalità del territorio, favorendo collaborazioni, sostenendo le attività locali e rafforzando l’attrattività di Carbonia e del SulcisIglesiente. Il nostro impegno è continuare a far crescere il Festival, valorizzandone l’identità e sviluppandone le potenzialità come occasione di crescita culturale e sociale per l’intera comunità».

Francesco Giai Via, direttore artistico Carbonia Film Festival: «Guardare il mondo da Carbonia significa partire da un luogo preciso per interrogare ciò che ci riguarda tutti. Il programma 2026 attraversa nuovamente confini e appartenenze, memorie familiari e collettive, conflitti che entrano nella vita quotidiana e desideri di cambiamento. Il cinema ci porta dentro queste tensioni, avvicina esperienze lontane e ci invita a riconoscere la complessità di quelle più vicine. In una città segnata dal lavoro e dalle migrazioni, le immagini trovano altre storie con cui dialogare e nuove domande da condividere. È in questo incontro fra la dimensione locale e quella globale che il festival rinnova il suo senso: uno spazio aperto in cui guardare, ascoltare, partecipare».

Ilaria Portas, assessora pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport Regione Autonoma della Sardegna:
«Il Carbonia Film Festival si conferma una delle realtà più vivaci e significative del panorama culturale della nostra isola. Come Regione e come assessorato Cultura e Spettacolo riteniamo fondamentale sostenere iniziative che sappiano coniugare la qualità dell’offerta artistica con un forte radicamento territoriale. Questo festival non soltanto valorizza la memoria storica e la specificità del paesaggio del Sulcis, ma trasforma il territorio in un laboratorio di idee e di formazione attiva per le giovani generazioni. Attraverso il coinvolgimento delle scuole, delle università e il sostegno al cinema d’autore, il Carbonia Film Festival dimostra quanto la cultura sia una risorsa preziosa per la crescita, l’inclusione e il riscatto per le nostre comunità».

Pietro Morittu, sindaco di Carbonia, e Giorgia Meli, assessora della Cultura, Sport, Spettacolo, Patrimonio, Decentramento:
«Il Carbonia Film Festival rappresenta un’importante occasione per arricchire la vita culturale della nostra città, favorendo l’incontro tra persone, storie e sensibilità diverse. Attraverso il cinema, le proiezioni e gli appuntamenti in programma, Carbonia si apre al confronto e alla partecipazione, offrendo ai cittadini nuove opportunità di conoscenza e condivisione. Ringraziamo la Società Umanitaria per l’impegno e la dedizione con cui porta avanti un progetto di grande valore, capace di coinvolgere la comunità e di far conoscere la città anche oltre i confini del territorio. Sostenere iniziative come questa significa investire nella cultura e contribuire alla crescita e alla vitalità di Carbonia».

“Carbonia Film Festival” è organizzato dal Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria – La Fabbrica del Cinema, su fondi cineportuali della Regione Autonoma della Sardegna (L.R. 28 dicembre 2018 n. 48, art.11 comma 26), insieme al Comune di Carbonia, in collaborazione con Ucca – Unione Circoli Cinematografici Arci, il corso di Laurea Magistrale in Produzione Multimediale dell’Università degli Studi di Cagliari, il Sistema Bibliotecario Interurbano del Sulcis e la Cooperativa Progetto S.C.I.L.A., Fondazione Umanitaria Sardegna, CSC Cagliari della Società Umanitaria – Cineteca Sarda, CICC – Centro Italiano della cultura del carbone, SIMUC – Sistema Museale di Carbonia, Il Calderone APS. Sponsor tecnologico Medianet Info e contatti Tel. +39 0781 67 15 27 info@carboniafilmfest.org carboniafilmfest.org www.facebook.com/CarboniaFilmFestival www.instagram.com/carboniaff Ufficio stampa nazionale Studio Sottocorno – Delia Parodo delia.p@sottocorno.it +39 3204048063 Ufficio stampa per la Sardegna Nicola Muscas muscasnicola@gmail.com +39 347 568 4450

Mi pare doveroso prima di tutto ringraziare Tore Cherchi per avere promosso una discussione sul ritorno della democrazia a Carbonia dopo gli anni bui del fascismo, tema che coincide soprattutto con il ritorno della democrazia nel nostro Paese e l’avvio di una nuova fase di rinascita con il referendum tra Repubblica e Monarchia, l’elezione dell’Assemblea Costituente del 1946 e l’approvazione della Carta Costituzionale nel 1948. Sono trascorsi 80 anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente e quindi credo sia importante celebrare in modo solenne anche questa ricorrenza.
Pur essendo questi temi di un grande respiro, vorrei concentrare un parte importante del mio intervento ai primi dieci anni di vita della Città, con uno sguardo rivolto prevalentemente alla sua vicenda politica e sociale, alle condizioni di vita e di lavoro dei minatori e delle loro famiglie e per un altro verso alla faticosa costruzione della struttura amministrativa del Comune, avvenuta in condizioni di grande difficoltà e in un contesto pensato esclusivamente al sostegno delle attività dell’Azienda Carboni Italiani, per la quale l’Istituzione comunale era stata concepita come una sola, semplice, appendice.
Sinora i principali contributi di ricostruzione storica delle nostre vicende cittadine, si sono concentrati (con dei contributi pregevoli s’intende) su aspetti relativi alle questioni minerarie sia sul versante tecnico/tecnologico, che produttivo, sulle materie di natura urbanistica e architettonica, della disciplina socio antropologica, e invece in una misura minore sulle tematiche squisitamente sociali.
Ciò non significa che queste ultime siano state sinora ignorate, basti pensare per fare un esempio, a ciò che ha scritto autorevolmente Carlo Levi in Tutto il miele è finito, oppure alla cruda realtà ritratta nei reportage fotografici di Federico Patellani negli stessi anni, ciò che segnalo riguarda il fatto che l’argomento non sia stato sinora, oggetto di un’attività di studio e ricerca più approfondito e strutturato.
Lo scorso anno, proprio nel mese di settembre, abbiamo avuto modo di accennare a questa necessità, proprio in occasione della presentazione del libro di Alberto Vacca sui misfatti del Commissario Antonio Pirrone a Carbonia, e in quella circostanza abbiamo concordato su questa esigenza e, devo dire che Alberto Vacca non si è fermato alla mera enunciazione di questi temi, poiché di recente ha pubblicato un suo nuovo libro: Lettere dei Cittadini di Carbonia al Duce, con sottotitolo voci di migranti, miniere e miserie, nel quale affronta i primi anni di vita della nostra città da questa prospettiva, con risultati sorprendenti e inediti.
Credo avremo occasione di entrare con maggiore dettaglio nel merito, magari in occasione della prevista presentazione del suo libro, ma credo che la ricerca di Alberto Vacca, indichi una strada sulla quale riflettere e lavorare per ricostruire una memoria autentica su quanto siano stati travagliati i primi passi di vita di Carbonia e della sua comunità cittadina. In particolare, nel suo libro, si sofferma sugli aspetti relativi alle condizioni di lavoro in miniera, durissime e pericolose, sui momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti, sulle condizioni condizioni degli alloggi, della situazione delle mense operaie, etc; sono queste informazioni che ci vengono restituite dalle relazioni riservate della Prefettura di Cagliari al Ministero degli Interni, in particolare nei rapporti del Prefetto Tito Canovai e del Commissario prefettizio Ovidio Pitzurra, per citare quelle più significative.
Mi capita spesso di avvertire nel dibattito cittadino, e lo dico con una certa preoccupazione, l’avanzare di un sentimento dal sapore nostalgico e romantico, in una comprensibile buona fede, che però rimuove aspetti dolorosi e tragici della storia reale vissuta e documentata, sento perciò il bisogno irrefrenabile, di riproporla a momenti di riflessione più attenti e meno superficiali da parte di tutti, me compreso.
E’ anche per questo che mi viene in mente un’immagine, la scritta a firma di Benito Mussolini che campeggiava all’ingresso della Miniera di Serbariu, ancora leggibile oggi: «Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio».

Una dichiarazione programmatica verrebbe da dire con una punta di ironia, un ammonimento, che non maschera, ma sottintende l’abitudine in uso all’epoca, di ricorrere agli strumenti coercitivi e di repressione usuali, per citarne alcuni del repertorio molto praticati : l’olio di ricino, il manganello, il confino, la prigione, o peggio ancora come ci è tristemente noto.
Lo sciagurato ingresso in guerra nel 1940 accentua ulteriormente queste condizioni e la decisione di classificare con R.D.L. (Regio Decreto Legge) la Miniera Stabilimento Ausiliario di Guerra ridurrà ulteriormente gli spazi di libertà, già ristretti precedentemente dall’azione incessante del federale di turno, da quella occhiuta dell’Ovra (la polizia segreta fascista) operante in modo significativo nel bacino minerario. E’ qui devo citare ancora un altro libro di Alberto Vacca: “La tela del ragno -L’Ovra in Sardegna”, nel quale molte pagine sono dedicate a Carbonia e al bacino minerario con le relative vittime e colpevoli, delatori ed oppressori.
L’enfatico racconto della nascita della città quindi e del successo realizzativo del regime (da non disconoscere in assoluto si intende), contrasta in maniera stridente con uno scenario disperato di sfruttamento e di miseria, che nel tempo soprattutto a seguito proprio dell’ingresso in guerra, verrà accentuato da una crisi alimentare gravissima, con il paradosso e la contraddizione lessicale di una città definita autarchica, che però non dispone di alcun mezzo per autosostenersi con produzioni proprie, essendo il carbone, questo sì autarchico, l’unica produzione esistente.
La nascita delle nuove città è stata accompagnata durante il Ventennio da parole d’ordine molto forti e da una retorica celebrativa del regime che ne esaltava le gesta gloriose; è stato così inevitabilmente, anche per la nascita di Carbonia, ecco in questa occasione vorrei fare un parallelo tra i principali contributi letterari del tempo per mettere in evidenza lo scarto considerevole che esiste tra il racconto di Stanis Ruinas “Viaggio per le città di Benito Mussolini” (nel 1939 vinse il Premio Sabaudia), il libro di Vitale Piga su Carbonia del 1938 (nel quale si omette colpevolmente il più grave incidente minerario, quello di Schisorgiu avvenuto nel 1937) ed il romanzo di Valerio Tonini “Terra del Carbone”. Nei primi due, fatta doverosamente salva la differenza stilistica tra Ruinas e Piga, prevale l’intento celebrativo e propagandistico, in Valerio Tonini invece emerge una testimonianza di verità sulle condizioni di vita di quei primi pionieri impegnati nella costruzione della città. Ignazio Delogu uno degli autori più importanti sulla storia di Carbonia, a proposito del libro dell’ingegner Valerio Tonini ha usato questa espressione […] si tratta di un’opera da suggerire all’attenzione di critici e studiosi della letteratura realista e neorealista, della quale il romanzo di Valerio Tonini è una vera e propria anticipazione”, a conferma del valore letterario che attribuiva a quest’opera.
Nel tempo, oltre alle testimonianze orali, molto preziose, sono emersi da diverse fonti di archivio una mole importante di documenti che in qualche misura ci consentono di leggere, di ricostruire diversi momenti e diverse fasi cruciali della vita cittadina, in maniera più autentica. Mi limiterò ad enunciare per titoli, quelle più significative a mio parere.
Fonti importanti, per la fase che precede il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, sono le relazioni di qualche Prefetto e Podestà, dalle quali nonostante l’esercizio di prudenza nello scrivere, emerge uno spaccato drammatico e di verità sulle condizioni di vita dei minatori di Carbonia e dei suoi abitanti, che lo scellerato ingresso in guerra del 1940 aveva aggravato in maniera esponenziale, favorendo l’emergere di segnali di malcontento e di protesta, la più nota è quella che fa riferimento a Tito Morosini rappresentante dei sindacati fascisti che precede di pochi giorni nel maggio del 1942 la seconda visita di Benito Mussolini a Carbonia, avvenuta in tono minore e per nulla rassicurante riguardo ai rimedi necessari per migliorare la situazione di crisi.
Dopo i fatti del 25 luglio del 1943 con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi che determinò la caduta del fascismo e quelli successivi dell’8 settembre, seguì l’insediamento a gennaio del 1944, da parte degli alleati dell’Alto Commissariato per la Sardegna alla cui guida venne insediato il Generale Pietro Pinna Parpaglia. Anche l’Archivio dell’Alto Commissariato, rappresenta uno strumento utile per osservare le dinamiche politiche e sociali sino al 1949.
Mi soffermo con il mio ragionamento, limitatamente alle questioni che hanno riguardato Carbonia. Come è noto alle cronache nonostante la caduta del regime il 25 luglio alcuni fascisti rimasero in posti di comando, come nel caso di Vitale Piga rimasto a dirigere la Miniera di Carbone e un fatto analogo avvenne nei primissimi mesi del 1944, la nomina di commissario prefettizio della città nella persona di Francesco Piga Onnis, fatti questi tra i diversi che generarono un diffuso malcontento tra i partiti democratici (il CLN locale) in via di costituzione nella città. Per inciso anche il Piga Onnis, come Vitale Piga aveva ricoperto durante il regime l’incarico di Commissario prefettizio nel comune di Serbariu di cui era segretario della sezione locale del P.N.F. Non dobbiamo evidentemente stupirci dell’azione degli alleati, se pensiamo che in Sicilia molte di queste funzioni furono ricoperte da referenti della Mafia.
A proposito dei rapporti politici con l’Alto Commisssario, vorrei citare una testimonianza scritta di Antonio Puggioni; nella circostanza che portò alla nomina di Francesco Piga Onnis, Renato Mistroni futuro sindaco della città, aveva avanzato a nome dei partiti democratici agli alleati la candidatura di Gigi Piga per ricoprire l’incarico di commissario, che, però non fu accolta. Un breve inciso per ricordare Gigi Piga, originario di Guspini, una figura ormai dimenticata a Carbonia; proveniva da un’esperienza di dirigente del movimento operaio, nel 1920 a Torino (da operaio metallurgico diviene Presidente del Consiglio di fabbrica della Michelin), dove aveva conosciuto Antonio Gramsci e il gruppo dell’Ordine Nuovo, la sua vita durante il ventennio fascista fu costellata da arresti, detenzione, confino.
Il 1944 fu probabilmente l’anno più difficile in assoluto per la nostra città, lo dimostrano i dati sulla produzione del carbone al minimo e una significativa riduzione degli occupati, per il protrarsi della crisi alimentare che segue quella pure drammatica dell’anno precedente: de su fammini de su quarantatresi per intenderci.
In questo contesto è particolarmente toccante la testimonianza di Giuseppe Saragat (futuro Presidente della Repubblica) pubblicata il 16 settembre del 1944 sulla prima pagina de l’Avanti dal titolo Carbonia, dò lettura di un breve stralcio dell’articolo sperando di non venire sopraffatto dall’emozione: «La luce del sole – come dice un poeta tedesco – è una fiammante accusatrice e, in verità, il sole di Carbonia ha illuminato per me uno spettacolo di miseria umana che non dimenticherò mai. Gli uomini che uscivano dai pozzi non avevano più nulla di umano. Dei corpi scheletrici ricoperti da stracci immondi sfilavano senza una parola, senza una protesta. Ma più che dai volti il mio sguardo fu attirato da un particolare veramente tragico: quegli uomini che uscivano dalle miniere dove avevano lavorato in gallerie il cui suolo è tutto una pozzanghera erano scalzi. Da un gruppo di minatori si staccò infine uno di loro che con tono quasi imperioso chiese: – Chi è il Ministro? -. Alla mia risposta il minatore fece un largo gesto con la mano accennando ai suoi piedi nudi, ai suoi stracci immondi e con la voce strozzata dall’emozione e dallo sdegno: – Sono italiano! – mi disse e si allontanò con i compagni. Mille volumi sulle condizioni dei minatori di Carbonia varrebbero meno di quelle due parole pronunziate da un lavoratore offeso dall’inumanità della sua sorte e dall’inumanità di un sistema sociale in cui queste infamie sono possibili».
Nel 1946, finalmente le prime elezioni democratiche con l’elezione di Renato Mistroni a primo sindaco di Carbonia, che come è stato sottolineato contengono la novità del voto alle donne e la elezione di due consigliere comunali. Anni difficili per Carbonia anche quelli del primo dopoguerra, vorrei soffermarmi brevemente su alcuni degli avvenimenti importanti che hanno segnato la storia della città in quelli anni, la vicenda Rostan fine gennaio del 1947 ( cito testualmente dalle memorie di Antonio Puggioni per definire il quadro sociale e politico nel quale matura): «Eravamo alla vigilia di un altro Natale all’insegna della fame. Gli spacci aziendali erano vuoti. Mancavano i generi di prima necessità. Renato Mistroni chiese un incontro con il Prefetto che ebbe luogo subito dopo Natale. Il Prefetto capì che si stava determinando una situazione insostenibile anche sotto il profilo dell’ordine pubblico. Venne convocata un’assemblea in Piazza Roma per comunicare che il Prefetto aveva garantito il suo appoggio alle richieste avanzate da Mistroni e da me».
E’ in questo scenario che l’ingegner Rostan viene prelevato con la forza dalla sua residenza di Villasulcis, da una folla di operaia inferocita (fomentata da due dirigenti anarchici, Pasquale Fancello e Massimiliano Zanetti), trascinato in Comune e alla presenza del sindaco Renato Mistroni, costretto a firmare un accordo contro la sua volontà. Ignazio Delogu nel suo libro su Carbonia definirà questo episodio come un sorta di “Jacquerie mineraria”. Di questi fatto il principale accusato e pur innocente condannato fù Marco Giardina, segretario della Camera del Lavoro. Marco Giardina che era laureato in Giurisprudenza e che in seguito intraprese la professione di avvocato, ebbe un ruolo importante anche nella redazione preliminare dei regolamenti per il funzionamento del Consiglio di gestione e autore con l’ingegner Giuseppe Russo (direttore della Miniera di Bacu Abis) del piano detto appunto Russo-Giardina.
Nel 1948 dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche di aprile, ancora due fatti significativi nel mese di luglio l’attentato a Palmiro Togliatti, lo scoppio di disordini in città, come nel resto d’Italia d’altronde, costituì il pretesto per decapitazione del gruppo dirigente politico, sindacale, amministrativo della città, furono spiccati mandati di cattura contro Renato Mistroni, sindaco, contro Antonio Selliti, segretario della Camera del Lavoro riparati in Cecoslovacchia e Silvio Lecca arrestato; in questa vicenda repressiva ebbe un ruolo infausto il Commissario di Polizia Antonio Pirrone, un ex repubblichino autore di tante malvagità nella sua permanenza a Carbonia. Ad ottobre l’inizio della lotta dei 72 giorni, conclusa il 18 dicembre del 1948 sotto la guida di Velio Spano, in questa circostanza nessuna Jacquerie, ma un movimento combattivo e disciplinato per la sopravvivenza di Carbonia.
Per tanti questa data, il 18 dicembre del 1948 è stata concepita come un nuovo inizio, una sorta di rifondazione della città, è un’espressione che ho avuto modo di ascoltare durante la mia militanza giovanile, da diversi protagonisti di questa lotta, da Pietro Cocco, Antonio Puggioni, Antonio Saba per citare alcuni dei più noti.
Tore Cherchi nel suo libro “Città industriale e postindustriale” riassume efficacemente questo concetto: «Due date, il 18 dicembre del 1938 e il 18 dicembre del 1948, fra loro distanti esattamente 10 anni, segnano il primo periodo di storia della città. La prima è l’inaugurazione della città intesa come spazio costruito, l’urbs appunto. La seconda potrebbe essere considerata come conclusiva del progressivo divenire degli immigrati, infine furono cittadini e cittadine per atto di volonta individuale e collettiva, cives, non solo per condizione giuridica. Il 18 dicembre del 1948 dimostra plasticamente che la civitas è formata».
Legge Speciale per Carbonia
Vorrei dedicare la seconda parte del mio intervento alle enormi difficoltà con le quali si sono dovuti misurare i primi amministratori di Carbonia, quelli eletti per la prima volta nel 1946 e quelli a seguire nel tempo. Per sviluppare questa parte del mio intervento farò ricorso, quasi esclusivamente, ad un documento, ai dati che sono in esso contenuti; si tratta di una proposta “Legge speciale per la città di Carbonia” approvata dal Consiglio comunale su proposta della Giunta Municipale. Siamo nel 1956 e la giunta è guidata da Pietro Cocco alla sua prima esperienza come Sindaco della città. Questo documento è a mio giudizio uno strumento prezioso per ripercorrere e rileggere obiettivamente i primi anni di amministrazione della città, le politiche di bilancio, le condizioni materiali del suo assetto infrastrutturale, inoltre sono convinto che questa proposta di legge abbia rappresentato uno dei momenti più alti di elaborazione politica riferita alle problematiche dell’amministrazione cittadina e del suo vivere civile.
Prima di entrare nel merito di alcune delle considerazioni che sono contenute nella relazione che accompagna la proposta di legge, vorrei richiamare l’attenzione dei presenti sul R.D.L. 2189 del 5 novembre 1937 che istituisce il comune di Carbonia. Se facciamo una comparazione con gli altri decreti relativi alla fondazione delle città durante il ventennio, troviamo un comune denominatore, fatta eccezione per quanto disposto dagli articoli 3 e 4 che assegnano di fatto all’Azienda Carboni Italiani una funzione sostitutiva, surrogatoria a compiti propri del Comune, in particolare l’articolo 4  recita: «Per assicurare, con la trasformazione agraria dei terreni circostanti, il risanamento igienico dell’abitato di Carbonia, l’Azienda Carboni Italiani è autorizzata ad espropriare i terreni che saranno determinati, anche con oiù decreti successivi, dal Ministro per l’Interno, di concerto con il Ministro per l’Agricoltura e le Foreste».
La traduzione in sostanza è la seguente, l’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani) si sostituisce in toto al comune e gli espropria di fatto funzioni che gli sono proprie. D’altronde come si apprende dalla relazione al Piano regolatore del 1937, la costruzione della città ha un assoluto «carattere residenziale al servizio di zona strettamente industriale». Ho trovato molto efficace l’incipit della relazione della proposta di legge, ne sottolineo rapidamente alcuni stralci: «Il centro industriale di Carbonia non sorge come conclusione naturale di un precedente sviluppo economico della zona […] Sorge per un atto di volontà estranea ed esterna all’ambiente che l’accoglie, per un intervento che prescinde da ogni ragione di sviluppo economico e sociale del Sulcis e della Sardegna».
[… ] «Lo stesso decreto costitutivo di Carbonia ha, al riguardo, una lontana è indiretta preoccupazione, la dove assegna all’Azienda Carboni Italiani, oltre al compito di effettuare gli espropri necessari per la realizzazione del Piano regolatore della nuova città, anche quello di assicurare la trasformazione agraria dei terreni circostanti».
Ma l’assenza degli strumenti basilari per consentire ad una amministrazione di autodeterminarsi non si limita a questo. Provo a fare una sintesi delle principali informazioni che possono essere utili a ricostruire un quadro di insieme sulle politiche di Bilancio del comune, a partire dal 1941, dal quale si rileva innanzitutto l’impossibilità di fare ricorso alla leva fiscale per supportare le politiche di bilancio, la difficoltà relativa a supportare la gestione dell’enorme patrimonio abitativo, l’impossibilità ad erogare direttamente servizi primari per i cittadini ed infine la condizione delle infrastrutture civili e della viabilità cittadina nel suo primo decennio di vita.
«Chi scorra ad esempio i prospetti che riportano i bilanci consuntivi e preventivi dal 1941 al 1954, troverà immediatamente che dalla sua origine e fino al 1945, le entrate del comune di Carbonia sono rappresentate in misura a volte superiore dal 50% da contributi statali e che nello stesso periodo le spese, nel loro intero volume, sono destinate quasi esclusivamente ad assicurare i servizi interni dell’amministrazione comunale.»
«Tanto che non solo non vi è traccia di una qualunque attività di rilievo nel settore delle opere pubbliche, dell’assistenza o della pubblica istruzione, ma la esigenza di una tale attività non figura neppure nelle previsioni.»

