14 April, 2021
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Il sindaco di Sant’Antioco, Ignazio Locci, ha diffuso una nota, nella quale manifesta stupore sull’intenzione del Governo nazionale, così come denunciato dalla Cisl, di procedere con il commissariamento di alcune opere pubbliche riguardanti la Sardegna, tra le quali anche il collegamento per Sant’Antioco (nuovo ponte). «Un atto che sa di sgarbo istituzionale, nonché di offesa alla dignità dei sardi – commenta Ignazio Locci – che ancora una volta, se la notizia venisse confermata, dovranno confrontarsi con commissari provenienti chissà da dove, anziché con i rappresentanti eletti, così come dovrebbe essere. E in particolare con la Giunta regionale e con l’assessore dei Lavori pubblici Roberto Frongia, al quale rinnoviamo stima e piena fiducia».

E così, dopo quasi un anno di attesa dal deposito dell’interrogazione dell’onorevole del M5s Pino Cabras (giovedì 10 ottobre 2018) sulle opere infrastrutturali inserite nel Piano Sulcis (nuovo ponte e circonvallazione Sant’Antioco-Calasetta), «salutata da certuni – aggiunge Ignazio Locci – come lo strumento che avrebbe smosso le acque e condotto il Governo su posizioni più consone alla volontà del Consiglio comunale, che ha manifestato contrarietà all’opera, apprendiamo che l’unico provvedimento che è stato capace di assumere il ministro Danilo Toninelli sarebbe il commissariamento. Non la risposta all’interrogazione “salvifica” dell’onorevole Pino Cabras, peraltro del suo stesso partito, bensì il commissariamento, che profuma tanto di vecchia politica, quella osteggiata dai pentastellati. Ci aspettavamo il responso serio e sensato ai legittimi interrogativi posti dal deputato Pino Cabras, ma evidentemente così non è stato, benché siano trascorsi 11 mesi. Mentre noi, dunque, lavoriamo sodo e portiamo avanti il nostro iter, compresa la gara d’appalto per il primo lotto delle opere di ristrutturazione dell’attuale ponte – conclude il sindaco di Sant’Antioco -, attendiamo che il “non pervenuto” Ministro Toninelli dia un segno della sua esistenza, al di là dei social, con atti concreti».

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Nuova dura presa di posizione di Rolando Marroccu, Alfonso Curridori e Daniele Garau, portavoce del Comitato Cittadino Porto Solky – Sant’Antioco, sui progetti del Piano Sulcis previsti nell’Isola di Sant’Antioco.

«A seguito di recenti accessi agli atti, apprendiamo con stupore e grande disappunto che a breve l’Amministrazione Comunale di Sant’Antioco, su prescrizione del Servizio demanio della Regione Sardegna, si appresta ad adottare il nuovo Piano Regolatore Portuale che dovrà prevedere la realizzazione del nuovo ponte, quando invece la stessa amministrazione Comunale nel marzo 2018 ha deliberato la sua contrarietà all’opera – scrivono in una nota Ronaldo Marroccu, Alfonso Curridori e Daniele Garau -. Quanto sopra perché le misure di salvaguardia impongono che non si possa pianificare senza tenere conto di progetti in fase autorizzativa. In pratica fino a quando l’appalto del nuovo ponte e delle vecchie opere portuali progettate 60 anni fa per un porto industriale non verranno revocati, la pianificazione del nuovo porto si dovrà adattare a queste opere, nel caso specifico ci dovremmo dimenticare il riutilizzo delle aree Sardamag per la ricettività, la cantieristica e tutto quello che il Sulcis attende da decenni.»

«Poiché a nostro avviso la vicenda sta precipitando, il Comitato Porto Solky ha già inviato al ministero delle Infrastrutture e Trasporti – Mit –  ed al ministero dello Sviluppo economico – Mise -, la richiesta di istituzione urgente di una Commissione ministeriale al fine di verificare la corrispondenza di tali opere agli obiettivi e alle finalità per cui è stato siglato il protocollo d’intesa del Piano Sulcis e concessi i relativi finanziamenti, nonché la regolarità degli atti che hanno portato a tali scelte ormai disconosciute, non solo dalle popolazioni del territorio, ma persino dagli stessi enti istituzionali – aggiungono Rolando Marroccu, Alfonso Curridori e Daniele Garau -. Ricordiamo che sulla vicenda, ad ottobre 2018 l’on. Pino Cabras ha presentato un’interrogazione parlamentare; successivamente nel febbraio 2019 il ministro Danilo Toninelli ha richiesto ulteriori integrazioni.»

Il Comitato Porto Solky, infine, vorrebbe riprendere gli incontri, iniziati a marzo 2019, con i Sindaci del territorio e possibilmente con il coinvolgimento del nuovo assessore regionale dei Lavori pubblici, Roberto Frongia, al fine di mettere a disposizione il prezioso e serio lavoro di studio svolto fino ad oggi e, a breve, invierà a tutte le amministrazioni comunali interessate dal porto strategico di Sant’Antioco, una formale richiesta accompagnata da opportuna documentazione.

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Domani, venerdì 19 luglio, alle ore 18.30, in piazza Giovanni Paolo II (lato via Lombardia nei pressi della Scuola Elementare Ciusa), a Carbonia, verrà inaugurata la scalinata che nello scorso weekend è stata ristrutturata e riqualificata per opera del meritorio lavoro eseguito dai volontari dell’associazione “Senso Comune”, per commemorare Paolo Borsellino e la scorta vittime della strage di via D’Amelio nella ricorrenza del 27° anniversario dell’attentato di matrice mafiosa.

Un’iniziativa all’insegna del decoro urbano concretizzatasi anche attraverso interventi di pulizia e sfalcio dell’erba nelle aiuole, messa a dimora di piante, potatura di arbusti, manutenzione di panchine, cestini, fioriere, tinteggiatura dei muretti delle aiuole situate nella piazza Giovanni Paolo II.

Gli interventi del sodalizio “Senso Comune” sono stati realizzati con il patrocinio del comune di Carbonia che, attraverso il sindaco Paola Massidda, «ringrazia i volontari per avere dato, ancora una volta, un esempio pratico di senso civico e di amore per la nostra città. Il loro contributo è stato decisivo e ha consentito di attuare un importante restyling della scalinata che collega la parte alta con la parte bassa della piazza Giovanni Paolo II. Il modo migliore per celebrare il 27° anniversario della strage di via D’Amelio a Palermo, attentato in cui persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e i cinque uomini della sua scorta, tra cui la nostra conterranea Emanuela Loi».

La tensione morale, il senso dello Stato e il rispetto della legalità che animarono Paolo Borsellino e i suoi agenti verranno commemorati domani sera, alle ore 18.30, in una cerimonia che si svolgerà secondo il seguente programma:

• Saluto di benvenuto da parte dell’associazione di volontariato “Senso Comune”;
• Saluti istituzionali e intervento del sindaco di Carbonia, Paola Massidda;
• Intervento del deputato della Repubblica Italiana, on. Pino Cabras.
• Inaugurazione della scalinata con rimozione del drappo e benedizione del parroco, don Marco Olianas;
• Lettura dei nomi delle vittime della Strage di via D’Amelio e intervento di Maria Claudia Loi, sorella di Emanuela Loi;
• Intervento del presidente di “Senso Comune” Monica Pinna e ringraziamenti finali.

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«In Ricordo di Paolo Borsellino. Quale eredità è stata tramandata, dopo il suo sacrificio, alle generazioni successive? L’Italia oggi è un Paese migliore?»
È il titolo della conferenza organizzata dal “Caffè Im…Pero” di Carbonia, in collaborazione con “Canale40”, per il 27° anniversario della scomparsa del giudice Paolo Borsellino e dei 5 componenti della sua scorta, tra i quali c’era la sarda Emanuela Loi, nell’attentato mafioso del 19 luglio 1992, a Palermo.

Venerdì 19 luglio, nella Piazza Roma, a Carbonia, di fronte al “Caffè Im…Pero”, a partire dalle ore 21.30, si articolerà la conferenza, con relatori l’ex questore di Trapani e prefetto di Nuoro, Antonio Pitea; il referente di “Libera” per la Sardegna, Giampiero Farru; il comandante della Compagnia dei carabinieri Carbonia, Lucia Dilio, il vicepresidente regionale dell’UCSI e direttore del periodico “Sulcis Iglesiente Oggi”, Giampaolo Atzei; l’ex responsabile della redazione del Sulcis Iglesiente dell’Unione Sarda e scrittore, Sandro Mantega; il deputato del M5S, l’On. Pino Cabras ed il sindaco della città di Carbonia, Paola Massidda.
I lavori saranno coordinati dal giornalista, Manolo Mureddu.