«Nel 1941, ad esempio, le spese per opere pubbliche raggiungono le 159.064 lire su 3.732,788 e cioè il 4% delle spese complessive.»
«Nel 1942 si spendono per opere pubbliche circa 397mila lire, qualcosa in più dell’anno precedente» […]
«La inadeguatezza assoluta e relativa di tali spese meglio si comprende ove si pensi che Carbonia conta già nel 1942, 36792 residenti fissi e molte altre migliaia di abitanti ai quali non è consentito, per la legge 6 luglio 1939 n. 1092, contenete provvedimenti contro l’Urbanesimo, ottenere la residenza, e vanta già una rete stradale che non ha riscontro per il suo enorme sviluppo (oltre 48 km.) in comuni di eguale popolazione. Negli anni 1943-44-45 la situazione non muta […]». Emerge che dal 1941 al 1945 il contributo dello Stato pari al 50% delle entrate fu inteso per pagare i salari del personale dell’Ente, numericamente inadeguato per una città in costante espansione demografica. Due distinti accordi nel 1940 e nel 1942 promossi per iniziativa del Prefetto di Cagliari portarono ad un accordo con lo Stato per il tramite del Ministero degli Interno che portò il contributo per legge a circa 2 milioni nel 1941 e 1942, ridottosi ad 1.249.850 nel 1943 per risalire a 5.475.000 nel 1944, 4.300,000 nel 1945 e 5.000.000 nel 1946.
Il paradosso con il quale ci si trova ad operare è il seguente, i contributi dello Stato non sono sufficienti neppure a soddisfare i costi interni dell’apparato amministrativo e il comune «non può richiedere alla Società proprietaria, l’Azienda Carboni e cioè lo Stato, il pagamento della sovraimposta sui fabbricati? Tale entrata dava al comune 2.626 lire nel 1938 e 2608 nel 1952. Ma nel 1938 i fabbricati di Carbonia ospitavano 3.131 cittadini, nel 1952 46.000 circa» […]
«Dal 1946 in poi viene a mancare a Carbonia l’intervento dello Stato nei suoi due aspetti, nell’assunzione diretta dei compiti del Comune e nei contributi integrativi del bilancio» […] «La verità che i provvedimenti legislativi del 1940 e del 1942 prevedevano la costruzione di una città e la conseguente organizzazione dei servizi per una popolazione di 20.000 abitanti mentre Carbonia nel conta nel 1946 circa 40.000» […]
Si comprende quindi benissimo la difficoltà a garantire i servizi primari che la pubblica amministrazione dovrebbe assicurare: l’acquedotto, la rete idrica, la rete stradale, etc.
Negli esercizi del 1947 e 1948 i bilanci del comune registrano un contributo di 26 e 22 milioni da parte della S.M.C.S. che sostituiscono per quelli anni il contributo statale, ma a partire dal 1948, con gli arrivi del carbone estero, il carbone Sulcis inizierà ad essere meno prezioso per l’Industria italiana, e gli effetti si manifesteranno con immediatezza, tanto da mettere in discussione la sopravvivenza dell’Azienda e il futuro della stessa città.
Per tornare al tema della impossibilità di far ricorso alla leva fiscale, nella relazione si rileva che: «La S.M.C.S. industria sovvenzionata e quasi totalmente comprensiva di ogni attività cittadina, non denuncia redditi assoggettabili all’imposta di R.M. (Ricchezza Mobile) e quindi in parte trasferibili al comune come I.C.A.P. (l’Imposta sulle industrie, commerci, arti e professioni). La sovraimposta sui fabbricati non è applicabile all’Istituto Autonomo Case Popolari dell’A.Ca.I. unico proprietario di immobili urbani».
Ma questo, a proposito del patrimonio edilizio, non era l’unico problema come si vedrà in seguito. «Con legge 12 dicembre 1954 n. 11-78 contenente i noti provvedimenti per la soppressione dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) e la riorganizzazione delle imprese controllate, dall’Istituto delle Case Popolari dell’A.Ca.I. alla S.M.C.S., e Io stesso Istituto sarà con decreto dei Lavori pubblici e in deroga al disposto dell’art. 22 ultimo comma del T.U. sull’edilizia popolare ed economica, riconosciuto come una gestione speciale della S.M.C.S. Proprio per il carattere sociale della gestione non sarà consentito alla Società Mineraria se non di provvedere alle abitazioni dei propri dipendenti ed in nessun caso verrà cosi superato la condizione di villaggio minerario e di città originaria e caratteristica di Carbonia.»
Dallo scioglimento dell’A.Ca.I. del 1954, il patrimonio abitativo, sarà gestito all’Istituto autonomo delle Case Popolari con gestione speciale della SMCS sino alla sua soppressione nel 1974, anno del passaggio della proprietà allo IACP della Provincia di Cagliari. Questo provvedimento comporterà la separazione delle proprietà abitative e quelle immobiliari del perimetro urbano allo IACP dalle restanti aree esterne, circa 500 ettari, rimasti in capo alla MCS, poi Sistemi e Spazio e divenuta all’inizio degli anni ’90, Alumix.
Una piccola digressione per ricordare quanto abnorme fosse questa situazione, agli inizi del 1991 Alumix, senza consultare l’amministrazione comunale decide di promuovere un’asta pubblica per la vendita di tutte le aree della città, in pratica era Carbonia che veniva messa all’asta. Con un’ampia solidarietà delle forze politiche e del Consiglio comunale si voto una delibera con la quale si decise di applicare un vincolo di salvaguardia su tutte le aree e l’asta fallì, ma corremmo a mio parere un pericolo serio.
Mi avvio a concludere descrivendo sommariamente per titoli, la situazione delle infrastrutture civili descritta nella relazione:
– Viabilità cittadina, degli attuali 53 km di strade interne soltanto 23 presentano una regolare pavimentazione. Delle strade che formano gli altri 30 km molte sono appena tracciate e lasciate a fondo naturale ed altre lasciate a fondo naturale ed altre ancora in completo disfacimento.
– Nessun marciapiede, ad eccezione di pochi lungo alcune vie principali e fornito di pavimentazione, ma quasi tutti sono rimasti al primitivo stato di terreno naturale.
– Depurazione: attivi 4 dei 16 percolatori.
– Rete di illuminazione: dei 53 km di strada soltanto 17 sono illuminati e 36 lasciati nella completa oscurità o raramente interrotti da mezzi luminosi privati.
– Una Rete idrica inadeguata poiché progettata con un dimensionamento definito per soddisfare, in maniera analoga per la depurazione un numero di abitanti significativamente inferiore. Non dimentichiamo che in meno di dieci anni Carbonia diviene la terza città della Sardegna per numero di abitanti e così sarà sino alla fine degli anni ’60.
Questa per brevi linee è la situazione drammatica con cui si sono dovuti confrontare i primi amministratori di Carbonia e per altri versi quelli a seguire sino ai nostri giorni, basti pensare che le problematiche derivanti dalla gestione immobiliare di proprietà pubblica, dello Stato, sono state risolte attraverso un accordo con Ligestra nel 2016, solo dieci anni fa, con un significativo impegno finanziario.
Una contraddizione quest’ultima, che ha accompagnato chi ha amministrato la città dalla sua nascita ai nostri giorni. Ma questa, come usa dire Carlo Lucarelli, nel condurre i suoi programmi d’inchiesta, è un’altra storia!

Antonangelo Casula

Il professor Gianni Fresu ieri sera, a Gonnesa, ospite della seconda serata del festival letterario “Trovare le parole” organizzato dall’associazione culturale “Radici e ali”, ha dialogato con il presidente Ennio Meloni su “Le parole di Antonio Gramsci per spiegare il mondo”. L’incontro, negli spazi del Parco s’Olivariu, ha visto la partecipazione molto interessata di una cinquantina di persone che – come hanno sottolineato gli organizzatori – hanno preferito l’appuntamento culturale alla semifinale dei campionati mondiali di calcio tra Argentina e Inghilterra.

Gianni Fresu, dottore di ricerca in Filosofia, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bò”, professore associato di Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e sociali dell’Università degli studi di Cagliari, dal 2016 al 2023 è stato professore di Filosofia politica nei corsi di laurea magistrale, specialistica e dottorato in Filosofia  presso l’Instituto de Filosofia dell’Universidade Federal de Uberlândia (MG/Brasil). Socio fondatore dell’International Gramsci Society Brasil di cui è stato Presidente dal settembre 2019 al settembre 2022. E’ membro del Collegio del Dottorato in Ricerca e Innovazione Sociale del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Cagliari. Ha esperienze di ricerca e di insegnamento nelle università di Cagliari, Urbino, all’Universidade Estadual Paulista de Marília e all’Universidade Federal de Uberlândia nel campo della Filosofia politica e della storia del pensiero politico lavorando principalmente sui seguenti temi: materialismo storico, categorie politiche della filosofia liberale, pensiero politico e filosofico nella storia del movimento operaio, fascismo e pensiero autoritario. Membro della Società Italiana di Filosofia Politica e del Comitato scientifico della Scuola internazionale di studi gramsciani, istituita da Fondazione Istituto “Antonio Gramsci”, International Gramsci Society, Casa Museo Antonio Gramsci e finanziata dalla Fondazione Banco di Sardegna. È membro e dei gruppi di ricerca “Antonio Gramsci” presso la Universidade Federal de Uberlandia e la Universidade Federal de Santa Catarina (Florianopolis), del Nucleo de Estudos e Pesquisa “Estado, Políticas públicas e práticas sociais” (Universidade Estadual de Ponta Grossa, Paraná-Brasil). Membro del Gruppo di traduzione integrale dei Quaderni del carcere dall’Italiano al portoghese dell’International Gramsci Society Brasil. Membro del Comitato scientifico organizzatore del Convegno internazionale Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo, per l’Anno Gramsciano (Cagliari 27-28 aprile 2017), organizzato da Università di Cagliari – Regione Autonoma della Sardegna – Comune di Cagliari Gramsci Lab. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione “Casa Museo di Antonio Gramsci di Ghilarza” e del Consiglio direttivo del Centro di studi internazionali gramsciani presso l’università di Cagliari Gramscilab. Membro del Comitato scientifico organizzatore del Convegno Internazionale di studi II Coloquio Internacional Gramsci As categorias teoricas de Gramsci e a verdade efetiva das coisas, Universidade Estadual Paulista, Marília (9-12 settembre 2019), São Paulo Brasil.

Gianni Fresu, inoltre, fa parte delle redazioni della “Marxismo oggi”, “Novos Rumos” (della Universidade Estadual Paulista). È membro del consiglio editoriale della Revista Urutágua – Revista Acadêmica Multidisciplinar. Universidade Estadual de Maringá (UEM) e della Rivista di filosofia, storia e scienze umane “Materialismo Storico” (Università di Urbino), “Critica Marxista” (Brasil). Membro del Comitato scientifico della collana Storia del pensiero politico italiano diretta da Salvatore Cingari per Mimesis Edizioni, Milano. Direttore scientifico dell’Archivio storico della Fondazione Enrico Berlinguer della Sardegna. Direttore del Centro interdipartimentale di studi internazionali gramsciani dell’Università di Cagliari  GramsciLab. Responsabile scientifico del Fondo Bibliografico Internazionale “Antonio Gramsci” dell’Università di Cagliari.

 

 

 

Dal 9 al 25 luglio, a Gonnesa, si terrà la prima edizione del festival letterario “Trovare le parole”, organizzato dall’associazione culturale di Gonnesa “Radici e Ali”, con la collaborazione del comune di Gonnesa e di Casa Emmaus.

In un tempo nel quale i rapporti con “l’altro” vengono, sempre più spesso, purtroppo, delegati al potere e alla forza o, addirittura, determinati dalle armi sempre più potenti e devastanti, un tempo nel quale l’utilizzo di droni e tecnologie consente di ampliare la distanza tra la vittima e il carnefice quasi che la distanza esentasse il carnefice delle responsabilità sul destino della vittima, ci pare importante dare, o meglio ridare, importanza alla comunicazione verbale, alle parole, scelte con cura per comunicare, per farsi comprendere dall’altro.
E, in un mondo sempre più denso di sollecitazioni visive e sonore, nel quale le notizie e gli avvenimenti che le generano, sorgono e tramontano nell’orizzonte della attenzione, nel giro di pochi minuti o di poche ore, le parole, se autentiche e significative, penetrano oltre la superficie e lasciano tracce più profonde.
Per chi, come la nostra Associazione, punta ad andare oltre l’emotività istantanea è quindi quanto mai importante cercare e trovare le parole per comunicare con l’altro da noi.
Durante il festival “Trovare le parole – 2026” affronteremo, in sette serate, varie sfaccettature del mondo odierno per tentare, con l’ascolto, il dialogo e l’aiuto di qualificati interlocutori, di trovarle insieme per meglio comprenderne le implicazioni.

Ennio Meloni

Presidente dell’associazione culturale di Gonnesa “Radici e Ali”

Le giornate del festival

Seconda settimana di luglio 2026

Martedì 7 – ore 11.00 – sala consiglio – Municipio, via Sant’Andrea
Breve conferenza stampa

Giovedì 9 – ore 21.00 – Villaggio Normann, piazza Villa Stefani
Presentazione del recentissimo libro “La stupidità madre dell’odio” – Palma Editore – di Ottavio Olita, giornalista, scrittore e saggista.
Dialoga con l’autore, l’editore Paolo Lusci

A conclusione della serata, a cura di “Alex cafè” sarà servita una piccola degustazione di pasta e un bicchiere di vino

Terza settimana di luglio

Mercoledì 15 – ore 21.00 – Parco comunale S’Olivariu, via Don Minzoni “Le parole di Antonio Gramsci per spiegare il mondo” di e con Gianni Fresu, professore di filosofia politica all’Università di Cagliari e direttore del GramsciLab.

Giovedì 16 – ore 21.00 – Parco comunale S’Olivariu, via Don Minzoni “Le parole per la pace” – Tavola rotonda coordinata dal giornalista e scrittore Ottavio Olita.
Partecipano: Laura Stochino, consigliera comunale di Cagliari, Fausto Durante, segretario regionale CGIL Sardegna; Matteo Meloni, giornalista, esperto di geopolitica

Venerdì 17 – ore 21.00 – Villaggio Normann. piazza Villa Stefani, “Le parole per l’ascolto dell’altro” – Tavola rotonda coordinata dalla scrittrice, saggista e operatrice culturale Eleonora Carta
Partecipano: Giovanna Grillo presidente della Cooperativa sociale Casa Emmaus; Pietro Cocco, sindaco di Gonnesa; Angelo Cui, Spi Cgil Iglesias; Francesca Mandis, psicologa e psicoterapeuta

Sabato 18 – ore 21.00 – Villaggio Normann. piazza Villa Stefani
“Le parole e l’ironia di Achille Campanile” di e con l’attore e autore teatrale Senio Dattena

A conclusione di ogni serata, a cura di “Alex cafè” sarà servita una piccola degustazione di pasta e un bicchiere di vino

Quarta settimana di luglio

Venerdì 24 – ore 21.00 – Parco comunale S’Olivariu, via Don Minzoni
Serata finale del concorso letterario “Racconto breve – 2026” avente come tema “Il lavoro”, in tutte le sue accezioni e implicazioni.
Lettura, da parte degli autori dei racconti selezionati, lettura del verbale della giuria e proclamazione dei racconti prescelti.
Presenta la serata Rossana Lebiu.

Sabato 25 – ore 21.00 – Parco comunale S’Olivariu, via Don Minzoni
Serata finale del concorso poetico “Le strade della poesia – 2026” poesie in lingua italiana a tema libero.
Lettura, da parte degli autori delle poesie selezionate, lettura del verbale della giuria e proclamazione delle poesie prescelte.
Presenta la serata Sara Marrocu

A conclusione di ogni serata, a cura di “Alex cafè” sarà servita una piccola degustazione di pasta e un bicchiere di vino

Dopo un attento intervento di riqualificazione avviato nell’aprile scorso, il Liceo classico G.M. Dettori di Cagliari è pronto a celebrare i suoi 160 anni di storia con l’inaugurazione della rinnovata aula magna Antonio Gramsci. L’evento, fissato per giovedì 13 novembre a partire dalle 9, testimonia la scommessa istituzionale sulla cultura e sulla valorizzazione del patrimonio storico cittadino, e vedrà la partecipazione importanti figure istituzionali, tra cui un rappresentante dell’amministrazione comunale cagliaritana e della Città Metropolitana di Cagliari, e l’assessora regionale della Pubblica istruzione e Cultura, Ilaria Portas. Il progetto, curato dallo Studio Dmc_architetti, con il fondamentale contributo dei tecnici della Città Metropolitana, ha restituito alla comunità scolastica e alla città uno spazio che coniuga memoria, piena accessibilità e tecnologia d’avanguardia. L’obiettivo principale nel progetto di valorizzazione è stato quello di coniugare tradizione e contemporaneità: rendere l’aula magna un ambiente funzionale, accessibile e tecnologicamente aggiornato, capace di accogliere fino a 350 persone. La filosofia progettuale ha mirato a salvaguardare gli elementi storici, come la parete bordeaux d’ingresso, affiancandoli a soluzioni moderne. Tra gli interventi principali spiccano l’abbattimento delle barriere architettoniche, l’inserimento di sedute fisse e la realizzazione di un palco polifunzionale, pensato per ospitare eventi diversi: dalle cerimonie istituzionali, agli spettacoli teatrali e musicali. La scelta dei materiali – legno di rovere e resina – e la perfetta integrazione dei nuovi impianti audio, video e di illuminazione assicurano flessibilità d’uso, risparmio energetico e un’armoniosa percezione dello spazio. Il risultato è un ambiente rinnovato, ma fedele alla sua configurazione originaria: un simbolo di appartenenza e apertura, pronto a essere punto di riferimento per l’educazione, l’arte e la comunità.

«L’aula magna, con la sua nuova veste, torna a essere il cuore pulsante del Dettori. Non è solo una struttura, ma il simbolo di un’appartenenza che si proietta nel futuro – ha dichiarato la dirigente scolastica, Monica Ruggiu– . Vogliamo che sia un luogo di confronto e di crescita, dove i nostri studenti possano coltivare la curiosità, la critica e la libertà di pensiero, in continuità con la grande tradizione del nostro liceo, da 160 anni punto di riferimento per la diffusione del sapere classico e per la costruzione di una cittadinanza consapevole e attiva.»

Sono trascorsi più di 40 anni dalla scomparsa di Pietro Doneddu (30 novembre del 1984) e più di 100 anni dalla sua nascita, eppure le due ricorrenze entrambe nel 2024 sono passate inosservate nella nostra città, anche a chi scrive oggi queste righe. Questo scritto, non rimuove evidentemente “un’innocente dimenticanza”, ma vuole essere un modesto contributo per riproporre all’attenzione una figura che nella storia cittadina – come vedremo – non è stata effimera, ma ha lasciato un segno concreto del suo passaggio, nelle diverse attività in cui si è cimentato. Pietro Doneddu, confidenzialmente Piero per amici e compagni, era nato a Pattada il 10 ottobre del 1924, giunge a Carbonia negli anni ’50 docente al Liceo Classico Antonio Gramsci come professore di Storia e Filosofia.

Gli anni ’50 per la Città di Carbonia furono particolarmente drammatici, le difficoltà insorte nel settore carbonifero dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale e la costituzione della CECA, subirono un ulteriore accelerazione nel 1955, con il provvedimento delle Superliquidazioni promosso dalla Carbosarda, al quale seguì negli anni successivi, una fortissima emorragia degli occupati, con una ripresa dei flussi di emigrazione verso le Miniere dell’Alta Lorena in Francia, della Vallonia in Belgio e della Ruhr in Germania e nelle città del triangolo industriale del Nord Italia. Nonostante tutto ciò Carbonia rimarrà per almeno un altro decennio la terza Città della Sardegna, con un destino sempre in bilico tra speranza di riscatto e il pericolo di venire cancellata, rischio scongiurato dalla realizzazione del Polo Industriale di Portovesme.
E’ in questa cornice drammatica, che matura la scelta di Doneddu di aderire al Partito Comunista Italiano tanto da diventare in pochi anni, uno dei più autorevoli rappresentanti nelle battaglie per l’Autonomia e la Rinascita della Sardegna. Viene candidato ed eletto alle elezioni comunali del 27 maggio 1956 è nominato assessore comunale di Carbonia in una giunta guidata da Pietro Cocco. L’esperienza di assessore dura sino alla data delle dimissioni da sindaco di Pietro Cocco il 18 novembre 1958 per ricoprire l’incarico di segretario regionale della CGIL, e in sua sostituzione Doneddu viene eletto sindaco il 24 novembre del 1958.
Le dimissioni di Cocco e l’elezione di Doneddu sono sostanzialmente legate alle dinamiche politiche interne al PCI di quegli anni, in questo ebbero un peso rilevante in questo, gli avvenimenti internazionali, il loro riflesso su scala nazionale e locale: il rapporto Kruscev al 20° congresso del PCUS, i fatti di Ungheria e l’VIII Congresso del PCI nel 1956, i cui effetti, complice anche un arretramento del PCI alle elezioni regionali del 1957, produssero un avvicendamento nel gruppo dirigente comunista sardo. Velio Spano venne sostituito nell’incarico di segretario da Giovanni Lay, nel contempo si affermò un nuovo gruppo dirigente legato a Renzo Laconi, del quale lo stesso Doneddu era espressione. Ne ho ricevuto riprova da Ugo Piano al quale il suo amico Piero, aveva riferito di aver ricevuto proprio da Laconi gli stimoli e la sollecitazione per un impegno politico militante nelle fila del PCI. Doneddu viene rieletto Sindaco alle elezioni comunali del 1960 e rimane in carica sino alla data delle sue dimissioni il 17 luglio del 1963, motivate dall’esigenza di dedicarsi interamente alla professione. Verrà sostituito nell’incarico da Antonio Saba.
Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni momenti significativi della sua esperienza alla guida del Comune, sono gli anni dell’avvio del primo Piano di Rinascita della Sardegna per il quale il contributo del comune di Carbonia e dei suoi cittadini è stato rilevantissimo. Il richiamo di questa aspirazione è sempre stato presente nelle sua azione politica, dove Carbonia come nella sua tradizione, svolge un ruolo e una funzione che supera i suoi confini amministrativi, ne sono una testimonianza i suoi interventi in particolare quello pronunciato in occasione della posa della prima pietra della Supercentrale di Portovesme: «Questo problema ora può essere affrontato e può essere risolto, con la creazione di nuove attività industriali che traggano dal basso costo dell’energia la convenienza all’installazione dei loro impianti in questa zona. E’ una vecchia aspirazione di Carbonia e del Sulcis la realizzazione di un’area di sviluppo industriale sulla base della legislazione per il Mezzogiorno che promuova il sorgere di nuove attività e operi perché si trasformino le condizioni economiche e sociali di questi centri».
Si trattava dell’oramai imminente realizzazione dell’area industriale di Portovesme, questo obiettivo costituiva per lui un assillo costante, ne ricaviamo conferma dall’ascolto di uno dei pochi documenti audiovisivi che lo riguardano, un’intervista al rotocalco settimanale d’inchiesta della Rai, TV7, reperibile sul Web, dal titolo “Sardegna-Carbonia: la città del carbone sbagliato”.
Si tratta di una speranza che in concreto guardava lucidamente agli avvenimenti in corso sulla scala nazionale, di lì a poco nel 1962 avverrà la nazionalizzazione dell’energia con la nascita dell’ENEL e sempre nello stesso anno avrà inizio l’attività dell’ EFIM (Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere) alla cui guida verrà chiamato l’avvocato Pietro Sette, già presidente della Carbosarda, dalla cui costola in seguito nasceranno Alsar ed Eurallumina, le principali aziende per la produzione dell’alluminio primario in Italia.
E’ sufficiente, infatti, scorrere le cronache dei giornali dell’epoca (in particolare sulla pagina regionale dell’Unità) per avere conferma del ruolo decisivo dei minatori di Carbonia, per la costruzione della Supercentrale e la realizzazione del Polo Industriale di Portovesme. A questo proposito, vorrei segnalare un inchiesta giornalistica sulla Sardegna a cura di Indro Montanelli, in un capitolo dal titolo: La Supercentrale, nella quale il giornalista, si esprime con un tono non proprio benevolo a proposito di Carbonia e del suo destino, ne ripropongo fedelmente alcuni stralci, l’incipit non è dei più promettenti: «La città a cui esso ha dato il nome è la più triste e squallida di tutta la Sardegna. La investe e la scuote il forte vento dell’Ovest, che vi si carica di un pulviscolo giallo. Sembra qualcosa di mezzo fra un concentramento di profughi e un albergo mal costruito. Le case sono nere e sordide, con l’intonaco che cade a brandelli sotto gli schiaffi del libeccio. Unica nota umoristica, ma che evoca più il ghigno che il sorriso, l’insegna di un caffè che, da “Caffè dell’Impero”, è stata epurata in “Caffè del Pero” per risparmiare la vernice».
In un altro capoverso, però, si sofferma sulla figura del sindaco e si pronuncia con toni davvero lusinghieri nel modo seguente: «Chiudere tutto significa condannare a morte Carbonia: che è una brutta città, costruita sul nulla, ma dove, dei 47.000 abitanti del ’51, ne sono ancora rimasti 35.000. Il sindaco è un professore di scuola media comunista, Doneddu, e bisogna onestamente riconoscere che, nelle condizioni peggiori, amministra nel modo migliore. Il borgo è povero. Vive di seimila occupati e di cinquemila pensionati. Eppure possiede l’ospedale e le scuole meglio tenute dell’isola. Dico malvolentieri queste cose, ma debbo dirle, a monito di tante amministrazioni democristiane che, in condizioni molto più vantaggiose, non sanno fare altrettanto (eppoi si arriva ai risultati elettorali che sappiamo)».
La famiglia Doneddu si è distinta in città a partire dai primi anni ’60, anche per la sua attività imprenditoriale, infatti conclusa l’esperienza amministrativa, coniuga il ritorno alla sua precedente attività professionale che era l’insegnamento, con la conduzione di un’azienda agricola, ubicata nell’agro del comune di San Giovanni Suergiu e destinata alla produzione di pollame da carne e produzione ovicola e un’altra linea dedicata all’attività florovivaistica. Rimarrà impegnato in questa attività sino alla sua scomparsa. Nonostante il distacco netto dall’impegno politico, Doneddu ha mantenuto costante nel tempo, il suo impegno sociale e civile con un attenzione particolare verso situazioni di fragilità attraverso l’interazione con l’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza) al quale, con assiduità effettuava delle donazioni materiali da destinare agli strati di popolazione più povera e bisognosa del Comune.
Era dotato di un profilo intellettuale e di una sensibilità culturale molto elevati, è sua la decisione, tra i primi in Sardegna, di istituire nel 1959 la Biblioteca Comunale, concorrendo, con un importante contributo personale, alla donazione di 4.000 volumi circa. La decisione assunta dalla Giunta a guida di Giuseppe Casti nel 2016 di intitolare al suo nome la Biblioteca Comunale di Carbonia, è stato un riconoscimento tangibile della sua opera e una decisione apprezzabile e appropriata.

Tra le principali passioni coltivate da Doneddu vi è stata inoltre l’archeologia, ne fornisce un’accurata descrizione nella guida del Museo Archeologico di Villa Sulcis, Luisa Anna Marras: «Quindi oltre ai materiali riferibili agli scavi di Monte Sirai, gli altri due nuclei espositivi più consistenti del Museo sono rappresentati dalle collezioni Doneddu e Pispisa. Si tratta di due interessanti e cospicue raccolte, composte da oggetti cronologicamente e tipologicamente assai diversi tra di loro, rinvenuti in scavi archeologici o recuperati più o meno avventurosamente da scavi clandestini, oppure frutto di raccolte di superficie effettuate durante decenni di ricerche, L’origine di tutti questi materiali è prevalentemente di ambito sulcitano [… ] La collezione Doneddu è composta da circa duecento oggetti riferibili a diversi ambiti culturali e cronologici. Raccolti dal Prof. Pietro Doneddu, un tempo anche Sindaco di Carbonia, alla sua scomparsa i materiali sono stati donati a Museo dalla famiglia».
Al di là delle cronache dei giornali dell’epoca, non sono disponibili che poche testimonianze scritte a sua firma, tra le quali segnalo, “Carbonia Città di domani” pubblicato nell’edizione Speciale di Rinascita Sarda del 1958 dedicata ai vent’anni di Carbonia (di cui alleghiamo copia del testo) e del discorso inaugurale per la cerimonia della posa della prima pietra della Supercentrale di Portovesme. Scrisse due volumetti, entrambi per conto di Loescher editore Torino, dal titolo: “La produzione mineraria in Italia” e “Le foreste in Europa”, disponibili nella Biblioteca Comunale.
Ho scritto questo breve ricordo con un auspicio e un invito – che vale innanzitutto per me stesso – rivolto a rinnovare l’attenzione sulle principali vicende vissute della nostra città e delle tante personalità che si sono distinte in positivo in tempi difficili della sua breve storia. E la figura Pietro Doneddu è stata indiscutibilmente tra queste.

Antonangelo Casula

 

Discorso del sindaco di Carbonia prof. Pietro Doneddu in occasione della cerimonia della posa della prima pietra del complesso elettrico del Sulcis

Eccellenze, Onorevoli, Signor Presidente della Carbosarda, Signore e Signori, Lavoratori di Carbonia e del Sulcis, io ho l’onore di esprimere oggi qui la soddisfazione della nostra città per l’opera che si inizia.
La nostra città del lavoro saluta questo giorno che permette il termine di un lungo periodo di difficoltà, di insicurezza per il lavoro dei suoi operai, di sacrifici per la sua popolazione, di strettezze per la sua economia, di attese e di delusioni.
La nostra città saluta il complesso che sorge e che può porre le condizioni perché muti una triste realtà e nuovi orizzonti si schiudano per il nostro avvenire.
Oggi si avviano concretamente a soluzione i problemi dell’utilizzazione integrale del carbone, dell’assestamento dell’Azienda e della stabilità del lavoro dei dipendenti.
Ed è un gran passo questo nella storia della nostra comunità operaia e della Sardegna. Un primo passo, fondamentale, necessario perché si possano affrontare e risolvere i gravi problemi di questa nostra terra e della nostra gente e in primo ordine il problema della creazione di posti di lavoro per le diverse migliaia di disoccupati di Carbonia e degli altri centri del Sulcis e per l’assorbimento delle nuove leve del lavoro.
Questo problema ora può essere affrontato e può essere risolto, con la creazione di nuove attività industriali che traggano dal basso costo dell’energia la convenienza all’installazione dei loro impianti in questa zona. E’ una vecchia aspirazione di Carbonia e del Sulcis la realizzazione di un’area di sviluppo industriale sulla base della legislazione per il Mezzogiorno che promuova il sorgere di nuove attività e operi perché si trasformino le condizioni economiche e sociali di questi centri.
A tal fine non può bastare l’intervento sia pure generoso dell’Istituto Regionale, si ha bisogno della più larga capacità dello Stato, ed è giusto sia esercitata nel quadro di attuazione del Piano di Rinascita per la Sardegna, nel cui progetto, invece, non è prevista un’area di sviluppo per il Sulcis. E’ giusto che questa lacuna venga colmata e che abbia inizio qui la strada della Rinascita Sarda.
Su questa strada faticosa che il popolo sardo deve percorrere per rinnovare la sua realtà economica e la sua realtà umana, Signor Presidente della Regione, saranno in cammino insieme agli altri sardi i nostri operai spinti dalla loro sete di giustizia e forti della loro coscienza autonomistica.
Onorevole Ministro, io La ringrazio di essere venuto qui tra i nostri minatori e così ringrazio tutti quanti sono venuti qui e hanno voluto prendere parte al risorgere delle nostre speranze; e mi dispiace non poter rivolgere, perché sarebbe troppo lungo, il ringraziamento segnatamente a tutti, e Le assicuro Signor Ministro che i nostri operai, i nostri tecnici, tutti i cittadini del nostro Paese, vogliono avere nel complesso termoelettrico che oggi si inizia a realizzare, uno strumento per legare il loro contributo di lavoro, di intelligenza, di responsabilità, all’attività che nelle altre parti d’Italia si sviluppa per raggiungere una comune prosperità.
Amici operai tecnici, voi avete estratto il carbone quando l’Italia rovinata dalla guerra ne aveva bisogno per alimentare i resti dei suoi impianti industriali e per rimuovere le sue macchine; l’avete estratto anche quando il nostro carbone è stato deprezzato e respinto; estraetelo d’ora in avanti, con maggiore energia e con fierezza per dare alla nostra isola la forza per la sua rinascita e per consentirle di avanzare verso i livelli delle regioni più progredite e fortunate.
Portovesme 30 ottobre 1960

 

“Unità, Lavoro, Pace” è l’evento di due giorni che la Federazione Sulcis Iglesiente del Partito Comunista Italiano organizzerà per il 29 e 30 agosto, a Gonnesa, presso il Parco comunale S’Olivariu. L’evento proporrà una riflessione su alcune tematiche particolarmente rilevanti in questa fase storica.
A partire dalla parola Unità, che richiama i valori di lotta del mondo del lavoro e della classe lavoratrice per un’alternativa di società, oltre che nome di quel giornale che fu l’”Unità” fondata da Antonio Gramsci, segretario generale del Partito Comunista d’Italia, proseguendo fino al tema della Pace e della Scuola, verrà dato un contributo di riflessione assieme a tante personalità, associazioni ed esponenti di diverse organizzazioni politiche e a mantenere così vivo il dibattito politico e culturale sui temi proposti.
Non mancherà una forte attenzione per la situazione in Palestina, soprattutto a Gaza, con la partecipazione e l’intervento di rappresentanti della Comunità Palestinese Sarda.
Sarà presente il segretario nazionale del PCI, Mauro Alboresi, il quale interverrà sabato 30 alle 19.30.

Nel ricordare Mario Melis, le mie riflessioni riguardano il suo lascito politico, culturale e morale. Questo lascito appartiene innanzitutto ai familiari: essi ne sono i primi custodi. Appartiene al partito, il PSd’Az, in cui ha militato un’intera vita. Ma non solo a loro. Il patrimonio di idee e di coerenza morale di Mario Melis appartiene, a ben vedere, all’intero popolo di Sardegna e alle future generazioni, come è accaduto per i grandi sardi del secolo scorso che hanno saputo farsi guida e che hanno saputo connettere, idealmente e operativamente, la visione e l’azione nella loro terra, con le classi e i popoli, ovunque essi fossero, che lottano per affrancarsi da una condizione di subalternità.

Si può affermare che Mario Melis abbia assegnato una missione alla sua vita pubblica: agire per l’emancipazione del popolo sardo «con la fede profonda – sue parole – negli ideali che, da sudditi, ci fa cittadini e, da oggetto, soggetti e protagonisti». Soggetti e protagonisti della propria storia, s’intende, con la propria identità etnoculturale «aperta alle correnti di pensiero e alle problematiche di respiro europeo e mondiale». Per questa missione ha impegnato ogni sua energia.

La sua azione politica è stata alimentata dalle grandi correnti culturali dell’autonomismo e del federalismo, dei federalisti americani e dei pensatori europei e, soprattutto italiani: da Carlo Cattaneo a Altiero Spinelli e Ernesto Rossi.

A queste grandi correnti autonomiste e federaliste hanno dato un «vigoroso apporto – per dirla ancora con le parole di Mario Melis – insigni politici sardi», da Giovanni Battista Tuveri a Camillo Bellieni, da Giorgio Asproni a Emilio Lussu. Mario Melis include Antonio Gramsci tra i suoi riferimenti culturali federalisti: si riferisce al Gramsci dell’alleanza fra gli operai del Nord e dei contadini meridionali, sardi e siculi e della Repubblica federativa come tratteggiate nelle riflessioni sulla questione meridionale. Di autonomismo e federalismo ha avuto i primi maestri in casa: i fratelli maggiori, Giovanni Battista e Pietro che lo hanno iniziato al sardismo e alla militanza nel PSd’Az.