 

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Ferma presa di posizione del consigliere regionale del Partito sardo d’Azione Fabio Usai sull’emergenza del polo industriale di Portovesme e sulla RWM di Domusnovas.

«Il futuro industriale del Sulcis Iglesiente continua a essere fortemente in discussione a causa della visione anacronistica, ideologizzata e irreale del M5S e del suo leader, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio – attacca Fabio Usai -. Non solo, il titolare del MISE continua a non presenziare ad ogni vertice ministeriale sulle principali vertenze industriali del territorio, quali, ad esempio, Sider Alloys, dimostrando di non volersi assumere fino in fondo la responsabilità di trovare delle soluzioni concrete, stabili e durature, nell’interesse delle migliaia di lavoratori, padri di famiglia, coinvolti nel Polo di Portovesme, ma addirittura dimostra con la sua inesistente strategia politica sul tema della decarbonizzazione, e delle indispensabili alternative per l’approvvigionamento energetico da istituire in assenza delle fonti fossili, di voler compromettere ogni velleità di ripartenza e rafforzamento del settore industriale in Sardegna e nel Sulcis Iglesiente, da qui ai prossimi decenni.
Una “non strategia” politico/istituzionale/industriale/energetica, degna di un leader ormai conosciuto per aver prodotto in un anno di responsabilità governativa sul tema dello Sviluppo Economico e di riflesso del Lavoro: il NULLA ASSOLUTO.»

«Nondimeno, per la forza politica da lui guidata, non sono forse sufficienti la crisi economica generalizzata nel Sulcis Iglesiente e le relative problematiche connesse alla ripartenza degli stabilimenti industriali di Portovesme, altrimenti non si spiegherebbe come mai da tempo è in atto un vero e proprio tentativo di far chiudere anche un’altra delle poche realtà produttive ancora in marcia nel territorio, ovvero la RWM – aggiunge Fabio Usai -. Prova ne è la mozione approvata negli ultimi giorni dalla Camera dei Deputati, con primo firmatario l’on. Pino Cabras, con l’obbiettivo non troppo celato di chiudere la fabbrica di Domusnovas senza che però venga concepito e attuato un concreto quanto credibile piano di riconversione del sito produttivo per le centinaia di lavoratori, padri di famiglia, coinvolti.
Il tutto facendo leva sui drammi delle popolazioni colpite dalla guerra in Yemen che, purtroppo, anche in caso di serrata dello stabilimento di Domusnovas non sarebbero interrotti in alcun modo. In quanto, in ogni caso, le armi verrebbero prodotte, vendute e acquistate dagli Stati coinvolti direttamente e indirettamente nel conflitto, in numerosi altri luoghi e modi.»

«Fermo restando il sostegno a ogni azione politica tesa a bloccare ogni conflitto nel mondo, è inaccettabile che per il territorio del Sulcis Iglesiente le uniche soluzioni proposte continuino a essere quelle dell’azzeramento dell’esistente senza però, prima, realizzare alternative credibili di rilancio economico-occupazionale – sottolinea il consigliere regionale sardista -.
Questo modo approssimativo di intendere la politica e di influire nella vita delle persone, da parte dei vari Di Maio, Cabras e compagnia, va censurato e rispedito senza tentennamenti al mittente. Il Sulcis Iglesiente ha urgente necessità di ottenere risposte concrete sui temi del lavoro, del salvataggio e del rafforzamento delle realtà produttive esistenti e della pianificazione e programmazione economica di tutti gli altri settori da qui ai prossimi decenni. Al governo nazionale va detto con forza che è arrivata l’ora di produrre meno chiacchiere ideologiche e slogan, e più fatti concreti nell’interesse di tutti i cittadini – conclude Fabio Usai -. Come Regione Sardegna continueremo a pretendere rispetto per i sardi e a fare tutto ciò che è in nostro potere per risolvere i tanti problemi irrisolti lasciati in dote dal passato e dall’inconcludenza di chi oggi avrebbe potere di intervenire ma non lo sta facendo o addirittura pone ostacoli come gli esponenti del M5S.»