L’autonomismo e il federalismo, per le ragioni generali e fondamentali, costituiscono una prospettiva politica di crescente attualità̀ e utilità̀ per il nostro tempo. I principi dell’autonomia e del federalismo cooperativo, infatti, sono fondativi di una teoria e di una prassi portatrici di soluzioni positive dei problemi più̀ critici della società̀, del presente e del futuro: la pace tra gli stati e i popoli, il controllo democratico della globalizzazione dell’economia, il governo delle grandi questioni planetarie come la protezione dell’ambiente, le disuguaglianze regionali e territoriali, la qualità̀ della democrazia.

Vi è qui un primo lascito rilevante del pensiero e dell’azione di Mario Melis.

Più propriamente: che cosa sono l’autonomismo e il federalismo in Mario Melis?

Il discorso sull’Autonomia di Mario Melis, come si riscontra nei maggiori intellettuali e capi politici che si collocano in questa corrente, è profondamente radicato nella cultura del popolo sardo, esprime coscienza e capacità di decisione su come si vuole vivere in un territorio specifico per civiltà e storia e al quale si è intimamente legati.

L’Autonomia non è mai ridotta a pura forma giuridica, vuoto involucro istituzionale, bensì̀ è innanzitutto discorso umanistico, perché rimanda a una condizione di inveramento, al grado migliore, della libertà delle persone e di un popolo.

L’Autonomia è innanzitutto “appropriazione” (è un termine usato da Mario Melis) delle risorse che ci appartengono (paesaggio, storia, lingua): appropriazione non egoistica ma rispettosa, collettiva e partecipata; appropriazione che non tenda a consumare quelle risorse, bensì a comprenderle per quel che sono e dunque a rispettarle ed espanderle condividendole in una dimensione sociale e umanistica. Riflettiamo sul fatto che Mario Melis era un giurista (come Emilio Lussu) ma (ancora come Emilio Lussu) era fortemente interessato alla cultura, all’ambiente, al paesaggio, alla lingua sarda e al bilinguismo perfetto che considerava «quasi sintesi dell’intera questione sarda [e] elemento di coagulo della riscoperta e riappropriazione della identità». Era interessato, in definitiva, ai valori e alle cose che danno sostanza all’Autonomia.

L’Autonomia è un’espressione di libertà, il cui soggetto è la comunità̀ sarda, che, come afferma un illustre storico del diritto, Italo Birocchi, si manifesta nella libertà da ogni vincolo che non sia accettato per il bene comune e non sia necessario ai fini del riconoscimento della coesistenza dei pari diritti altrui, e nella libertà di autogoverno, intendendo per tale la facoltà̀ di darsi norme e istituzioni idonee alla costruzione del futuro del popolo sardo e idonee a provvedere alla conservazione e potenziamento delle sue risorse materiali, culturali e storiche, in una prospettiva di sviluppo e innovazione creativa. L’Autonomia, così intesa, come la intendeva Mario Melis, si risolve, dunque, in una forma di democrazia.

Per i suoi caratteri più̀ propri l’Autonomia non ha niente a che vedere con il passatismo o la separatezza. Non è passatismo perché́ non guarda alla storia con nostalgia per alimentare ideologie di conservazione, ma per acquisire la consapevolezza necessaria per guardare dinamicamente all’oggi, per progettare. Non è separatezza perché l’Autonomia è storicamente e necessariamente rapporto con altri: mira ad aggregare e non a separare o a separarsi.

L’Autonomia è anche responsabilità. S’intende che è capacità di utilizzare al meglio i poteri di cui già si dispone, per espandere la democrazia. E s’intende che è capacità di utilizzare al meglio le risorse: sono sempre più insostenibili, oltre che riprovevoli, i comportamenti di irresponsabilità nella spesa: tanto qualcuno pagherà comunque il conto.

Al riguardo, Mario Melis affermava: «Commetteremo un errore imperdonabile se non ci interrogassimo sul nostro modo di fare autonomia o più semplicemente amministrazione; se non 3 indagassimo sulla parte di responsabilità che ricade su di noi nel prodursi della crisi nella sua globalità». Il suo giudizio è molto critico: «L’Autonomia regionale [salvo brevi stagioni] è stata gestita nella logica del giorno per giorno, storditamente, in un procedere discontinuo, contraddittorio. Traguardi, che, al di là delle frasi fatte, ma vuote di contenuti ed elaborazione, avremmo dovuto perseguire non sono stati realizzati». Si riferisce agli esiti di decenni di esercizio dell’Autonomia speciale.

L’Autonomia responsabile è contro la demagogia: «Io penso – dichiara Mario Melis, rivolgendosi innanzitutto al suo partito riunito nel congresso – che il pericolo maggiore cui vada incontro un politico e, in fondo, la classe politica, sia quello di abbandonarsi agli slogan, alle frasi fatte, utili senza dubbio per lanciare messaggi, per riassumere, in sintesi, concetti complessi, ma inidonea a proporre, da sole, un serio, articolato e razionale programma politico. Con gli slogan si rischia la mitizzazione miracolistica, scoprendo poi che si dispone solo di scatole vuote».

Ho accennato all’ idea di Autonomia come coltivata da Mario Melis. Accenno, ora, al federalismo come emerge nel pensiero di Mario Melis. Autonomia e federalismo, beninteso, non sono separati: si presuppongono, s’integrano, in quanto realizzano l’affermazione della dignità di un popolo e, insieme, il rispetto dell’altro e del diverso, riconoscendosi negli stessi valori di fondo.

Dobbiamo interrogarci su quale modello di federalismo. Mario Melis non ha ignorato, né eluso, né è stato evasivo su questo cruciale punto. In un intervento sull’auspicata Unione federale dell’Europa, ha riassunto la questione nei suoi termini essenziali: «Si discute se all’origine del patto federale debba individuarsi la solidarietà e, in ultima analisi un reciproco impegno di fedeltà, o più un semplicemente un contratto, volta a realizzare al meglio i rispettivi interessi dei contraenti che restano pertanto liberi di recedere una volta che questi siamo stati raggiunti. Pur senza contestare la rilevanza delle motivazioni che supportano la seconda ipotesi, si osserva che a legittimarla resta solo la logica del mercato: la logica del più forte». Il punto in discussione, un punto conflittuale, riguarda l’idea di Stato e di società che essa implica. Giova sempre tenere presente che le teorie politiche, o più semplicemente economiche, non sono mai neutrali, in quanto supportano diverse visioni dei rapporti sociali e del rapporto fra cittadino e istituzioni pubbliche. Così è anche per il federalismo ormai largamente applicato nel mondo, ma secondo valenze sociali molto differenti fra loro, in particolare per la componente fiscale, questione cruciale per l’acceso paritario ai diritti di cittadinanza indipendentemente dalle condizioni sociali e dal luogo dove si vive.

Quando Mario Melis afferma: «Federalismo che cos&’è, se non solidarietà?» indica un preciso modello di federalismo: quello basato sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla responsabilità dei soggetti federati «in vista, non tanto e non solo di particolari obiettivi, quanto del reciproco bisogno di mettere insieme i comuni valori che, pur senza confondersi, divengono patrimonio e forza di entrambi».

Il federalismo in Mario Melis è in relazione con l’indipendentismo. Non tralascio questo nodo delicato. Il foedus, il patto fra eguali, passa per l’indipendenza: rendersi indipendenti 4 e poi unirsi attraverso la federazione, questa era la sua idea in coerenza con il programma fondamentale del Psd’Az. Questa enunciazione di principio non ne ha distolto, però, l’attenzione e l’impegno dalle riforme, a partire da quelle costituzionali, che, senza percorrere l’impervio sentiero dell’indipendentismo, avvicinano l’obiettivo finale della federazione nella Repubblica. Anzi, così a me sembra, l’impegno politico maggiore era profuso nella seconda direzione. Così, nel dibattito sulle dichiarazioni programmatiche del Governo Craxi, agosto 1983 – per la prima volta, da giovane deputato, mi accadeva di ascoltare un discorso di Mario Melis – mentre riafferma il nesso fra federalismo e indipendentismo, si diffonde e ben più ampiamente, sulle riforme. Pone il tema, fondamentale, della partecipazione delle autonomie alle sedi decisionali centrali. Afferma che affinché «le Regioni abbiano un ruolo, esse debbono contare nel momento formativo della volontà legislativa e delle grandi scelte sia in politica estera che interna, come nel governo e nella programmazione dell’economia». Con questo obiettivo, propone «in sede di riforma costituzionale, la trasformazione del Senato in Camera pariteticamente rappresentativa delle Regioni e anche delle altre nazionalità presenti in Italia» (pariteticamente, sull’esempio del Senato Usa). Propone la riforma della Corte costituzionale, che «oggi nella sostanza è un giudice di parte e quindi non è un giudice, e dovrà essere integrata da giudici eletti dalle rappresentanze regionali quando è chiamata a risolvere problemi di conflitti tra Stato e Regioni. Tutte le moderne democrazie così si atteggiano…». E poi colpisce sui corposi problemi della riduzione dei gravami militari, dei trasporti e della rivendicazione storica della zona franca. Emerge il dirigente politico avveduto che lancia ponti verso altre forze federaliste o regionaliste per cogliere risultati, anche parziali, che segnino passi in avanti nella trasformazione in senso federale della Repubblica.

Mario Melis è stato un convinto militante della causa dell’Unione politica e federata dell’Europa. Durante il suo mandato al Parlamento europeo cade l’ordine mondiale fissato a Yalta, si dissolve l’Unione Sovietica, i Balcani sono insanguinati da orribili guerre. «L’angoscia delle popolazioni croate, massacrate dalla violenza dell’esercito serbo, sono la testimonianza più drammatica di quanto intendiamo lasciarci alle spalle per costruire, nella solidarietà e nella pace, una nuova e più grande patria». La nuova e più grande patria è l’Europa unita: questa è l’aspirazione che ci propone. Ogni passo in avanti in questa direzione è buono. Perciò è favorevole alla nascita della Banca centrale europea e alla moneta unica che vede come passaggi intermedi verso l’Unione politica. Ha una precisa idea dell’Unione politica europea: «Non l’Europa degli Stati, non l’Europa dei partiti (che dovranno ovviamente svolgere un ruolo di confronto e di costruzione democratica), ma l’Europa dei popoli, di tutti i popoli. Questi non possono essere valutati soltanto in virtù del loro peso numerico ma devono essere accettati per il contributo di civiltà che sono in grado di offrire. Noi crediamo che l’Europa degli Stati non saprà uscire dalla logica del mercato…».

Divenne presidente della Regione una prima volta nel 1982, per circa due settimane e poi si dimise perché non c’erano le condizioni politiche per andare avanti. Nel 1984 divenne presidente della Regione per la strada maestra, grazie al forte successo del PSd’Az e alle scelte lungimiranti del PCI. La presidenza di Mario Melis fu l’esito politico naturale di un 5 lungo processo alimentato da movimenti di massa del decennio precedente: le lotte per i territori interni e per rompere le condizioni di arretratezza a partire dalla innovazione del sistema produttivo regionale, con uno spazio ampio assegnato alla riforma agropastorale, alle risorse locali e alla piccola media impresa. Era un grande movimento di massa che reclamava anche il cambio della direzione politica della Regione. Di quel periodo ha scritto Mario Melis che sin dal suo costituirsi: «La giunta e il suo presidente furono investiti da un tumultuoso accavallarsi di critiche (non disgiunte da velate ed esplicite minacce) provenienti dai più autorevoli esponenti della maggioranza di governo». Mario Melis rivendica il confronto paritario con il governo. Non esitò a convenire in giudizio il ministro pro tempore della Difesa, Spadolini, quando l’ammiragliato di La Maddalena infranse le norme sull’edificazione. Ma fu capace di aprire rapporti positivi con il governo, ottenendo risultati rilevanti nella riduzione dei gravami come la restituzione di 2.500 ettari di territorio controllato dall’amministrazione militare, la sospensione delle esercitazioni militari durante la stagione estiva. Concluse positive intese per la soluzione del contenzioso sulle entrate. Né meno impegnativo fu il confronto per affermare la competenza regionale nel vasto campo dei beni paesaggistici ed ambientali. Con la sua giunta la disoccupazione fu ridotta di 5 punti percentuali, si varò il piano per l’occupazione giovanile; si registrò un saldo nettamente positivo nel totale delle imprese attive, si creò il consorzio 21 per la promozione di imprese innovative; si promosse l’innovazione tecnologica. Si varò una legislazione avanzata e coraggiosa per la tutela delle coste: queste furono salvate dalla cementificazione, soprattutto da quella giunta. Si fecero leggi anticipatrici sulla trasparenza e sul suo procedimento amministrativo. L’esito delle elezioni regionali del 1989, seppure registrando una perdita di consiglieri nelle file del PSd’Az e del PCI, non fu la sconfitta di quella coalizione. Il risultato consentiva la prosecuzione dell’esperienza di quella coalizione. Non accadde perché a Roma le segreterie dei partiti al Governo, Craxi in modo particolare, ne impedirono la prosecuzione.

Mario Melis ha onorato gli uffici pubblici ricoperti. A partire dal Comune. È stato sindaco di Oliena per circa 20 anni. E poi in Regione e nei Parlamenti repubblicano ed europeo. Ha interpretato le cariche con la consapevolezza della responsabilità di rappresentare sempre una comunità e, da Presidente della Regione, un intero popolo. Lo ha fatto con il senso del dovere verso chi questa rappresentanza gli ha affidato confidando che fosse riposta in buone mani. Non è venuto meno a questo dovere. E lo ha fatto al meglio, con onestà nel pubblico e nel privato, con fermezza e con grande carisma. La gente comune traeva fierezza, vorrei dire: orgoglio, dal sentirsi così rappresentata: era il presidente dei sardi, non solo della Regione Autonoma della Sardegna. Penso che stia qui, nella tensione morale riversata nella funzione pubblica, un altro grande lascito di Mario Melis alle giovani generazioni della Sardegna: un lascito attuale, dunque, cui guardare e applicare nella società di oggi segnata da profonda crisi di fiducia nel rapporto fra cittadini e istituzioni.

Salvatore Cherchi

1 Premonizioni
Bacu Abis è un centro di 1.673 abitanti, situato nella Sardegna sud-occidentale. A vederlo oggi, può apparire come uno dei tanti villaggi che presentano il fenomeno delle dismissioni industriali e del cosiddetto “post minerario”, con le tracce sopra la terra che evocano ciò che accadeva sotto. Può manifestarsi anche come periferia della città di cui è in parte figlia e in parte madre. Può rivelarsi come luogo che marca un territorio extra urbano in cui gli usi del suolo per i trasporti minerari giungevano fino al mare andando oltre, in un’ampia rete di relazioni industriali che sorgevano e si estendevano. Può affacciarsi come borgo in cui le esperienze agro-pastorali s’intrecciavano con quelle industriali, ma anche come luogo corale che al momento fa comparire un di più degli abbandoni, in vista solo per chi scruta volendoli conoscere in profondità ai fini di una possibile riattivazione economica e culturale: di un nuovo modo di riabitarvi e di riabitare armonicamente, proprio nelle aree di sofferenza e di bellezza delle persone dei territori, regionali e nazionali. Può comparire perfino un possibile cambiamento nelle direzioni di nuove creatività che muovono dalla periferia per invadere il centro, sospendendo vecchie catene gerarchiche con un protagonismo delle persone marginalizzate che vogliono partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro. Tuttavia, in tali territori ora infragiliti è impensabile una ripresa esclusivamente autonoma senza grandi politiche nazionali ed europee, capaci di realizzare provvedimenti tarati sui luoghi: sulle conoscenze e sulle abilità delle comunità locali.
Andare a Bacu Abis consente di situarsi nei paesaggi neri ai margini di Carbonia, città di fondazione fascista che l’ha inglobato. Permette di vedere la città da una delle sue numerose periferie in cui emerge una rara particolarità. Bacu Abis, infatti, offre l’opportunità di andare oltre le pietre dell’urbanizzazione detta razionalistica o “a bocca di miniera” o da “company town”, com’è stata ripetutamente chiamata.
Autorizza a vedere nell’urbanizzazione la pianta piramidale autoritaria che congiunge la terra, sotto e sopra, marcando le gerarchie relazionali che l’asettica etichetta di razionalismo cela, tacendo le disposizioni sociali verticali assegnate dal razionalismo fascista. Fa apparire vistosamente invece, per esempio, la gerarchica zonizzazione dell’abitare: dall’apice delle villette riservate ai dirigenti, discendendo alle case per gli impiegati per giungere fino a quelle per gli operai.
Da Bacu Abis si vede meglio il profilo del dominio industriale che il regime fascista intendeva imprimere al territorio agro-pastorale, in cui la città era edificata, negando la realtà rurale che sosteneva e abbracciava la città. La prova più concreta si trova nel discorso con il quale Mussolini inaugurò Carbonia il 18 dicembre 1938. Egli parlò di una «landa quasi deserta» in cui la città era stata costruita. In realtà ben nove Comuni erano stati istituiti nel territorio del Sulcis, prima di quella nascita: Giba, Gonnesa, Narcao, Palmas Suergiu, Portoscuso, Santadi, Serbariu, Teulada, Tratalias.
Bacu Abis concede di pensare alla parte della città ancora non nata prima del fascismo e al suo carbone, usato per una industrializzazione non ancora bellicista-imperialista e non ancora razzista, come emerse nel biennio 1936-1938 dalla proclamazione dell’impero fino alle leggi razziali.
Cercando le miniere carbonifere del Sulcis nelle fonti archivistiche, possiamo muoverci fra i permessi di ricerca e le successive concessioni per gli scavi carboniferi che ci restituiscono la prima rete di siti estrattivi caratterizzante il territorio carbonifero, prima del fascismo. Quintino Sella nell’Inchiesta del 1871 riferiva che la miniera di Bacu Abis era stata concessa alla Società Tirsi-Po nel 1853 con un’estensione di 400 ettari, mentre, nello stesso anno e con la stessa estensione, per quella di Terras de Collu aveva ottenuto concessione la Società Timon-Varsi. La Relazione di questo deputato diceva già molto nel suo titolo Sulle condizioni dell’industria mineraria nell’isola di Sardegna. Relazione alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Corredata da una carta mineraria con l’indicazione delle miniere in esplorazione e concesse fino al 1870, l’indagine si occupava delle condizioni dell’industria.
Per mettere in luce le condizioni dei lavoratori, pare però necessario volgere primaria attenzione verso gli Atti della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni degli operai della Sardegna del 1911 e verso i due centri carboniferi di Terras Collu e Bacu Abis, entrambi facenti parte del Comune di Gonnesa, data la rilevanza che tali luoghi assumono nell’indagine e anche nel corso della difficile modernità industriale, occidentale e mondiale. Questa indagine seguì una serie di eccidi: quelli di Buggerru del 1904 con 3 morti e quelli di Gonnesa del 1906, con 2 morti a Nebida e 3 nella stessa Gonnesa, fra i quali una donna, Federica Pilloni.
I morti, i feriti, gli arresti, determinarono la decisione di precisi accertamenti istituzionali sulle condizioni che avevano generato quei drammatici fatti. Nel corso di tali verifiche incontriamo una folla di nuovi e importanti protagonisti della moderna industrializzazione che si realizzava nell’Isola e in Italia: imprenditori, sindaci, medici, lavoratori, tanto per citare i principali. Dal punto di vista dei rapporti di potere e di quelli fra culture egemoni e subalterne, tale fonte storica – che può essere privilegiata per l’analisi antropologica degli assoggettamenti e delle soggettivazioni autonome – agevola un contatto con le testimonianze date direttamente dai lavoratori sulle forme di lavoro e di vita da loro vissute.