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La Camera dei deputati ha approvato ieri la mozione 1/00204, primo firmatario Pino Cabras, col parere favorevole del governo, recante iniziative per il blocco dell’esportazione e del transito di bombe per aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Comitato Riconversione Rwm ha accolto con soddisfazione l’approvazione della mozione, «che differisce solo parzialmente da quelle presentate da LEU, PD e Fratelli d’Italia – costituisce un risultato importantissimo per tutte le organizzazioni della società civile italiana ed europea, con le quali il Comitato ha intensamente collaborato negli ultimi anni per la promozione della pace in Yemen e nel mondo – sostengono i portavoce del Comitato Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita -. E’ evidente che lo stop dell’esportazione delle bombe prodotte nello stabilimento sardo della Rwm Italia Spa non potrà fermare subito la guerra ma è altrettanto chiaro che si tratta di un’assunzione di responsabilità necessaria per rimettere nel giusto ordine di priorità gli interessi commerciali del nostro paese e il perseguimento della pace nel mondo, in accordo col principio costituzionale di ripudio della guerra. Una scelta che non mancherà di generare risposte di pace a livello europeo e internazionale».

«Si trova, nella mozione, anche il riferimento alla necessità di finanziare la riconversione dell’industria bellica verso altre forme produttive, rispettose della vita umana e dell’ambiente, anche se, purtroppo, non viene ribadito nella parte dispositiva – aggiungono Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita -. Il Comitato richiama l’attenzione di tutti gli attori istituzionali sul tema della salvaguardia dei posti di lavoro dei circa 300 lavoratori della fabbrica iglesiente, i quali non devono subire le conseguenze di un eventuale chiusura dello stabilimento e conseguente delocalizzazione, da tempo minacciati dalla proprietà in caso di ostacoli esterni al preventivato aumento di produzione.»

«Riteniamo che non si possano scaricare su lavoratori e territorio le conseguenze di 3 anni di ipocrisie politiche, durante i quali si sono illuse le maestranze e le istituzioni locali della regolarità dell’esportazione verso la coalizione saudita. Una delle condizioni della vera ricerca della pace è la giustizia sociale e sarebbe oltremodo ingiusto che, a pagare gli errori dei governi che si sono succeduti dal 2016 ad oggi, siano solo i lavoratori e i cittadini del Sulcis Iglesiente. Per questo motivo – concludono Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita -, il Comitato chiede l’immediato interessamento del presidente del consiglio Giuseppe Conte, del presidente della regione Solinas, del consiglio regionale, dei sindacati e del mondo imprenditoriale e accademico, al fine di promuovere e sostenere, in maniera coesa, la messa in atto di attività alternative a quelle della produzione di bombe, anche con una appropriata legge regionale.»

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Una mozione presentata alla Camera, il cui primo firmatario è Pino Cabras (M5S) chiede che «l’Italia sospenda le esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti di bombe d’aereo e missili che possono essere utilizzati per colpire la popolazione civile dello Yemen sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace».

La mozione, sottoscritta anche da altri ventitré parlamentari della maggioranza, impegna inoltre il Governo a continuare ad assicurare una applicazione rigorosa delle disposizioni della legge 185/1990 sull’esportazione degli armamenti e riguarda da vicino la Sardegna, in quanto parte degli ordigni utilizzati dall’Arabia Saudita in Yemen sono prodotti dalla Rwm di Domusnovas. Secondo la mozione «sarebbe opportuno che venissero assunte iniziative per favorire e supportare la riconversione in produzioni civili delle attività delle aziende attualmente interessate alla produzione di armi, anche attraverso l’istituzione di un fondo ad hoc e il rifinanziamento degli incentivi per la ristrutturazione e la riconversione dell’industria bellica e la riconversione produttiva nel campo civile e duale, destinati alle imprese che operano nel settore della produzione di materiali di armamento».

«La Repubblica italiana ha l’occasione di partecipare a una svolta internazionale sullo Yemen, in grado di creare le condizioni favorevoli per la pace – spiega Pino Cabras -. I rappresentanti del nostro popolo prendono a cuore con fraternità e realismo politico la sorte di un popolo martoriato, che ha bisogno di più dialogo e diplomazia e meno armi distruttive intorno e sopra la sua terra.»

La decisione del Parlamento italiano potrebbe arrivare dopo che già «la Germania ha sospeso temporaneamente le proprie licenze di esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita fino al 30 settembre. A loro volta Danimarca, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi in Europa hanno sospeso l’erogazione di nuove licenze verso l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti – si legge nella mozione – sulla scia della risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 25 ottobre che chiedeva l’adozione di un embargo totale sulla vendita di armamenti all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, date le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale perpetrate da questi Paesi e accertate da autorità competenti delle Nazioni Unite, mentre il governo del Regno Unito – pur preannunciando un ricorso in appello – ha deciso di sospendere le nuove forniture di armi all’Arabia Saudita e agli altri Paesi della coalizione coinvolta nella guerra nello Yemen dopo il verdetto della Corte d’appello di Londra che ha dichiarato illegale una delle procedure finora seguite».