2 Un percorso nei primi siti neri anno per anno, cercando carbone
Prima di percorrere tale fonte privilegiata è utile lo spoglio di altre fonti per compare notizie generali sulle iniziali esperienze carbonifere che possono offrire un quadro informativo complessivo.
Percorrerò la via degli annali e userò una rivista, intitolata Notizie statistiche sull’industria mineraria in Italia. Si tratta di una pubblicazione del Regio Corpo delle Miniere che faceva capo al Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio. Limiterò i miei passi al settore del Distretto di Iglesias. La chiamerò Rivista del Servizio Minerario perché così era chiamata nell’archivio in cui ho lavorato. Cercherò sequenze di fatti significativi a partire dal 1880, dai dieci anni successivi allo studio di Quintino Sella, fino al 1908 che è l’anno in cui furono interrogati gli operai delle miniere carbonifere in esercizio nel corso dell’Inchiesta Parlamentare, pubblicata nel 1911.
Limitiamoci alla cronaca offerta, sapendo che tali resoconti ufficiali, con il loro stile burocratico, non sono di piacevole lettura. Tuttavia, questi documenti offrono agli occhi amorevoli i cambiamenti che avvengono passo dopo passo, le differenze minute che marcano svolte epocali, le ripetizioni dei tentativi falliti che cercano successi. Si tratta di scritti che richiedono una forte vocazione alle scoperte.
Nel 1880 fu riattivata la miniera di lignite di Bacu Abis e si chiuse quella di Terras de Collu. Due anni dopo a Bacu Abis si produssero 4157 tonnellate di lignite del valore di lire 62.942. Furono fatti anche lavori importanti: una galleria situata 15 metri sotto il livello delle acque che permetteva di estendere le ricerche e che ampliò il campo di coltivazione nel cantiere Andy con 3 gallerie a differenti livelli.
Nel 1884 la produzione della miniera di Bacu Abis fu di 2.180 tonnellate di lignite di prima qualità e di 1.802 tonnellate di seconda, per un valore complessivo di circa 60.000 lire. Tale produzione, di poco inferiore a quella dell’anno precedente, era stata fornita dalle coltivazioni eseguite nei cantieri Sulcis e Venezia. In quest’ultima era stata innestata una discenderia di 56 metri per comunicare con la galleria Marchese. Nel cantiere Torino si proseguì lo scavo nella galleria principale, giungendo alla misura di 137 metri. Inoltre, si aprì una traversa di 56 metri, destinata a preparare le coltivazioni imminenti. All’esterno, il lavoro di maggiore importanza fu un impianto per la fabbricazione di mattonelle piriche, tramite l’utilizzo di carbone minuto che non aveva mercato industriale e costituiva uno stock considerevole sui piazzali della miniera. La fabbrica sorgeva a circa 300 metri dalla fermata di Bacu Abis sulla ferrovia di Monteponi.
Nell’officina il minerale minuto, misto a materie terrose e scistose, subiva una preparazione meccanica durante la quale era classificato per grossezza, arricchito ai crivelli e frantumato minutamente. La materia prima era poi essiccata in un forno a ritorno di fiamma, scendeva in un mescolatore in cui era mescolata con il catrame proveniente dai forni di distillazione, con percentuali dal 6 al 7 per cento. Il miscuglio passava allora nella macchina agglomeratrice, in cui era automaticamente distribuito in una serie di forme disposte sopra una piattaforma girante e dove subiva una pressione di 265 chilogrammi per centimetro quadrato per essere in seguito sfornato con movimento automatico. Si ottenevano così mattonelle compatte e resistenti, pesanti 2 chili ciascuna. La macchina poteva fornire 15 mattonelle al minuto e 20 tonnellate ogni giorno.
Nella miniera di Terras de Collu continuavano i lavori nella galleria di ribasso per lo scolo delle acque e per facilitare l’estrazione dai livelli superiori, attraversando strati carboniferi non ancora conosciuti e utili per la coltivazione. La produzione giunse a 9.300 tonnellate e al valore di 120.000 lire.
Nell’anno seguente le miniere di lignite facevano registrare progressi nei lavori all’interno, mentre l’attività nella fabbrica di Bacu Abis fu sospesa per rimediare a vari inconvenienti che riguardavano il lavaggio incompleto del minuto e la sostanza impiegata per l’agglomerazione. Si prevedeva di modificare la fabbricazione senza variare la pressa, perfezionando la classificazione e il lavaggio del materiale, aumentando il numero dei crivelli, sostituendo il catrame e migliorando l’impasto con un nuovo rimescolatore. All’interno fu avanzata per oltre 40 metri la galleria Napoli, destinata al trasporto del materiale minuto all’officia di agglomerazione. I lavori di preparazione furono limitati ai cantieri Sulcis, Firenze, Palermo dove si sviluppavano le coltivazioni, mentre non era ancora ultimata la galleria di scolo. A Terras de Collu si raggiunsero le coltivazioni del terzo strato, fatte al terzo livello. Fu scavato un pozzetto d’areaggio che comunicava con la lunga galleria di direzione nel primo strato, al livello Maddalena. Si rinvennero cinque banchi di lignite, ma se ne lavoravano solo quattro.
Nel 1886 i lavori sotterranei della miniera di Bacu Abis continuarono in misura assai modesta a causa delle difficili condizioni finanziarie della Società. L’avanzamento della galleria Napoli continuò per 170 metri, mentre furono poco spinti i lavori per la galleria di scolo. Nelle gallerie Napoli e Andy i lavori che continuavano confermavano una discreta potenza dei banchi. A Terras de Collu proseguiva l’estrazione senza importanti interventi. Seguì un anno difficile a Bacu Abis, dove le frane nella galleria Napoli fecero sospendere la coltivazione. Tuttavia, si cominciò un nuovo cantiere denominato Polveriera mediante una discenderia, e continuò l’avanzamento della nuova galleria di scolo, chiamata Torino, portandola a 175 metri dall’imbocco. All’esterno si ripresero scavi a giorno per straterelli di carbone inutilizzati. La fabbrica di agglomerati, attiva fino a giugno, fu chiusa per guasti che si erano verificati nella laveria annessa. A Terras de Collu proseguiva l’avanzamento nella galleria di direzione dove lo strato si manteneva regolare ed era costituito da buona lignite. Si prevedeva infine una produzione di 10.000 tonnellate.
Si ebbero soddisfazioni a Bacu Abis nel 1888 dove le nuove coltivazioni fatte allo scoperto permisero di utilizzare parti residuali di lignite in diversi strati e anche in straterelli inutilizzati. Da 50.000 metri cubi di materiali diversi si erano ricavate circa 10.000 tonnellate di combustibile. All’interno, la galleria Torino veniva portata a 250 metri. All’esterno, la locale fabbrica di agglomerati rimase completamente inattiva. A Terras de Collu la produzione fu di 10.000 tonnellate, però i lavori furono sospesi a giugno, quando la miniera fu consegnata dall’ingegner Erminio Ferraris al signor Felice Levi che era diventato aggiudicatario in base alla sentenza del tribunale civile di Cagliari. Distanti e differenti, altre miniere di combustibili fossili spuntavano in altri luoghi: Caput Acquas, Corongiu, Culmine o Is Nuraghis.
Nel 1889 a Bacu Abis la galleria Torino giunse a 305 metri e continuarono i grandi scavi a giorno, mentre restava inattiva la fabbrica di agglomerati. A Terras de Collu il signor Levi affittò al signor Rodriguez i lavori di ricerca e di preparazione. Altre ricerche si fecero con gli scavi esterni esaurendo un po’ di lignite di buona qualità. Anche in questa miniera, come nella vicina Bacu Abis, si tentò la coltivazione con tagli a giorno, ma senza risultati soddisfacenti. Allargando lo sguardo alle altre miniere fossili, a Culmine le coltivazioni erano ristrette e saltuarie. A Corongiu proseguirono di pochi metri le gallerie Lamarmora e Domestica. Lo scopo principale di tale lavoro fu la preparazione di un campione di antracite che fu spedito alle Ferrovie Complementari. Il campione risultò soddisfacente per essere usato nelle locomotive.
La Rivista del Servizio Minerario nel 1890 offrì un’appendice alla relazione del distretto di Iglesias dedicata ai combustibili fossili della Sardegna. Illustrò le caratteristiche dei fossili sardi, rispetto a quelli europei. In Ogliastra il terreno era discontinuo, con una superficie utile ridottissima e potenza limitata. Tra Seulo e Perdas de Fogu, solo Seui presentava strati di combustibile abbastanza potenti da legittimare i lavori di ricerca, viste le complessive analisi stratigrafiche. Il terreno più interessante appariva pertanto a ponente del villaggio di Gonnesa, a levante della città di Iglesias, a sud dell’abitato di Narcao. I tre bacini avevano 37, 75 e 30 chilometri di superficie, ma le ricerche furono incrementate solo nel bacino di Gonnesa. Una tabella illustrativa mostrava in modo comparativo le sezioni verticali delle stratigrafie che caratterizzavano Bacu Abis e Terras de Collu.
Il bacino di Gonnesa era il più conosciuto. Aveva una superficie di 37 chilometri quadrati e si sviluppava in una zona allungata di circa 12 chilometri tra Fontanamare a nord e il monte trachitico denominato Sirai a sud. In tale bacino, specialmente verso il nord, erano stati aperti i lavori di 7 miniere: Funtanamare, Culmine o Is Nuraghis, Terras de Collu, Bacu Abis, Caput Acquas, Barbusi, Cortoghiana. La prima era già esaurita, l’ultima non era ancora concessa. Queste miniere occupavano una superficie di oltre 20 chilometri quadrati, quindi poco più della metà dell’estensione del bacino. I calcoli sulla densità di lignite facevano prevedere un buon rendimento, e a Bacu Abis si lavorava con grandi tagli a cielo aperto. Un campione medio della sua lignite, sperimentato per conto del Comitato per le esperienze sui combustibili minerali italiani, aveva accertato un potere calorico di 5.690 calorie, considerando la presenza dell’azoto.
Queste analisi, unitamente ad altre eseguite nell’acciaieria di Terni, confermarono che la qualità di lignite dell’Isola si prestava per combustione su griglia, costituendo un ottimo succedaneo al carbone inglese, specialmente per la produzione di vapore nelle industrie. Inoltre, nel mercato dei fossili, il carbone di Bacu Abis si vendeva a un prezzo da 9 a 12 lire per tonnellata, quello inglese si vendeva nei porti di sbarco mediamente a 32 lire. Intanto, proseguivano gli studi per migliorare gli usi della lignite eocenica sulcitana, l’unica riconosciuta con un avvenire industrialmente assicurato.
Nel 1891 a Bacu Abis continuavano i grandi scavi a giorno e continuava a restare inattiva la fabbrica di agglomerati, mentre a Terras de Collu i lavori di ricerca e di coltivazione restavano piuttosto limitati.
Nell’anno seguente Bacu Abis ebbe maggiore attività e fu premiata con la medaglia d’argento alla Esposizione Nazionale di Palermo. All’interno, la galleria Torino giunse a 370 metri dall’imbocco, mentre interventi murari surrogavano le armature in legno. A Terras de Collu si prolungò la galleria Pasqualino e si procedette con tagli sotterranei anziché a cielo aperto. Nel 1893 continuavano a Bacu Abis i lavori a cielo aperto e all’interno quelli nella galleria Torino che giunse a uno sviluppo di 380 metri; a Terras de Collu, invece, i lavori furono poco sviluppati; le altre miniere furono inattive. L’anno seguente non fece registrare miglioramenti che avvennero invece nel 1895 a Bacu Abis: sia realizzando un nuovo cantiere e sia raggiungendo la produzione di 95.000 tonnellate di lignite. La miniera di Terras de Collu fu aggiudicata per sentenza del tribunale civile di Cagliari all’ingegner Erminio Ferraris che la cedette alla Società Monteponi, concessionaria della attigua miniera di Culmine. Nel 1896 a Bacu Abis i cantieri a giorno più produttivi furono Napoli e Millo, mentre veniva quasi ultimata la nuova laveria per l’annessa fabbrica di agglomerati, capace di trattare 50 tonnellate al giorno di materiali, essendo mossa da una motrice della forza di 30 cavalli e alimentata dal vapore generato in una caldaia, detta Cornovaglia. Nella vicina miniera di Terras de Collu non si fecero lavori di coltivazione.
Nel 1900 ricompaiono notizie sulle miniere carbonifere nella Rivista del Servizio Minerario. Il prezzo del litantrace era in continuo aumento e aveva favorito lo sviluppo dei lavori e la conseguente produttività nelle miniere del bacino lignitifero di Gonnesa. Nell’anno successivo la produzione di lignite del bacino di Gonnesa toccò un massimo d’intensità, superando di 4.184 tonnellate quella dell’anno precedente con un maggior valore di 92.919 lire. Tuttavia, calò leggermente nel 1902 per la concorrenza estera. Nell’anno seguente, mentre Bacu Abis diminuì l’attività per problemi amministrativi, ripresero i lavori a Cortoghiana e Caput Acquas. A Terras de Collu procedeva l’attività della Monteponi che preparava la ripresa dei lavori a Culmine.
Nel 1904 sulla Rivista del Servizio Minerario apparvero inusuali notizie sociali: si riferì degli scioperi realizzati nel 1903 che riguardavano i salari, la cui paga media era di 2,10 lire; dei magazzini dei viveri tenuti dalle aziende o da loro fiduciari che vendevano a prezzi maggiorati; delle imprese appaltatrici di cui si chiedeva inutilmente l’abolizione; delle paghe di cui si lamentavano i ritardi e per le quali si chiedeva la paga quindicinale. Altre richieste erano di ordine politico: che fossero riassunti gli operai licenziati; che alcuni impiegati cessassero di perseguitare gli operai iscritti alle leghe; che fosse concessa libertà di fare conferenze sulle miniere; che fossero accordati terreni per fare forni cooperativi; che fossero abolite le multe. Nella rivista si riferì che le richieste non furono accolte immediatamente, ma per la maggior parte in seguito. Nel 1905 venne segnalata una ripresa «notevolissima» dei lavori nei terreni lignitiferi dell’Iglesiente, specialmente a Barega e a Piolanas. In quell’anno fu fatta la prima ispezione mineraria per l’attuazione della legge sul lavoro di donne e fanciulli del 19 giugno 1902. Nel 1906 cominciò a Bacu Abis la coltivazione nei cantieri sotterranei che si sviluppò nell’anno seguente. Siamo dunque giunti a un momento di sviluppo dell’attività estrattiva carbonifera e anche dei conflitti sociali, assai prossimi a quelli che animavano gli operai delle miniere metallifere.
Cosa ci ha fatto conoscere questa fonte preliminare? Possiamo tentare una prima elencazione delle configurazioni assunte dalle esperienze estrattive emerse: la produzione di località con propri siti minerari che marcavano uno specifico territorio carbonifero; le tipologie estrattive carbonifere e il passaggio dai lavori a cielo aperto a quelli sotterranei; la tensione verso un possibile processo secondario per la lignite con la fabbrica di agglomerati di Bacu Abis; le precarietà di certi assetti aziendali proprietari e produttivi; le dipendenze delle produzioni carbonifere locali dai mercati internazionali.
Qualche riflessione specifica, a questo punto, è opportuna per capire il ruolo delle Società minerarie carbonifere nella creazione dei siti estrattivi e degli abitati minerari come produzione di luoghi di lavoro e di vita, secondo la loro stabilità e la loro forza insediativa, in quel tempo della fine dell’Ottocento e del Primo Novecento che precedette l’autarchia mineraria del fascismo industriale e bellico.

3 Discorsi sulle imprese e sui luoghi nascenti del carbone sulcitano
Un ausilio può forse provenire dai discorsi fatti da certi studiosi, storici ed economisti, su questo periodo delle origini delle esperienze estrattive che costituirono una modernità industriale multiscalare: isolana, nazionale ed europea. Intrecciando i loro discorsi ai fili delle cronache estrattive raccolti nello spoglio della rivista, si può forse scoprire qualcosa. Proviamo.
Per accostare Maria Stella Rollandi al nostro inizio carbonifero dobbiamo cercare nel suo discorso su La formazione della “Nuova Irlanda” in Sardegna. Industria estrattiva e sottosviluppo (1848-1914). Il saggio venne pubblicato nella rivista «Classe», nel novembre del 1972. Si tratta di uno studio pregevole dedicato agli sfruttamenti minerari piombo-zinciferi: criteri e modi delle concessioni minerarie, andamento produttivo e tecniche, condizioni della manodopera compresi donne e bambini. Imprese liguri, belghe, francesi e inglesi sono fotografate e pesate economicamente, nel quadro isolano delle povertà e delle arretratezze del mondo rurale, della penuria di trasporti e dell’esiguità del commercio, mentre si esportava massicciamente carbone vegetale e aumentava il costo della vita alla metà dell’Ottocento. Bacu Abis compare per informare che nei primi tempi i cameroni per gli scapoli erano gratis, ma erano insufficienti e sporchi a detta degli operai, mentre le stanze per le famiglie costavano 5 lire. A Terras de Collu vi erano casette di proprietà private, ma gli operai abitavano a Gonnesa. La studiosa è ben attenta a quanto emerge dall’Inchiesta Parlamentare che ho scelto come fonte storica privilegiata. Ne segue alcune tematizzazioni generali, mentre io intendo perseguire una messa a fuoco dei luoghi attraverso i discorsi degli operai registrati negli interrogatori.

Altri discorsi storici da visitare utilmente sono offerti da Giuseppe Are e Marco Costa, che scrissero nel 1989, per l’editore Franco Angeli, Carbosarda. Attese e delusioni di una fonte energetica nazionale. Il libro apparse nella collana CIRIEC, dedicata alle storie d’impresa. Il primo periodo dello sfruttamento del bacino carbonifero del Sulcis appare piuttosto frammentato. L’identificazione del giacimento carbonifero sulcitano era fatta risalire al 1851, era attribuita a Ubaldo Millo ed era indicata in prossimità di Gonnesa. Siriferiva che Alberto La Marmora, giungendo nell’anno seguente, ridimensionò le potenzialità del bacino.
Nonostante le incertezze, nel 1853 venne costituita la prima società per lo sfruttamento del carbone che ebbe la concessione della miniera di Bacu Abis: la Società Tirsi-Po, formata da Millo, Fontana e Compagna.
Nell’anno successivo furono estratte le prime 175 tonnellate. Mancando un mercato locale, la miniera di Bacu Abis rimase inattiva nove anni, fino al 1863. Proseguì per sette anni la produzione, che giunse al 1870.
Intanto, nel 1865 nasceva il piccolo centro di Bacu Abis la cui miniera, insieme alla vicina Terras Collu, rimase l’unico impianto estrattivo fino al 1938. Lo sviluppo del settore fu dovuto soprattutto all’ingegner
Anselmo Roux il quale, rilevata la Società Tirsi-Po, fece nascere nel 1873 la Società Anonima della Miniera di Bacu Abis, con sede a Torino e domicilio a Iglesias. Nel 1874 fu costituita anche una Società Carbonifera Sarda per la miniera di Caput Acquas che si sviluppava in sotterraneo e fu subito assorbita dalla società di Bacu Abis. Nel 1876 le analisi eseguite dai tecnici dell’arsenale di La Spezia diedero soddisfacenti risultati.
Nell’anno seguente, una seconda analisi nello stesso arsenale dichiarava che il carbone di Bacu Abis era un combustibile da potersi usare nelle macchine fisse e in quelle delle navi. In questo discorso compaiono notizie che confermano la presenza dell’impianto di agglomerazione del minuto, senza alcun arricchimento del minerale. Nel 1895 cominciarono i tentativi di lavori all’interno. L’anno successivo fu realizzata una laveria. Nel 1898 la produzione raggiunse le 16.000 tonnellate. La lignite veniva usata quasi esclusivamente nelle miniere metallifere vicine.
I discorsi visitati mettono in vista le debolezze che caratterizzarono gli esordi delle estrazioni carbonifere. Rispetto alla fonte storica primaria percorsa anno dopo anno, gli ultimi discorsi hanno fornito conferme importanti, sia sulle incertezze del primo avvio dell’estrazione carbonifera e sia sul sorgere dei primi centri minerari che marcavano la presenza della modernità industriale nel territorio sulcitano.
Pertanto, pare utile, a questo punto, sottolineare almeno un aspetto qualitativo di tale fase iniziale: l’esperienza di una fabbrica per produrre mattonelle con gli agglomerati, cioè il tentativo di sperimentare il carbone fino come risorsa non esclusivamente combustibile, ma idonea a differenti usi industriali.
Lasciamo fonti e discorsi storici con tanti interrogativi che si possono coagulare in una domanda di fondo. Sono sufficienti le informazioni raccolte per avere precisa coscienza dei luoghi minerari che sorgevano? Tali luoghi minerari, che andavano assumendo rilevanza economica, sociale, politica, in che relazione erano posti nei processi industriali in corso, rispetto ai precedenti processi di insediamento agro- pastorale degli habitat sparsi detti medàus, di origine pastorale, e furriadroxius di carattere agricolo, poi annucleati nei boddèus, spesso attorno a una chiesa? Maurice Le Lannou li aveva ben studiati facendo risalire la loro vasta portata di popolamento al XVI e al XVII secolo e la loro fissazione residenziale e aggregativa dopo il 1850. Egli indicò estensioni e attività produttive con esempi tipologici, unitamente all’importanza dei toponimi i quali coincidevano, generalmente, con il cognome del capofamiglia fondatore dell’insediamento. Quanto i luoghi della modernità industriale mettevano in ombra quelli della storica
attività rurale fondativa e manutentiva del territorio sulcitano?
Risulta evidente, pertanto, che il complessivo territorio sulcitano non può più essere rappresentato dalla dominanza di un solo settore di attività, per quanto dotato di particolare forza attrattiva, escludendo altre presenze operanti e validanti le multiple produttività del territorio. I vari cromatismi del territorio, con le loro differenti intensità storiche di attrazione e di innovazione aprono il paradigma concettuale della geosettorialità verso linee plurime e verso differenti registri di durevolezza, secondo le sostenibilità produttive. Così l’esperienza estrattiva poneva fin da subito, al di là del nome di coltivazione dato al prelievo che non aveva rigenerazione, il suo esito senza ricambio di vita con i rischi ambientali delle discariche e delle autocombustioni, unite alle subsidenze, sopra la terra. Di tali aspetti converrà parlare alla fine di questo percorso di conoscenza e di riflessione, dopo aver acquisto maggiori indicatori sulle condizioni di lavoro e di vita a Bacu Abis, muovendoci fra gli operai interrogati durante l’Inchiesta Parlamentare. In questo movimento procederò in doppia corsia, zigzagando fra i documenti e raccontando qualcosa della loro presentazione in pubblico, avvenuta il 22 novembre 2024 a Bacu Abis.