La mozione impegna per questo il Governo a proseguire in tutte le sedi competenti l’azione volta ad ottenere l’immediato cessate il fuoco e l’interruzione di ogni iniziativa militare in Yemen, a sostenere l’azione umanitaria coordinata sotto la guida delle Nazioni Unite per alleviare le sofferenze della popolazione yemenita, e a valutare l’avvio e la realizzazione di iniziative finalizzate alla futura adozione, da parte dell’Unione Europea, di un embargo mirato sulla vendita di armamenti ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

«Secondo quanto affermato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, in Yemen siamo di fronte “alla peggiore crisi umanitaria del pianeta” – si legge nella mozione -, secondo le Nazioni Unite quasi l’80 per cento della popolazione yemenita ha bisogno di assistenza o protezione umanitaria. A causa del conflitto, che ha già provocato 70 mila vittime, oltre 24 milioni di persone su una popolazione totale di 28 non hanno cibo sufficiente, 9,6 milioni sono sull’orlo della carestia e 240 mila sopravvivono a malapena alla fame. Dall’inizio del conflitto, oltre tre milioni e 300 mila yemeniti hanno lasciato le loro case, 600 mila nel solo 2018.»

Per la mozione, «la situazione umanitaria in Yemen è devastante e come raccontano i dati recentemente diffusi, in continuo peggioramento. Occorre uno sforzo affinché tutte le parti in conflitto adempiano alle loro responsabilità consentendo l’erogazione senza impedimenti degli aiuti umanitari, compresi cibo, acqua e medicinali, a favore della popolazione civile».

Anche gli Stati Uniti da mesi chiedono «una immediata cessazione degli attacchi aerei condotti dalla coalizione a guida saudita contro le forze Huthi nelle aree popolate da civili e, allo stesso tempo uno stop anche agli attacchi condotti dalle forze Huthi in territorio saudita». Anche il Segretario della difesa degli Stati Uniti «ha invitato le parti in conflitto in Yemen a imporre un cessate il fuoco per intraprendere negoziati di pace».

Dallo scorso dicembre sono iniziati a Stoccolma i colloqui di pace tra le parti che combattono in Yemen, poi proseguiti con delle riunioni tecniche in Giordania a febbraio che hanno interessato le questioni principali, dallo scambio dei prigionieri fino al raggiungimento di un compromesso preliminare sull’attuazione della tregua.

«È quindi estremamente urgente porre quanto prima fine ai combattimenti, al fine di stabilizzare lo Yemen nella cornice di uno Stato pacifico e pluralistico nell’interesse – oltre che della regione di riferimento – di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla etnia o fede e libero dalle ingerenze esterne», afferma la mozione.

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Il Movimento 5 Stelle si mobilita contro la realizzazione del deposito costiero di gasolio ad Arbatax, che dovrebbe sorgere nella fascia dei 300 metri dal mare e senza alcuna procedura di valutazione di impatto ambientale, in una zona di grande pregio naturalistico e tutelata dal Piano paesistico regionale. Con una interrogazione firmata dal deputato Pino Cabras, e sottoscritta anche dai parlamentari Luciano Cadeddu, Emanuela Corda ed Alberto Manca, si chiede infatti al ministro delle Infrastrutture DaniloToninelli e a quello dell’Ambiente della tutela del territorio Costa di rendere più stringente la disciplina in materia di valutazione di impatto ambientale “soprattutto per quelle opere che dovrebbero sorgere in aree la cui economia è basata principalmente sui settori della pesca e del turismo”.

A decidere che l’opera potesse essere realizzata senza la procedura di valutazione di impatto ambientale era stata, a pochi giorni dalla fine del suo mandato, la Giunta Pigliaru con la delibera n. 6/44 del 5 febbraio 2019.

Il progetto, presentato dalla società New.G S.r.l., prevede la realizzazione di un impianto di stoccaggio di gasolio della capienza di 31mila metri nell’area dell’ex centrale elettrica della cartiera di Arbatax, su una superficie complessiva di circa 22mila metri quadrati, a circa 260 metri dal mare e a 600 metri dalle abitazioni di Arbatax.