4 A Bacu Abis un canto, una citazione e un prologo. Un incontro magico
Anna Carla Casu proviene da un differente centro minerario di Carbonia: Barbusi. Cantante e poetessa, porta Barbusi con sé e con la sua chitarra negli altri luoghi della città e fuori dalla città. Barbusi è pertanto una frazione mobile, che si muove con il canto di Anna Carla. Giunge in altri luoghi e congiunge luoghi incontrando persone: unisce punti della città e unisce la città ad altre città. Di Anna Carla so quel poco che lei ha detto in pubblico: che ha avuto una nonna, vedova di miniera, cernitrice di carbone e che ha amato, fin da piccola, ascoltare racconti di vecchie donne. So anche che risponde generosamente con qualche canto alla richiesta di una sua presenza, donando Barbusi come parte delle periferie di Carbonia che canta il mondo, specialmente quello minerario. Il mio discorso a Bacu Abis è stato introdotto dal suo canto in sardo che ora porgo in italiano con il titolo Dimmi quale è la musica:

Non dirmi chi sei e neanche da dove vieni
Raccontami la tua storia, perché piangi e come ti senti
Dimmi se sai cantare il dolore della gente
e se sai affrontare con la tua faccia il prepotente
Dimmi quale è la musica che qui ti ha portato
e se canti e se suoni come hai imparato
Non dirmi cosa fai e neanche dove vivi
Cantami la vita tua, cosa sogni, cosa scrivi
Dimmi se sai toccare tutte le corde della mente
e se alzi la tua voce per difendere l’innocente
Dimmi quale è la musica che qui ti ha portato
e se canti e se suoni come hai imparato
Non dirmi se sei matto e neanche dove vai
Raccontami di luoghi lontani, cantami di terre straniere
Dimmi se davvero hai cuore, quello che pensi realmente
e se per tirarmi fuori dal fuoco sfideresti la brace
Dimmi quale è la musica che qui ti ha portato
e se canti e se suoni come hai imparato.

Il suo canto era una chiamata che arrivava in profondità. Pareva voler giungere a incontrare identità e provenienze speciali e occultate, differenti da quelle note e attestate. Voleva conoscere la musica inaudita che ogni persona porta con sé e con le capacità imparate, insieme ai dolori patiti e facendo fronte ai prepotenti. Non voleva sapere professioni e residenze, ma vite e sogni e scritture e fili della mente che diventano voce per difendere chi è innocente. Non voleva sentire anormalità e direzioni migratorie, ma udire racconti di luoghi lontani e stranieri, e anche sincere vicinanze di chi si impegnerebbe a sfidare forti rischi per salvare un altro. Pareva richiamare responsabilità apprese, ma anche coraggiose disponibilità in divenire. Pareva, perché non so cos’è diventato questo canto attraversando chi l’ha sentito e chi è diventata ogni persona, dopo aver ascoltato questo canto. So, invece, quanto furono scosse le emozioni delle persone presenti: qualche capo chino intristito, spalle e visi protesi in avanti per vedere la prima slide del mio discorso.
Esordii richiamando Primo Levi, attingendo dalla pagina 80 del suo libro del 1975 Il sistema periodico, aggiungendo i miei commenti che incalzavano interrogativi sulla contemporaneità:

In questo villaggio che io ho fondato presso il ruscello delle api selvatiche e a cui avrei voluto dare un nome della mia lingua che sto dimenticando Bak der Binnen, che significa appunto «Rio delle Api»: ma la gente di qui ha accettato il nome solo in parte, e fra di loro, nel loro linguaggio che ormai è il mio, lo chiamano «Bacu Abis».
Cosa poteva significare nella contemporaneità degli abbandoni e del malsano che incombevano sulla crisi dell’industrializzazione ripensare alla fondazione, o a una rifondazione, a partire dalle api? Quali significati erano collegati e collegabili alle api e alla loro operosità generativa e rigenerativa? Potevamo e volevamo diventare api? E come? Lasciai le mie provocatorie domande senza risposta. Mi bastava, al momento, sollecitare forti domande sulla contemporaneità ambientale nei siti industriali dismessi e sul condivisibile agire salutare di ogni persona nel territorio, prima di viaggiare insieme nel passato. Avevo un titolo da seguire: Bacu Abis e la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla condizione degli operai nelle miniere della Sardegna 1911. Avevo anche un preciso compito. Dovevo far conoscere ai convenuti attendibili fonti storiche per favorire una migliore coscienza del luogo abitato Questo centro minerario, rispetto ai tempi dell’Inchiesta, avrebbe visto chiuse le proprie miniere nel 1933. La breve e tormentata esperienza locale della modernità industriale, tuttavia, pareva aver profondamente e lungamente orientato aspirazioni e aspettative delle persone verso un futuro di lavoro e di vita mineraria migliore. Come riprendere questo corto ma robusto filo di valori connessi all’attività industriale per intrecciarlo con il più lungo ma assottigliato filo delle esperienze agro-pastorali che da più di tre secoli avevano determinato il popolamento sparso del territorio, rimanendo sottaciute e in ombra, specialmente durante l’esperienza mineraria del fascismo? Con quelle domande in testa ero giunta all’incontro.
Avevo beneficiato degli incontri informali che precedono i momenti ufficiali. Avevo preso nota di nominativi e di recapiti delle persone disposte a parlare di sé e del luogo. Ero riuscita perfino a fare una breve intervista a una donna. Si preparavano gli strumenti tecnici di ascolto e di ripresa. Si cominciava.
Introdusse brevemente il presidente della Circoscrizione Gianfranco Fantinel, che moderò il dibattito. Diede subito la parola ad Antonangelo Casula, ex sindaco di Carbonia ed ex sottosegretario, onorevolmente impegnato in una serie di iniziative storico-culturali che alimentavano la coscienza democratica della città.
Parlò puntualmente e utilmente della presenza delle imprese e degli imprenditori minerari a Bacu Abis.
Cominciarono ad apparire sulla scena i primi protagonisti. Poi venne il turno di una valida archivista che dirigeva una stimata cooperativa: Susanna Musa. Parlò assai puntualmente ed efficacemente dei fatti, dei temi e dei protagonisti che caratterizzavano l’indagine e i suoi atti. Toccò a me.
Avevo preso un microfono senza fili. Uscii dal tavolo dei relatori e mi avvicinai al pubblico. Dissi subito che dovevamo accordarci: che dovevano interrompermi con un segno di mano, quando dicevo qualcosa in modo poco chiaro. Era mio dovere farmi capire, quindi ero assolutamente disponibile a realizzare un dialogo amichevole e non ingessato in ruoli distanzianti. Affiorarono i primi sorrisi e i primi commenti sottovoce. Rispondendo ai sorrisi, percorsi il lato esterno delle file di sedie. Potevo vedere faccia a faccia tutte le persone, andando avanti fila per fila. Quando mi girai, e tornai indietro per vedere con loro la prima slide, era come se ci tenessimo per mano. Una magia! Non so precisamente come e perché avvenne. Sentivo chiaramente però che c’era un palpabile clima di reciproca attenzione e di vicendevole ascolto. Potevo rilassarmi. Potevo tentare di indicare le ombre del fascismo che dovevano giungere complessivamente nel territorio carbonifero e di far conoscere lo sguardo antropologico che si sarebbe mosso, con la sua cassetta degli attrezzi teorica e metodologica, nel seguire le pagine dell’Inchiesta. Potevo andare avanti e indietro, e perfino a zig-zag. Eravamo insieme.

5 Il territorio carbonifero e lo sguardo antropologico
Mostrai come apparve il territorio carbonifero nella retorica mussoliniana della landa «quasi deserta», espressa da Mussolini nel discorso inaugurale di Carbonia il 18 dicembre 1938. Indicai come nascondeva la realtà rurale e indeboliva le stesse precedenti esperienze minerarie carbonifere del territorio. Infatti, fin dal 1936 risultavano istituiti nel Sulcis ben 9 Comuni: Giba, Gonnesa, Narcao, Palmas Suergiu, Portoscuso, Santadi, Teulada, Tratalias.
Per motivare il mio sguardo antropologico su Bacu Abis, cercando di semplificare, diedi alcune informazioni generali. Dissi che l’antropologia studia le esperienze umane in cui, a partire dalla propria naturalità corporea, a vari livelli (individuale e di gruppi, di etnie e di specie) ci umanizziamo e/o ci disumanizziamo in modi creativi e/o distruttivi, secondo pratiche, valori e modelli di relazioni emarginanti e distruttivi o inclusivi e solidaristici. In particolare, affrontai la questione della cultura materiale. Precisai che in generale era stata privilegiata la relazione umana con gli oggetti, tuttavia, i miei studi e certi altri si rivolgevano a corsie multiple di materialità: ai corpi umani che agivano nella vita lavorativa e sociale e la materializzavano; alle persone che agivano su sé stesse, partendo dalla loro base naturale e divenendo congiuntamente culturali, individualmente e in gruppo, distinguendosi secondo specifici saper-fare; alle relazioni subite e agite dagli stessi corpi con vari effetti realizzati sulla realtà individuale e sociale.
Sottolineai che l’antropologia mineraria nel 2003 da Chris Ballard e Glenn Banks fu definita una partizione specialistica dell’antropologia nello studio delle esperienze minerarie. Velocemente confrontai il concetto tradizionale di cultura come erudizione e scrittura delle élite con il concetto scientifico-antropologico di cultura, offerto dall’evoluzionista Edward Burnet Tylor nel 1871 con il suo Primitive Culture: un insieme complesso che include conoscenze e credenze, arte e morale, diritto e costume, e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società. Misi in evidenza come l’antropologia instaura una nozione scientifica e democratica di cultura. Aprii una parentesi per gli studi italiani, richiamando soprattutto Antonio Gramsci, con la portata teorica e globale dei suoi pensieri nei quali egli si opponeva sia al materialismo volgare economicista, sia alla concezione nazionalistica e idealistica del popolo, considerato eterno e immutabile; situava le produzioni e relazioni di pratiche, valori, modelli di comportamento, nell’ambito dei rapporti di potere e di dominio che identificano gruppi e classi sociali; considerava tali produzioni culturali nelle varie dinamiche, in senso discendente e ascendente, cioè dall’alto verso il basso e viceversa, pur nella asimmetria dei poteri in campo. Anticipai la vista dei conflitti prospettando orientamenti teorici come quelli espressi da Tim Ingold nel suo The Life of Lines del 2015, in cui affermava che agire nella sottomissione è differente al sottomettersi nell’agire: è fare umanità.
Come si collegavano tali studi ai tempi del fare umanità a Bacu Abis? Tali tempi di umanizzazione riguardavano non solo i momenti degli scioperi e dei conflitti, per esempio nel 1906, ma soprattutto i tempi quotidiani della vita lavorativa, individuale e sociale. Lo sguardo antropologico richiedeva tempi di osservazione più lunghi di quelli scelti per la data dedicata all’Inchiesta Parlamentare e anche un occhio attento alla identificazione economica del carbone, connessa a molti versanti di rapporti di ricerca. Come si formava una cultura tecno-scientifica, con quali competenze e in quali ambiti durante le collaborazioni con scienziati di varie nazionalità, specialmente tedeschi e belgi? Quali erano gli sviluppi storico-giuridici nella costituzione delle società minerarie? Come si formava una cultura economico-commerciale sugli usi del carbon fossile che interessava non solo caldaie a vapore, ma anche illuminazione, caloriferi e cucine economiche, stufe e caminetti? I dialoghi necessari fra scienze dette dure e scienze dette umane sono lenti e difficili, com’è evidente. Affrettiamoci, pertanto, a seguire i dialoghi dei lavoratori riferiti dall’indagine parlamentare.

6 Incontri con i gruppi dei minatori di Terras Collu. Sopra e sotto la terra con le voci dei minatori
Era il 15 maggio 1908 quando avvennero gli interrogatori degli operai delle miniere carbonifere di Terras de Collu e di Bacu Abis, nel Comune di Gonnesa. Il primo gruppo era costituito da 7 operai di Terras de Collu, tutti registrati con le iniziali personali. Dalle risposte si intuiscono i tipi di domande iniziali su provenienze, stato familiare e paghe. Due erano di Serbariu, due di Gonnesa, uno di Sant’Antioco, uno di Turri e uno di Figinas. Erano tutti ammogliati, tranne uno. Avevano da uno a 7 figli. La paga giornaliera più comune era di 2,20 lire, ma poteva giungere a quella massima di 2 lire e 70 centesimi. Una domanda sui modi di ammissione al lavoro e una risposta: era fatta direttamente dall’Amministrazione alla quale venivano presentati i documenti. Poi una domanda sulle multe per le mancanze. Erano comminate dall’impresario e andavano da 0,25 lire a 1,2 lire o anche più. Fino a mezza giornata o più poteva, pertanto, essere persa con le multe. Il pagamento era quindicinale e fatto dall’impresario. Non avevano premi, ma solo un orario di lavoro. Seguiamo il filo delle risposte. L’Amministrazione forniva i ferri da lavoro e la dinamite. Nei fornelli ognuno portava i suoi ferri. C’era un solo impresario e 4 capi-sciolta pagati a giornata: 3 per l’interno e uno per l’esterno, adibito ai trasporti. Ogni sciolta aveva un capo-sciolta. Una era diretta dal capo-sciolta impresario. I vagoni erano trasportati dagli stessi operai all’interno, mentre i vagonisti agivano fuori dalla galleria. Il lavoro in miniera era continuativo di 24 ore. La prima sciolta cominciava alle 8.00 di mattina e usciva alle 4 di sera, la seconda dalle 4.00 di sera a mezzanotte, la terza da mezzanotte alle 8.00 del mattino. Talvolta si facevano due turni per scarsezza di operai. Gli operai, nell’inverno, si rifugiavano nei cameroni. Tutti reclamavano che fosse costruita una tettoia, almeno per ripararsi sia all’entrata che all’uscita della galleria, necessaria per le intemperie, ma anche per cautelarsi all’uscita dalla galleria. Non c’era nessuna tettoia.
A questo punto C.E. presentava un memoriale, allegato negli Atti dell’Inchiesta. A Bacu Abis è stato letto da Piero Deidda, un attore di una compagnia teatrale locale che realizza spettacoli generalmente in sardo. Piero, in prevalenza, impersona personaggi forti con voce forte. Il giorno dell’iniziativa era ancora convalescente dopo un intervento cardiaco. La voce era calata quanto si addiceva ad un umile operaio, ma egli trovò un’improbabile forza espressiva nei punti cui erano richieste condizioni di lavoro e di vita e vivibili. Il testo letto minimizzava i numerosi errori di scrittura contenuti nel memoriale che propongo integralmente, dato il suo rilevante valore storico.