Nello specifico, il progetto prevede il ripristino dei due serbatoi esistenti per lo stoccaggio di gasolio, la costruzione di tre nuovi serbatoi di cui uno con funzione di accumulo ed erogazione di gasolio per autotrazione, e due destinati alla procedura di colorazione del gasolio, per generare gasolio agricolo e per riscaldamento, nonché la realizzazione di una nuova condotta per il trasporto del combustibile, in un’area in cui sono presenti beni paesaggistici ed ambientali sottoposti a vincolo dal Codice Urbani. Inoltre una porzione della fascia costiera verrebbe attraversata dalla condotta di collegamento tra la banchina e i serbatoi.

«Comitati e amministratori locali hanno posto in rilievo i potenziali rischi ambientali e sanitari relativi alla realizzazione di un tale impianto a poca distanza dal mare e dai centri abitati, nonché in prossimità di beni paesaggistici e ambientali sottoposti a vincolo, oltre ai potenziali danni emergenti per gli impianti ittici presenti nella zona», si legge nell’interrogazione. Per questo i parlamentari 5 Stelle chiedono ora al governo di intervenire, per «garantire una più efficace tutela e salvaguardia delle ricchezze ambientali, nonché una maggiore rispondenza ai principi di prevenzione e precauzione previsti dalla normativa comunitaria».

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«La Sider Alloys deve rivedere completamente il piano dei costi e dei profitti perché la richiesta di pagare l’energia 24 euro a megawatt/ora era stata presentata poco più di un anno fa all’allora ministro Carlo Calenda quando il prezzo di mercato era di 44 €/Mgwh. Oggi però il prezzo è salito a 59 euro e utilizzando tutti gli strumenti a disposizione della politica il prezzo può abbassarsi soltanto fino a 39 €/Mgwh. Con i piani presentati da Sider Alloys, significa che così comunque per l’azienda i conti non tornano e che occorre presto riconsiderare drasticamente e nell’insieme tutti i costi.»

Lo afferma in una lunga nota pubblicata su Facebook il deputato del Movimento 5 Stelle Pino Cabras, che ieri ha partecipato a Roma all’incontro convocato dal ministero dello Sviluppo economico sulla vertenza della ex Alcoa di Portovesme e a cui erano presenti il vicecapo di Gabinetto del Mise Giorgio Sorial, il sottosegretario Davide Crippa, i rappresentanti del ministero del lavoro, il presidente della Regione Sardegna Christian Solinas, nonché esponenti di Invitalia, dell’azienda e dei sindacati.

«Rispetto al tavolo convocato a marzo, l’azienda ha colmato i molti ritardi per i quali l’attuale governo a muso duro aveva chiesto a Sider Alloys che si desse una smossa – spiega Pino Cabras -. In particolare, l’azienda ha concluso i contratti con la grande impresa cinese Chalieco-Sami e con altre imprese per il rimodernamento (revamping) degli impianti. E a differenza delle diapositive scarne della volta scorsa, stavolta il piano industriale è stato illustrato con indicazioni più precise sui ricavi e sui costi.»

Sul costo dell’energia però «il leader della Fim-Cisl Marco Bentivogli e l’ex titolare del Mise Carlo Calenda, giocano allo scaricabarile e invertono il principio di causa ed effetto – puntualizza il deputato 5 Stelle -. Nel corso dell’incontro è emerso infatti chiaramente che l’operazione tanto propagandata nel febbraio 2018 dal governo Gentiloni in fregola elettorale, era assolutamente incompleta. Il piano di abbattimento dei costi energetici non era pronto, come non lo era il piano industriale, e si sapeva solo che voleva portare il prezzo calmierato dell’energia al livello di 24 euro a megawatt/ora, in un’epoca in cui il prezzo era a quota 44 €/Mgwh. Nel frattempo, siccome il mercato dell’energia si muove senza citofonare a casa Calenda per chiederne il permesso, il prezzo è salito a circa 59 €/Mgwh».

«Per questo motivo – aggiunge Pino Cabras -. Invitalia, l’agenzia del Mise specializzata in sviluppo d’impresa e investimenti, ha proposto alla Sider Alloys un rapido e difficile adeguamento dei piani che riconsideri drasticamente e nell’insieme tutti i costi e soprattutto dei profitti attesi.»