Allegato n. 55

Condizioni di lavoro della Miniera Carbonifera di Terras Collu

13 maggio 1908

Con onore tutta la completta compagnia di Terras Collu, trascrive alla V. S. Ill.ma Quanto appresso sarà da noi redatto.
1 Si onoriamo di far conoscere alla V. S. Ill.ma Che noi opperai appena che riviamo al posto bisogna prima di tutto a d ispogliarsi la Camiccia, restando nudi perché non si può resistere del troppo calore; e poi appena spogliati per cominciare a lavorare? Vi tocca a fare il ginocchioni, mettendo i ginocchi e le mani per terra, per causa d’essere troppo basse le coltivazioni, non potendo rimanere neanche seduti, ma col gomito per terra, raccogliendo fango ed Acqua sopra la nostra veste, inmodoché la paga che ora abbiamo è di L. 2 e 2,20, E non vi basta meno per la pulizia personale, e la famiglia? E affito casa?
2 Faciamo puro conoscere al più di essere in un posto cattivissimo? siamo proprio come condanati alla reclusione, ed anzi più ancora da dieci mille Volte; perché siamo durante otto ore proibiti di riposarsi cinque minuti, essendo il lavoro dato acottimo; ad uno impresario a prezzo tropo scarsissimo, e per trovare la sua giornata? Fa creppare il personale con molto lavoro, con due Caposciorte sempre davanti minaciando sempre con molte bestemie che fano quasi compromettere, se non fosse che siteme la giustizia, e poi che sià famiglia fano scaldare il sangue, essendo lavorando e sempre forza che forza, e se non ti piace prendi la giacca e vai fuori?
Facio pure conoscere alla S. V. Ill.ma chencie un lavoro per discendere il Carbone? Di dove si scava? al posto di caricare ivagoni per portarlo fuori in ciè una strada in salita chenciè un Vagoncino piccolo, e lo portano quattro uomini, per di scenderlo di sopra a basso, e aquesto Vagoncino lomettono due ferri nelle ruote per non caminare e quatro uomini attacati di dietro tirando sempre e non sipuò fermare, e poi a montarlo sopra Vuoto per ritornarlo a riempire che fa ispaventare anche a un animale tanto di un Cristiano.
Faciamo pure conoscere che secaso un operaio manca una giornata? per causa di cattiva Voglia o per malattia all’indomani quando riva alla compagnia? per di spetto lo fanno ritornare in dietro facendolo fare tre o quattro e fino a otto giorni di festa, overo centesimi cinquanta di multa, e premuito Che mancando unaltra Volta che lo mandano fuori del lavoro. E come deve fare l’operaio a questo caso? è obbligato a morire della fame? oh che? Bisogna pure che non siamesso il medico della Ministrazione, come è, presidente dell’infortuni, perché se viene disgraziatamente qualche operaio ferito? in lavoro Vienne dallo stesso Medico visitato, e per causa d’essere dalla parte dell’infortuni ancorachè fosse gravemente ferito. la mise sua guarigione minima da cinque giorni appunto per non darlo la sicurazione facendolo il biglietto di rientrare al lavoro ancorchè non sia ancora benne guarito. Perciò noi vogliamo che il personale sia sussidiato del giorno stesso che viene ferito; oppure malato di malattia con il sussidio di lire una, e centesimi venticinque, al giorno. Seno come può fare un padre di famiglia a camparela sua numerosa famiglia? e obbligato a mandare i suoi figli alla limosina.
Vogliamo il lavoro a conto di Ministrazione e fuori limpresari.
Pensionato il nostro personale anziano che ha molto anni di lavoro nella ministrazione, un sussidio mensile, allogio per colocazione agli operai che entrano alla sciorta di mezza notte perché quando si entra a mezza notte massimo nell’inverno? Non trovandosi Camberoni nella Mignera? Quando piove sitocca a perdere la giornata oppure entrare in galleria tutti abbagnati. Ci si è una casa, maperò la Ministrazione la affitatta a uno caposciorta.
Per i viveri della Cooperativa sicome estata fondata da noi operai stessi a prezzi che non siano tanti cari, ma un buon patto.
Crediamo che le S. V. Ill.ma nefacia conto della nostra domanda, carcolando pure che i lavori Carboniferi, non sono come i lavori Minerali, perchè siamo in mezzo del fuoco, con tanto calore lavorando nudi in modo che non possiamo resistere e perciò più di sei ore non si può lavorare, compagando pure la giornata al meno di lire otto al giorno, perché carcolando benne tra mangiare e sapone per pulizia e pagando lire dieci di affito di Casa ogni Mese, si può fare puro il contoquanto tranquillità passa per il povero opperaio nella sua famiglia.
Sarà basta perché incivuole un romanzo per la vita dei poveri opperai e con questo chiudiamo, e speriamo che la V. S. ne farà conto della nostra domanda non credendo anoi prendano pure informazioni del nostro lavoro.
Firmiamo tutti opperai Minatori e Manovale, E Vagonisti di Terras Collu Gonnesa.
Il discorso degli operai è assai significativo ed evita commenti superflui. Tuttavia, sottacerne l’importanza sarebbe una colpevole sottovalutazione. Affidato alle mani del Presidente della Commissione, lo scritto dei lavoratori segna un importante intervento di autonomia discorsiva. Cerco di spiegarmi. Mentre negli interrogatori i minatori rispondevano a domande rivolte a loro esercitando un potere di risposta, nel memoriale erano loro a stabilire l’ordine del discorso. Affermavano un potere di autonomia non solo nella scelta dei contenuti ma, soprattutto, nella gerarchia delle priorità espositive. Il documento ha una precisa struttura: prima le informazioni e poi le richieste. Inoltre, informazioni e richieste hanno un proprio ordine
interno. Al primo punto si indicano le fatiche del luogo di lavoro: il difficile modo di lavorare con le costrizioni corporee determinate dalle condizioni dei luoghi di estrazione estremante bassi, bagnati e fangosi, e il corrispettivo di paghe insufficienti perfino per la pulizia personale, oltre che per la famiglia e per l’affitto. Al secondo punto si spiegano i modi faticosi dei cottimi e le relazioni umane che li caratterizzavano: lavoro senza riposo, forzato con la forza delle minacce e delle bestemmie, subìto per paura della giustizia e per mantenere la sopravvivenza della famiglia. Successivamente si indicavano lavori pericolosi, come il vagonaggio; le malattie e il rischio della fame; gli infortuni non riconosciuti e i rientri al lavoro prima della guarigione. Nella seconda parte erano elencate le richieste. La prima riguardava i sussidi per malattia, senza i quali i figli erano destinati a elemosinare. Poi l’eliminazione degli impresari, le pensioni mensili, l’alloggio per i turni di mezzanotte, il contenimento dei prezzi della cooperativa. Alla fine nel testo si chiudeva il cerchio, tornando alle difficili condizioni di lavoro, specifiche delle miniere carbonifere dove si lavorava nel fuoco, con un caldo che non si poteva resistere per più di sei ore, e dove si giustificava l’esigenza di un minimo salariale che raggiungesse almeno otto lire al giorno.
Cominciamo a sottolineare la presenza dei cottimi, che assumeranno una parvenza scientifica negli anni Trenta. Risultano operanti fin dalle origini dell’industrializzazione mineraria. Pertanto, sull’evoluzione di questa esperienza con particolari conseguenze nella vita lavorativa dei minatori, sarà necessario riflettere successivamente in modo adeguato. Semplificando l’analisi del testo, possiamo almeno notare la sequenza dei verbi al plurale: si onoriamo di far conoscere, faciamo puro conoscere, faciamo pure conoscere, noi vogliamo, vogliamo, crediamo, chiudiamo, firmiamo tutti. Rileviamo, soprattutto, l’esplicita ed espressiva formazione di un “noi” accomunato e anche accomunante nel discorso comune performativo, in cui il noi prende appunto una sua forma. Gli aspetti di un tale noi, rivendicativo ed espansivo di riconoscimenti democratici in ambienti minerari isolani, alimenteranno le culture sindacali e politiche fino ad intrecciarsi con la carta per il riconoscimento dei diritti umani nel 1948, di cui questo documento
costituisce uno dei tanti e vari semi generativi.
L’interrogatorio del primo gruppo continuò sui prezzi degli alloggi e dei viveri, sul medico e sui sussidi di malattia, sui ritardi delle paghe, sull’acqua insufficiente, sulla distanza della miniera dal paese. Il secondo gruppo era egualmente di 7 operai: 3 di Gonnesa, uno di Tramatza, uno di Nuxis, uno di Serramanna, 1 non interrogato. Tutti erano ammogliati e con figli, da 3 a 7. Paga più frequente 2,20. Solo due arrivavano a 2,30. Confermarono l’organizzazione del lavoro a impresa e con capi-sciolta, congiuntamente agli orari dei turni. Ribadirono, inoltre, le condizioni di lavoro e le posture dei corpi. Si lavavano in ruscello. Reclamarono una specie di spogliatoio con tettoia, un riparo per far fronte agli sbalzi di temperatura. Il più giovane lavorava da un anno, il più anziano da 13. Non lavoravano in miniera né donne né bambini. Prepariamoci ora ad altri incontri.
Incontri con i gruppi dei minatori di Bacu Abis. Sopra e sotto la terra con le voci dei minatori
Il primo gruppo di interrogati era di 4 operai. Uno era nato a Guasila, uno ad Arbus, uno a Nurri e uno a Codrongianus. Due erano celibi, uno era vedovo, uno ammogliato. Due erano sotto Amministrazione e due sotto impresario. La paga andava da 2,20 a 2,60. L’orario era di otto ore per chi lavora all’interno e di 10 ore per quelli che operavano all’esterno. La paga era mensile, ma spesso si pagava dopo la scadenza. Si davano acconti. Con la venuta della Commissione, la si faceva figurare come quindicinale. Venne esibito un libretto di paga. Esaminato, risultavano pagamenti quindicinali che gli operai smentirono. I libretti erano tenuti dall’Amministrazione un paio di giorni prima di fare la paga, che veniva scritta come quindicinale. Gli operai erano assunti dall’impresario e da caposervizio. Non prendevano contanti, ma buoni.
C.B. Non prendo contanti ma buoni che sconto alla cantina di Gonnesa…Se da questa cantina prendo denaro contante pago il 10 per cento d’interesse; se domando un francobollo, siccome non ne ha, mi danno lire 0,15 e a nota si segna lire 0,18 e così una scatola di fiammiferi 0,11, invece di lire 0,10. Un’altra cantina di Targhetta sta a Bacu-Abis, come succursale di quella d’Iglesias ed è privilegiata…L’impresario fa il buono, il quale è vistato dal capo servizio per la cantina di Crotta, che sarebbe lo spacciatore pure di sali e tabacchi (che sta a Gonnesa). Poi, oltre i buoni, vi sono i ghignoni, nei quali c’è una somma fissata: buono per lire 0,10, lire 0,15, ire 0,25 e così di seguito fino ad una lira, e si possono spacciare solamente presso Targhetta.
…si usano solamente a Bacu Abis. Ha un vantaggio il ghignone sul buono di cantina, di potersi cioè scambiare.
Io ho un ghignone e dico a un amico: «Fammi il piacere di cambiarmi questo buono in denaro». L’amico mi dà il denaro e poi spende il buono, il ghignone, alla cantina di Targhetta…Alle volte con un piccolo sconto…Si tiene conto della giornata lavorata. Se l’operaio è in credito, domanda e ha il ghignone alla cantina di Targhetta, la quale in contracambio vi consegna, per l’importo della somma segnata sui ghignoni, generi da mangiare, e alle volte pure dei sigari…Occorre a Gonnesa di avere qualche soldo in tasca, e quindi scontiamo i ghignoni fra colleghi.

P.A. Ho sentito ieri che un compagno aveva 10 lire di ghignoni. Alla Cantina di Gonnesa, Crotta prende, accetta i ghignoni con lo sconto o interesse del 20, 25, 30 per cento e li conteggia poi alla pari con Targhetta…del resto Crotta e Targhetta hanno i loro interessi.

Ghignone in suo a Bacu Abis e nei centri minerari della Società Eredi di A. Roux

Ovviamente tali comportamenti non risultavano nei contratti formalmente corretti, stipulati dalle Società minerarie con le cantine, come risulta dagli allegati dell’Inchiesta Parlamentare.
Si realizzava a Bacu Abis un’esperienza di truck system, nota nell’Inghilterra mineraria: anziché in denaro si pagava in buoni validi solo in un negozio aziendale o di fiducia della Società mineraria, dove gli articoli venduti erano più cari. Un accenno, per esempio, si trova nel libro di Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, scritto nel 1845 e pubblicato nel 2021 dalla Feltrinelli di Milano, a pagina 312. Tale esperienza situa Bacu Abis in una rete comparativa storico-culturale di estensione europea.

Contratto tra la direzione della miniera e l’esercente della Cantina di Bacu Abis

Gli interrogatori si indirizzarono successivamente sugli alloggi, provocando vivaci risposte:
C.B. Mi hanno destinato in un camerone, dove ci sono tutti gli insetti che Dio ha creato…Nel primo camerone cinque individui potevano a stento dormire, e si pretendeva che ve ne fossero sedici, mettendo le brande sospese l’una sopra l’altra in modo da raggiungere 3 piani. L’Amministrazione usa certe spilorcerie che non le fanno onore, ed appena ora che è venuta questa Commissione ha dato ordine e fatta eseguire, per astuzia, l’imbiancatura delle pareti…L’altro giorno. Anche stamane si dava, in furia, una mano di pulizia alle finestre.
D. Da quanto tempo non si imbiancavano le pareti, e si verniciavano le imposte?
C.B. Chi lo sa!
D. Le abitazioni sono sufficienti?
M.S. Per le nostre abitudini sarebbero sufficienti, ma dovunque si richiede maggiore pulizia. L’alloggio nei cameroni è gratis.
D. L’alloggio nei cameroni è gratuito?
C.B. Sì, ma i cameroni sono in tristi condizioni.

I successivi dialoghi riguardarono l’impossibilità di coltivare qualche lembo di terreno, il mancato diritto di legnatico, la distanza fra Gonnesa e Bacu Abis che era di 35-40 minuti.
Si passò successivamente alle informazioni mediche.

D. Il servizio medico v’è in miniera?
P.A. Sì, il medico viene ogni quattro o sei giorni, ed è curioso che in generale prescrive sempre medicine comuni e purganti, forse perché, non facendoci pagare medicine, l’Amministrazione vuol pagare poco.
L’armadio farmaceutico è tenuto dal medico
D. C’è l’ospedale?
U.F. Più che ospedale è un’infermeria, essendo solamente due stanze a disposizione degli operai che vi sono ricoverati.
D. C’è una cassa soccorso?
P. A. C’è e noi contribuiamo al suo mantenimento con la ritenuta del 4 per cento sul nostro salario. Alcuni dicono che propriamente la cassa soccorso non esiste. All’ammalato danno un sussidio di 4 lire al giorno.
U.F. C’è un operaio ammalato da sei o sette giorni, e appena si è presentato per essere ricoverato nell’ospedaletto, gli hanno detto: qui non c’è posto. È un pover’uomo che attende qui fuori, e vorrebbe parlare con la Commissione.
Presidente. Lo faccia entrare.
U.F. si allontana, e quindi ritorna nell’aula accompagnando l’operaio minatore S.A.
D. Di che vi lagnavate?
S.A. Che non mi hanno voluto accogliere.
D. Quale malattia avete?
S.A. Ho gonfia una gamba. Il medico mi ha visitato in miniera, e mi ha ordinato come cura alcune medicine,
fra cui anche il sale inglese.
D. Avete la ricetta?
S.A. No, perché la tengono conservata all’ospedale.
D. Qual è la vostra paga?
S.A. Lire 2,30 al giorno, e otto giorni fa mi hanno fatto la paga in cotanti, ma non mi hanno consegnato il libretto.
D. Dove state di casa?
S.A. A Capo d’Acqua nella miniera, lontano km. 1,3° da Gonnesa. Sono qui venuto in carrozza per carità, accompagnato dal caposervizio. Il medico dell’ospedale non mi ha ricevuto perché, dice, non vi è posto, ma il posto vi è.
Presidente La Commissione non può adottare provvedimenti speciali: prende intanto nota di ciò che avete riferito.

Le domande furono spostate su multe e sospensioni, su condizioni e relazioni di lavoro.

D. Quando commettete delle mancanze che punizione viene inflitta?
P.A. Si fa festa per due o tre giorni, oppure fanno lavorare, togliendo dalla paga l’importo di mezza giornata.
U.F. Si infliggono pure multe. L’anno scorso dovetti pagare una lira di multa; domandai la ricevuta, ma non me la dettero.
D. Si segna sul libretto la multa?
U.F. No
D. Potete reclamare?
U.F. No, perché quando si reclama, capita una sospensione. A proposito: è stato detto che d’ora innanzi saremo trattati peggio, perché siamo venuti qui.
Presidente. Non è possibile, state sicuri e tranquilli d’animo.
P.A. Per diciassette o venti operai i comandanti sono tre, mentre basterebbero due e si fa proprio tanto per angariarci.
C.B. È permesso a un semplice caposciolta di sospendere per una semplice, ordinaria mancanza di un operaio, mentre egli non è più di tanto. Il caposciolta non lavora come noi, basta un suo biglietto al caposervizio perché venga la punizione.
D. Il vostro è un lavoro penoso?
C.B. Sì, perché si deve lavorare sdraiati, coricati quasi, ed ogni tanto lo stillicidio ci bagna tutti, e stiamo quindi fino a otto ore nell’acqua, tutti sporchi con la polvere del carbone.
U.F. Una volta il carbone s’incendiò e con tutto ciò che avesse preso fuoco mi fecero entrare in galleria a prendere il legname: meglio salvare il legname che la vita di un uomo!
C.B. Ieri c’era tanto vento che le lampade non potevano rimanere accese, e perciò avevamo deliberato di non lavorare; ma il caposervizio ha detto: se non volete lavorare andatevene
D. Sì sono spesso verificati incendi, scoppi di gas?
C.B. No.
U.F. Una volta mi han tirato a forza fuori, con una corda per mancanza d’aria.
C.B. Sì, anche a me, ma col vagone.
D. Sono gallerie piccole?
C.B. Sì. Ci sono spazi di tre metri di larghezza per uno e mezzo di altezza e anche uno o mezzo, delle vere
fessure.
P.A. Altro che gallerie!
C.B. … e trattandosi di filoni ricchi ci fanno entrare in queste fessure vere e proprie, dove i puntelli sono messi senza imboscatura, e noi entrati, penetrati in queste fessure lavoriamo quasi coricati. I Vagocini poi si spingono a mano, ed in ginocchio.
P.A. Ieri ho fatto un brutto lavoro a Bacu Abis. Alle 2 ho fatto un buco per far passare un poco d’aria, e finitolo, l’impresario, che se n’è accorto, mi ha dato dell’asino e mi ha multato, eppure era necessario, perché il filone del carbone era basso, come è sempre.
D. Avete da esporre vostri desideri alla Commissione?
P.A. Sì: vogliamo il contratto di lavoro, l’abolizione degli impresari.
U.F. In generale un trattamento migliore.

Non so dire se fossero più drammatiche le condizioni di lavoro nelle fessure senza armature e nei filoni bassi oppure le relazioni in cui una vita contava meno di una cosa come il legname e si era multati e insultati come somari, se si creava un foro per respirare un poco. Non so. La disumanizzazione e l’assoggettamento delle persone nell’organizzazione autoritaria, dominante nel lavoro minerario di quei tempi, è una conoscenza molto dolorosa negli studi delle scienze umane.
Un secondo gruppo di minatori di Bacu Abis fu introdotto per le audizioni. I quattro minatori provenivano da Sanluri, Bitti, Asuni e Marrubiu. Uno era celibe, due erano vedovi, uno era ammogliato con 4 figli e si lamentò subito per la paga scarsa di 2,70 lire per i bisogni della sua famiglia. Le altre paghe scendevano fino a 2,25. La paga era mensile, ma nel libretto figurava quindicinale. Era senza acconti, pagata con buoni e ghignoni.

D. Quale la somma che ogni ghignone può rappresentare?
F.R. Da pochi centesimi fino a 3 lire, alle volte arrivano fino a 5 lire.
Gli interrogati mostrano alla Commissione alcuni di questi ghignoni.
D. Tutti i ghignoni sono di questa grandezza?
F.R. Sono di colore diverso e di grandezza uguali.
Il professor Dragoni si fa cedere, per incarico del Presidente, alcuni ghignoni, pagando l’importo.
D. La paga è fatta esattamente dagli impresari?
T.S. Sì: l’impresario paga quando l’amministrazione gli ha consegnati i denari
D. Per le mancanze commesse dagli operai o per inosservanza dell’orario o degli ordini impartiti dai capi, comminano multe, e sotto quali forme?
T.S. Sotto due forme: 1 o 2 lire di multa, diminuzione di paga facendo lavorare le otto ore, e detraendo la paga un terzo, mezza giornata, oppure la festa forzata.
D. L’importo della multa trattenuta, o del terzo o mezza giornata non pagata, quantunque lavorata, è segnata nel vostro libretto personale?
P.G. No.
D. Oltre il libretto c’è il foglio-paga; segnano nel foglio di paga la multa?
P.G. Noi il foglio paga non lo vediamo: non siamo cottimisti.
D. L’impresario paga in base al foglio-paga?
P.G. Sì. Tra l’amministrazione e l’impresario deve esserci un conto corrente.
D. Si pratica il riposo settimanale?
T.S. Alle volte sì.
D. Nel caso di congedo l’Amministrazione preavvisa?
P.G. Nossignore.
Neppure se si diminuisce il numero del personale?
P.G. Neppure, generalmente.
D. I buoni, i ghignoni valgono per la cantina di Targhetta?
M.M. Sì, ma si possono spendere a quella di Crozza con uno sconto piuttosto elevato, del 20 per cento, quando in cambio del ghignone si vuole denaro, e invece di lire 5 vi dà lire 4.
D. Oltre la cantina di Crozza a Gonnesa, di Targhetta a Bacu Abis, vi sono altre cantine?
F.R. Vi è una piccola cantina in campagna, poco distante da Bacu Abis, e per questa cantina pure si rilasciano buoni. C’è insomma un doppio prezzo, uno quando si paga a contanti, ed uno quando si paga a buoni.
D. Quali sono i prezzi?
P.G. ed altri. Targhetta: pane di prima qualità 0,40 (a contanti o col ghignone sono questi prezzi), di seconda qualità 0,32 – farina (semolino) buona qualità lire 0,45 – pasta 0,60, generalmente la qualità è unica, questa di lire 0,60 è la seconda, ma è buona – formaggio 1,50 il vecchio, lire 2 il nuovo, lardo 2,50, olio da ardere 1,10
D. Il cotone per la lampada è pure a vostro carico?
P.G. Sì.
F.R. La cantina di campagna ha prezzi più alti – forse per la lontananza e pel ristretto smercio – così la farina costa lire 0,47 al kg. e manca il pane di seconda e quello di prima si vende a lire 0,40 – pasta a lire 0,65 – l’olio da ardere lo stesso prezzo, da pasto 0,10 in più – il formaggio nuovo lire 1,67 e mezzo e arrotondando lire 1,68, il vecchio 2,10, 2,50.
D. E la cantina di Crozza quali prezzi fa?
P.G. Gli stessi prezzi di Targhetta, però c’è maggior pulizia.
D. C’è il medico e si danno gratuitamente le medicine?
T.S. Sì, c’è il medico e le medicine che si fruiscono, comunemente sono qualche carta senapata, sale inglese, chinino. In generale si vorrebbe a Bacu Abis una cura medica più sollecita, e pare che qualche volta ci sia troppa trascuraggine perché l’ospedaletto è troppo piccolo.

A questo punto, erano state date maggiori informazioni sugli usi dei ghignoni, sullo stato delle cantine, sui costi dei viveri, e sulle condizioni mediche. La centralità della penuria di cibo, dati i bassi salari e gli alti costi dei viveri, gravati dal pagamento in ghignoni, delinea un quadro di cinici poteri di vita, o biopoteri come direbbe Michel Foucault.

Miniera carbonifera Roux – Foto Vittorio Besso

Casa Congia e cantina 1905 (foto tratta dal volume Bacu Abis pubblicato da SEI Cagliari nel 1926)

Casa del Direttore – Foto Alinari

Mentre i minatori di Terras Collu informavano specialmente sui cottimi e sulle condizioni di lavoro rischiose per la vita, i primi due gruppi di Bacu Abis denunciavano soprattutto le penurie alimentari e mediche, lesive della salute. L’insieme di tali condizioni delinea un quadro, con i minatori delle miniere carbonifere sarde, che ha una certa coerente continuità almeno fino alla metà del secolo scorso e che è marcato da fortissime difficoltà di vita.
Venne introdotto infine un terzo gruppo composto da 5 manovali e 4 vagonisti. Uno era di Atzara, uno di Iglesias, uno di Decimoputzu, uno di Baressa, uno di San Vero Milis, uno di Tramatza, uno di Senis, uno di Macomer. Due si dissero ammogliati con figli. Le paghe andavano da 1,70 a 2,10. L’olio e il cotone per la lampada erano a carico dei lavoratori; un litro d’olio bastava per sei giorni di lavoro, di otto ore ognuno. All’esterno la giornata era di 10 ore, all’interno di 8 ore senza riposo. Sentiamo le loro voci:
G.A. All’interno c’è la tolleranza di una ventina di minuti, e per l’esterno ancora più. Nella miniera di Capo d’Acqua il lavoro è troppo forzato, intenso, siamo una quindicina con due impresari.
D. Dove e come alloggiate?
S.B. Dormo in un camerone e pago lire 5 al mese, per mia quota.
D. In quanti siete in questo camerone?
S.B. In cinque e l’Amministrazione quasi pretende di più.
O.S. Io non pago e dormo in un camerone.
D. E perché voi non pagate?
S.B. Lo spiego io. Siccome gli operai destinati a un dato camerone son scelti dall’Amministrazione, capita che si è destinati con compagni arroganti, fastidiosi, inquieti, ed allora si preferisce stare con altri di propria scelta, con amici, e quindi 4-5 operai si uniscono, prendono in affitto dall’Amministrazione un camerone, e ognuno paga la sua quota di fitto.

G.A. Vivo nella località della miniera, in compagnia di altri due operai, e paghiamo lire 6, ossia ognuno lire 2 al mese.
C.L. Vivo in casa mia.
A.A. Vivo a Gonnesa con la famiglia.
S.V. Lire 5 al mese, in Gonnesa.
D. Il medico viene in miniera? L’ospedale come è?
M.S. Il medico fa rare apparizioni in miniera. L’ospedale è infelicissimo, e da qualche tempo manca pure l’infermiere. Avviene che alle volte un ammalato esca dall’ospedale in condizioni peggiori di quelle dell’entrata. Le medicine si danno con molta renitenza, e sono sempre le più comuni.
D. Si dà un sussidio agli operai ammalati?
M. S. Sì, eguale a mezza giornata di lavoro.
Insieme al lavoro «troppo forzato» emerge anche le difficoltà dello stare insieme fra operai. I “noi” solidali non erano costituiti dappertutto. Per abitare e dormire insieme si doveva stare lontani dagli arroganti, dai fastidiosi, dagli inquieti. E bisognava pagare. Per l’insufficienza dell’ospedale, del medico, delle medicine dei sussidi di malattia continuavano le conferme.
Prima di uscire dalle pagine dell’Inchiesta è bene riferire alcuni discorsi, diversi da quelli operai. Il discorso del sindaco di Gonnesa, signor Toro, per esempio, mostra la diminuzione di autorità dei sindaci nel processo di industrializzazione mineraria:
Nello inizio della mia gestione di sindaco m’ero prefisso di fare qualche cosa per eliminare abusi da queste miniere, ma ho avuto una serie di fastidi e dispiaceri che mi è passata la voglia di muovermi…Sono stanco.
Informazioni assai interessanti furono date dai medici. Disse il dottor Sebastiano Forteleoni, direttore e proprietario di un ospedale in Iglesias:
Gli operai sono affetti in generale dall’anemia per deficienza o cattivo nutrimento, ed il miglioramento del regime alimentare dovrebbe essere la base per concorrere all’eliminazione di molti mali, come la tubercolosi che ha una certa diffusione…fra le malattie predominano…le polmoniti e si verificano dei casi d’intossicazione saturnina…i viveri sono di qualità scadente, e sono smerciati da una cantina privilegiata, cioè garantita. Certo ci vorrebbe una maggiore vigilanza igienica, non interrotta… nella miniera di Bacu-Abis si verificano delle antracosi, delle malattie derivanti dall’aspirazione delle polveri di carbone, tanto che i lavoranti sputano nero
Gli effetti dell’insufficiente nutrimento furono rilevati anche dal dottor Loi, medico delle miniere di Gonnesa, San Giovanni e Monte Onixeddu:
I viveri non sono molto buoni, e la nutrizione è deficiente o anormale…
Tutto il sistema di nutrizione influisce notevolmente sull’organismo di persone già infiacchite, le quali anche in rapporto al genere di lavoro avrebbero bisogno di una nutrizione igienica e sufficiente
La centralità dell’insufficiente nutrizione, dati gli esigui salari con effetti devastanti per la salute e per la vita, emerse con una tonalità drammatica da voci mediche, scientifiche. Sul piano antropologico della materialità dei corpi umani nelle materiali relazioni di potere è necessario formulare alcune esplicitazioni.
Soprattutto nel dialogo con gli storici che si riferiscono agli scioperi del primo Novecento criticandone il carattere salariale scapito delle coloriture politiche, gli studi di antropologia mineraria in Sardegna aprono una visione differente che raccoglie e porta in primo piano radicali rischi di vita, specialmente nel lavoro e nella sussistenza alimentare.
In queste radicalità di urgenti invivibilità vanno visti gli scioperi e i moti della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento nella Sardegna mineraria, specialmente quelli del 1904 e del 1906 con gli assalti alle case del dazio e alle cantine. Furono azioni per lo più spontanee e carenti nell’organizzazione, con tutti i limiti che ciò comportava nelle debolezze storicamente vistose dei partiti e dei sindacati. Furono azioni iniziali, ma con una loro linea di continuità, per affermare i diritti umani alla vita promulgati poi nel 1948, quasi 50 anni dopo.
Nel 1899 ci fu uno sciopero a Lula, nel 1900 a Flumini, nel 1903 Guspini, nel 1904 a Buggerru, con 3 morti, nel 1905 5 scioperi tutti nella provincia di Cagliari, nel 1906 7 scioperi con 5 morti. Fra questi si situano gli scioperi di Bacu Abis: quello del 23 Aprile 1906, documentato negli Atti Della Commissione Parlamentare nel volume secondo a pagina 365, e successivamente nella partecipazione della sua popolazione ai moti di Gonnesa del 20-21-22 maggio, con l’assalto nel giorno 20 alla cantina aziendale di Anselmo Roux di Bacu Abis, dove si comprava con i ghignoni: nel giorno seguente si ebbero 2 morti a Nebida e 3 morti a Gonnesa fra i quali una donna, Federica Pilloni.
Vorrei riprendere il filo lungo delle “lotte per poter vivere” con un salto storico a Carbonia, fino alla conclusione di una lunga vertenza con l’Azienda Carboni Italiani, durata 72 giorni, intrapresa nel 1948 dai minatori con una forte ed estesa partecipazione popolare. Vorrei fare un salto in avanti fin lì. Poi un altro fino alla nostra contemporaneità post-industriale. Infine, un passo laterale. Vedremo come. Per ora, annuncio solo un accidentato percorso a zig-zag.

8 Alcuni fili di significato
Cerco di afferrare importanti fili culturali nella trama delle vicende che hanno tessuto le vite delle persone a Bacu Abis e di portarli in vista per vederne il colore che riguardava il poter viver.
Si tratta di scegliere fili di significato e di saperli intrecciare significativamente. Il primo titolo dei fili scelti riguarda i cottimi presenti da subito nelle miniere di Bacu Abis. Agli inizi non ebbe lo spessore che acquisì con il taylorismo americano dell’on best away e neppure quello delle varianti minerarie che caratterizzarono in Sardegna il sistema Bedaux. Ne troviamo tracce negli scritti gramsciani su Americanismo e fordismo. Del sistema Bedaux ho lasciato tracce nei mei studi di antropologia mineraria e nel rilevamento di modelli lavorativi dominanti e dominati in conflitto. Adottando in parte espressioni locali dei minatori ho richiamato il modello del lavoro a cottimo intensificato il modello del lavoratore bestia, incurante dei rischi di vita per sé e per gli altri. Forse, genealogicamente, è un antenato dei contemporanei negazionisti. Il modello del lavoro ragionato per risolvere i rischi fu titolo dei “maestri” minatori che generarono sicurezze lavorative personali e condivise. Produssero, insieme al minerale, luoghi e tempi vivibili, presenze gravide di futuri possibili. Ne ho conosciuti alcuni di Bacu Abis, impegnati nella vertenza della non collaborazione, durata 72 giorni. Non farò nomi per evitare di dimenticarne colpevolmente qualcuno.
Bisogna nella densità dei significati, prodotti nelle esperienze di umanizzazione securitaria alternativa ai cottimi minerari, riprendere le elaborazioni di significati connessi alla produzione di spazi e tempi vitali nel sottosuolo, insieme ai minerali. Urge portare sopra la terra tali esperienze del sottosuolo produttive di spazi e di tempi caratterizzati da sicurezze vitali, continuamente ri-assicurate, per renderle visibili e operative, generative e rigenerative a Bacu Abis e nel territorio, non solo comunale. Può apparire, in tal caso, oltre la robustezza, anche la lunghezza di tale filo di esperienze storico-culturali che ebbero continuità, oltre la prima metà del Novecento, in ogni presenza della popolazione di Bacu Abis, dei minatori e delle donne e dei giovani, in una serie di vicende e vertenze per assicurare la vitalità produttiva del territorio, giungendo alla creazione del polo industriale di Portovesme, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso. Vorrei ricordare che si realizzarono varie esperienze in cui questa periferia della città seppe farsi centro, anzi un nuovo centro nei tempi in mutazione. Forse basta ricordare i giovani accampati davanti alla miniera per nuove assunzioni e nuovi tempi di vita. Se si sa ascoltare, se ne possono ancora sentire gli echi. Analogamente, se si legge la parte del verbale di accordo che concluse la vertenza dei 72 giorni, si sentono gli echi delle voci sui cottimi dei minatori di Bacu Abis, uditi nei loro interrogatori nel corso dell’Inchiesta Parlamentare. L’eco delle iniziative democratiche della popolazione di Bacu Abis rimbalza dal presente al passato e dal passato al presente per volgersi al futuro.

Qualcosa di analogo accade per il filo della penuria di cibo e per l’insostenibile costo della vita nel verbale con cui si chiude la vertenza del 1948. Sono risonanze che giungono alla nostra contemporaneità?
Temo di sì, fatte salve non poche differenze. Ciò significa, tuttavia, che Bacu Abis può portare la sua coscienza di luogo democraticamente generato, e fatto centrale nella modernità urbana in certi momenti storici, a inediti livelli di nuova centralità democratica, rigeneratrice nel presente e nel futuro della città e del territorio sovracomunale. Si tratta di verificare, convertire e sollecitare le disponibilità istituzionali, a vari livelli. Si tratta di concertare direzioni di produzioni vitali verso un futuro condivisibile, locale e con proiezioni territorialistiche secondo aggregati di filiere, riprendendo anche le esperienze produttive rurali messe in ombra dal mito di autosufficienza dell’industrialismo monocolturale, monopolista e poi neoliberista, a lungo dominante e ora in crisi. Non è impresa di poco momento. Ma si può iniziare dal poco, ben potenziato da un nucleo progettuale forte e dinamico per farlo procedere, in modo aggregativo e quasi “a palla di neve”, dalle storiche penurie alimentari alle attuali sicurezze qualitative del cibo localmente prodotto.

9 Una certezza e molte domande
Tornando all’incontro del 22 novembre scorso a Bacu Abis, riferirò solo la mia proposta più immediata. Ho donato le copie dei documenti, da me raccolti e organizzati, affinché possano costituire, insieme a foto storiche e attuali, una unità espositiva sia stabile, in un locale idoneo da reperire, e sia itinerante. Possono servire anche per una piccola pubblicazione, se si vuole. Intanto, è necessaria una pre-inchiesta con videoregistrazioni sulla coralità dei produttori di cibo locale che possa rispondere qualitativamente agli echi delle storiche insufficienze e insicurezze di cibo, patite dalle persone del luogo.
Il mio sguardo è lungo e va oltre il mio tempo, ma è anche largo e va oltre le discipline demo-etno-antropologiche e la stessa antropologia mineraria. Si colloca nell’ambito degli studi francesi di antropologia dello spazio (F. Choay) che hanno dialogato con l’eco-territorialismo interdisciplinare promosso in Italia da Alberto Magnaghi (2001, 2003, 2010, 2012, 2020, 2023) e dalla sua scuola. Mi appresto a studiare questo caso di un possibile riabitare, culturalmente riabilitato, unendomi anche alle riflessioni antropologiche di Pietro Clemente (2020) sulle persone e di Vito Teti (2020) sui paesi. Studi che la pre-inchiesta dovrebbe tarare, selezionando l’affollamento di numerose domande, per una fattibilità concreta di ulteriori percorsi, senza rinunciare in partenza all’ambizione di lunga gittata per rendere possibile l’apparente e immediato impossibile.
Non voglio creare contrapposizioni rispetto ad altre possibili opzioni di percorso, per esempio le patrimonializzazioni proiettate verso il futuro e i risanamenti ambientali. Mi interessa partire dalle penurie e dalle insicurezze di vita e di cibo, che hanno storicamente marcato corpi umani di abitanti insieme al territorio, sia per rilevare le esperienze di resistenza vitale che hanno connotato insieme persone e territorio, sia per misurarne la forza culturale storicamente congiunta nel passato e nel presente, sia per provare a metterne in campo l’attuale portata ed estensibilità in azioni rigenerative unitamente delle persone e dei luoghi. Mi pare necessario studiare nei luoghi percepiti come “propri”, sani o sanati producendo mondi vitali da condividere democraticamente, da riabilitare e da riabitare: forse inventando uno straordinario villaggio delle api che Primo Levi ha saputo scorgere nel territorio del piombo «velenoso» e delle «pietra nera che brucia».
Con uno sguardo antropologico forse Bacu Abis può essere aperta a speciali e inaugurali prospettive per dare centro a Carbonia come città che ora vuole vivere producendo salute del mondo e nel mondo.
Forse Bacu Abis può essere luogo della fondazione di una nuova città vitale dove le nuove industrie e i nuovi modi di industrializzarsi sanno vivere con la natura nutriente e salutare, a partire dal cibo.
In quest’epoca detta Antropocene per richiamare le responsabilità della specie umana, responsabilità in cui hanno prevalso gli interessi finanziari senza alcun limite della modernità industriale anche estrattiva, forse si può partire da un piccolo seme o da un piccolo passo: come la creazione di un sito espositivo, che diventa ‘antenna’ connessa alla Grande Miniera di Serbariu, muovendo dall’esperienza mineraria carbonifera prima del fascismo urbano-centrico. Forse può bastare per dare concretezza a una rinnovata e rinnovante coscienza, propria di quei luoghi esausti e resi marginali dal modello di industrializzazione estrattiva realizzato, vistosamente in crisi nella nostra contemporaneità. Forse. Ma vale la pena di sperimentare.

Paola Atzeni

È stata un grande successo la seconda edizione di Fun_Go, cooking, art & more, la manifestazione voluta dall’assessorato delle Attività produttive del comune di Iglesias, che da venerdì a ieri sera ha animato la cittadina medievale con show cooking, degustazioni, menù a tema e passeggiate nei vicini boschi, nel segno dei funghi, ingrediente principe delle tavole autunnali.

La manifestazione non è stata solo un momento di svago e conoscenza: per gli chef stellati chiamati a esibirsi negli show cooking, Errico Recanati, una stella Michelin, titolare del rinomato Andreina, vicino a Loreto, e Cristina Bowerman, una stella Michelin e tre forchette Gambero rosso, chef di punta del Glass Hostaria di Roma, è stata anche l’occasione per andare alla scoperta delle produzioni d’eccellenza dell’Isola. Grande interesse ha riscosso la lenticchia nera di Calasetta, così come i porcini coltivati su un substrato fatto con i fondi di caffè recuperati in bar e locali, o i cardoncelli. Tutti ingredienti che i super cuochi hanno utilizzato nella preparazione dei piatti proposti nei loro show cooking: porcino, ostriche e lenticchie nere di Calasetta in consistenza di polvere d’agnello, venerdì per Recanati, e Capelli d’angelo in brodo di funghi, vongole e prosciutto per la Bowermann. Oltre ai prodotti della terra i due chef hanno deciso di rifornire le dispense dei loro locali, acquistando anche bottarga, anguille affumicate e prosciutto di tonno.

Anche stavolta l’idea della rassegna si è dimostrata, dunque, vincente: “Rispetto alla prima edizione dello scorso anno, stavolta abbiamo voluto alzare ancora l’asticella così abbiamo portato i giorni della manifestazione da due a tre e il risultato è andato oltre le aspettative – afferma Daniele Reginali, assessore delle Attività produttive del comune di Iglesias -. Oltretutto, l’interesse mostrato dai grandi chef per i nostri prodotti non può che riempirci d’orgoglio. A breve ci metteremo al lavoro sulla prossima edizione, che porterà ulteriori novità e ancora un salto di qualità».

Ieri sera, in chiusura della manifestazione, sono stati proclamati i vincitori del concorso “Fun_Go Street o seat?”, rivolto ai piatti a base di funghi che i ristoratori locali hanno proposto durante la tre giorni. La vittoria del circuito “Seat”, per i piatti da degustare seduti, è andata all’Osteria Futura, di Franco Arui che ha proposto un nido di ravioli di ricotta di capra con riduzione al vino rosso e porcino e preparato dallo chef Luca Vittori. A valutare le pietanze è stata una giuria presieduta dallo chef Luigi Pomata e dai food writer Giulia Salis e Manolo Orgiana. Per il circuito street, ovvero le pietanze da passeggio, hanno vinto ex aequo La tua Macelleria Muru con “Salsiccione di suino ai funghi e fungo ripieno”, e AIBM project con “Ò cuzzetiello napoletano al ragù di salsiccia sarda fresca, cardoncelli, patate e cipolle”.

Durante le dimostrazioni e le degustazioni di questi giorni, fondamentale è stato l’apporto di insegnanti e studenti degli istituti alberghieri “G. Ferraris” di Iglesias e “Antonio Gramsci” di Monserrato, capaci di lavorare in perfetta sinergia con gli chef (per la Sardegna c’erano Marina Ravarotto, del ristorante Chiaroscuro e Pierluigi Fais di Josto) e offrire al pubblico un servizio impeccabile, che ha previsto anche la preparazione di due gustosi aperitivi: Macarons ai tre Fun_Go, un tris di macarons dolce salato di funghi con tre farce (alberghiero di Monserrato) e Fry Fun_Go, trilogia di fritti a base di fungo (alberghiero di Iglesias).

Fondamentale anche la collaborazione degli istituti “Giorgio Asproni” ed “Enrico Fermi” con l’indirizzo turistico per il supporto organizzativo e l’assistenza nell’accoglienza degli ospiti.

Fun_Go è ideato e promosso dall’assessorato alle Attività produttive del comune di Iglesias, con il sostegno della Fondazione di Sardegna e il coordinamento organizzativo dell’Associazione Enti locali per le attività culturali e di spettacolo.