«Gli uffici del ministero e di Invitalia lavorano a tempo pieno per una soluzione – assicura Pino Cabras – ma se le condizioni del mercato energetico, così sensibile anche agli eventi politici globali, dovessero peggiorare ancora? Gli elementi di vulnerabilità di tutta questa costruzione sono molto ingombranti. Chi faceva trionfalismo barava.»

«Al fondo rimane una questione, che pongo all’attenzione del governo e della giunta regionale – conclude Pino Cabras -. Occorre ripensare il modello di sviluppo del Sulcis, dove da decenni l’inerzia dell’interminabile declino industriale spinge a inseguire un’emergenza che diventa metodo di ‘sgoverno’. Bisogna riprogrammare tutte le risorse a suo tempo previste dal Piano Sulcis, uscire dalle monoculture e fare un vero revamping sociale.”

 

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Con una doppia interrogazione al ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, presentata alla Camera da Pino Cabras e Alberto Manca ed al Senato da Emiliano Fenu, i parlamentari del Movimento 5 Stelle chiedono quali iniziative intenda assumere il Governo «affinché la Saipem di Arbatax (gruppo ENI) incrementi gli investimenti, in particolare lo stabilimento di Arbatax”, e questo “al fine di scongiurare la chiusura di tale importantissima realtà industriale e di salvaguardare i livelli occupazionali e le professionalità dei lavoratori impiegati». Per Pino Cabras, Alberto Manca ed Emiliano Fenu, la condotta di Saipem potrebbe violare il decreto Dignità che introduce misure per il contrasto alla delocalizzazione all’estero delle imprese.

Nonostante la recente acquisizione di una nuova commessa per realizzare un progetto in Guyana, che da luglio 2019 e per circa sette mesi dovrebbe interessare lo stabilimento ogliastrino, le preoccupazioni per il futuro permangono anche perché «l’organico, ormai ridotto a sole 95 unità, subirà un’ulteriore flessione a seguito dell’accordo siglato nel corso del recentissimo incontro tra la Saipem e la Rappresentanza sindacale unitaria – si legge nelle due interrogazioni – nell’ambito di un piano di prepensionamento che tuttavia non specifica come verranno reintegrate le professionalità perse».

Le rassicurazioni di voler proseguire gli investimenti nello stabilimento, manifestate da parte dei vertici della società, non appaiono dunque coerenti con la situazione attuale, anche perché una importante commessa destinata al mercato africano verrà realizzata dalla Saipem in Indonesia quando invece, si legge nell’interrogazione, «lo stabilimento di Arbatax avrebbe potuto realizzare almeno una parte del progetto».

«Il timore che sia in atto una progressiva smobilitazione del sito è rafforzato dal precedente dello stabilimento di Cortemaggiore, dismesso nel 2016 e delocalizzato in Romania, nonostante le precedenti rassicurazioni – spiegano i parlamentari 5 Stelle -. L’Ogliastra è già provata dal gap infrastrutturale e dai forti tassi di disoccupazione e non potrebbe permettersi un ulteriore duro colpo». Per questi motivi, visto il protrarsi della situazione di incertezza, i sindacati dallo scorso mese di febbraio hanno proclamato lo stato di agitazione.

La Saipem S.p.A è una società strategica controllata dal gruppo Eni, considerata tra i leader mondiali nel settore dei servizi per l’industria petrolifera. in Italia, Saipem opera con operai altamente specializzati a San Donato Milanese, Fano, Arbatax e Porto Marghera. Lo stabilimento della società “Intermare Fabrication Yard Arbatax”, grazie alle sue maestranze, ha rappresentato per oltre un trentennio una delle principali realtà industriali dell’Ogliastra ed una eccellenza per la competitività della Sardegna e di tutto il Paese, consentendo la fabbricazione di interi impianti.

«Saipem S.p.A. è una multinazionale a partecipazione pubblica – concludono Pino Cabras, Alberto Manca ed Emiliano Fenu –, e per questo l’adottata prassi della delocalizzazione delle attività produttive all’estero e la conseguente riduzione del proprio organico in Italia, oltre a costituire una condotta sgradevole nei confronti del nostro Paese, peraltro non conforme agli obiettivi programmatici del Governo in materia di investimenti pubblici e rilancio dei livelli occupazionali», potrebbe anche configurare una violazione del decreto Dignità, approvato lo scorso mese di luglio dal parlamento e che introduce appunto misure per il contrasto alla delocalizzazione e la salvaguardia dei livelli occupazionali.