3 August, 2026
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Crisi della Sanità territoriale in Sardegna, le proposte di Medicina democratica

Le recenti e quotidiane difficoltà dei Pronto Soccorso (PS) dei piccoli Ospedali di Isili, Sorgono, Tempio, di Ospedali più importanti come quelli di Olbia, Nuoro, Oristano, Sulcis e di quelli dei grossi centri di Sassari, Cagliari e di tutte le ASL, ci indicano un quadro alquanto preoccupante della sanità pubblica in Sardegna.
In questo contesto, il Servizio Sanitario Regionale deve porsi due obiettivi prioritari per il medio e lungo periodo. Il primo è quello di garantire adeguati livelli di assistenza di fronte alle reali e non-evitabili istanze di salute della popolazione. Il secondo è quello di implementare politiche che portino a una graduale riduzione delle richieste di assistenza da parte della popolazione, sia attraverso la prevenzione primaria, sia attraverso l’utilizzo dello strumento essenziale della medicina territoriale, e in particolare della figura del MMG, che deve svolgere una funzione di ascolto, analisi e selezione, limitando richieste inappropriate.
Le iniziative intraprese dalla Regione Autonoma Sardegna (RAS) in materia sanitaria si rivelano insufficienti e inadeguate per affrontare l’emergenza e garantire il diritto alla salute per tutti i cittadini. Le carenze della medicina territoriale non hanno precedenti: interi territori sono sguarniti di medici e operatori sanitari (in alcuni comuni da circa 10 anni). La sanità territoriale ha sempre svolto un ruolo fondamentale per sostenere il Servizio Sanitario Nazionale e quello Regionale (SSN e SSR).
Oggi un terzo della popolazione sarda è privo persino dell’assistenza di base (Medici di medicina generale e Pediatri di libera scelta). I concorsi per gli incarichi vacanti per la Medicina generale spesso vanno deserti: nell’ultimo bando, quello del 2026 per oltre 500 posti, ci sono state solo 50 domande di idonei, nonostante i generosi incentivi economici della Regione nelle zone disagiate per carenza di assistenza, con livello di criticità grave e gravissimo. Interi territori sono privi dell’assistenza pediatrica.
La crisi della Medicina territoriale mette in discussione un pilastro fondamentale e la stessa esistenza del SSN. La figura del Medico di Medicina generale (MMG) è centrale nella prevenzione primaria. Essa è insostituibile. Rappresenta il primo accesso alle cure. La riorganizzazione della sanità territoriale in applicazione del PNRR e del DM 77/22, prevede l’apertura delle Case della comunità (CdC) e degli Ospedali della comunità.
Noi valutiamo criticamente l’avvio della realizzazione di queste CdC che non sono il risultato di una seria programmazione regionale e nazionale, bensì imposte dalle scadenze del PNRR. Esse sono lo sviluppo in negativo della Case della salute. Nel 2008 furono istituite le prime Case della salute in Sardegna, che trovarono limitata applicazione. Esse si basavano sulla prevenzione, partecipazione dei cittadini alle scelte, programmazione e sulla modifica dei determinanti di salute. Le Case della comunità (CdC) si basano su prestazioni senza una visione unitaria e olistica della salute, senza un riferimento alla prevenzione primaria. Valutiamo negativamente le politiche sanitarie attuate sia a livello nazionale sia a livello regionale sulle tematiche della salute: la prevenzione e programmazione sono assenti.

Riteniamo che le risorse economiche e finanziarie destinate alle CdC debbano essere spese a favore del Servizio sanitario pubblico, e che esse non possano essere mai destinate ad una gestione privata e si evitino ulteriori processi di mercificazione della salute. Il SSN e la legge di Riforma n. 833/78 riconosce un ruolo centrale al Medico di Medicina generale, medico di libera scelta, questo ruolo deve essere confermato e rafforzato. Esso deve assumere il ruolo di attore principale nella gestione delle cure di prossimità e delle malattie croniche. Gli Ospedali della comunità previsti devono garantire la post acuzie e dare servizi aggiuntivi e non sostitutivi di reparti ospedalieri. Tali strutture non possono essere delle scatole vuote, con personale insufficiente, carenze tecniche e organizzative. Il PNRR ha finanziato l’edilizia e la digitalizzazione, ma non ha previsto finanziamenti per il personale: ciò è un grave errore. Le scadenze del PNRR hanno imposto forzature amministrative e creato delle criticità che vanno superate. Le CdC rappresentano una proposta che deve trovare applicazione solo con adeguato personale e integrazione con la medicina generale in applicazione degli Accordi Collettivi Nazionali e Integrativi Regionali (ACN e AIR). Il decreto del ministro Schillaci prevedeva l’abolizione della contrattazione e dei precedenti accordi sindacali. Questo decreto è stato ritirato, in seguito alle proteste, si è trovata una proposta di mediazione: i Medici di medicina generale (MMG) dovrebbero praticare almeno 6 ore alla settimana nelle nuove strutture (CdC). I MMG possono scegliere di svolgere il proprio lavoro anche all’interno della CdC e mantenere il rapporto di lavoro libero professionale convenzionato. Le Associazioni dei MMG, le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) sono un ulteriore strumento di aggregazione e integrazione tra MMG e strutture territoriali.
Le nuove strutture non possono sostituire i MMG, che rappresentano la principale risorsa.
La sanità territoriale deve garantire ascolto, accoglienza, presa in carico e assistenza di tipo socio-sanitario, con un lavoro di equipe multiprofessionale, ambulatori infermieristici e specialistici, garantire la gestione delle malattie croniche e le cure di prossimità, in collaborazione con i MMG e i Distretti socio-sanitari che vanno riorganizzati. Inoltre le CdC devono svolgere il fondamentale compito di prima diagnosi e selezione, per dare risposte di prossimità e indicare il percorso di cura.
Per le patologie a maggior rilevanza sociale vanno attivati i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) previsti nella nostra regione per: diabete, malattie oncologiche, scompenso cardiaco, malattie respiratorie e renali croniche, sclerosi multipla e malattie rare. Gli assistiti inseriti in tali piani dovrebbero essere prenotati per i controlli dalle stesse strutture: ciò consentirebbe di ridurre il ricorso al CUP. Il MMG deve svolgere il ruolo di regia nella gestione delle cure primarie di prossimità, delle malattie croniche, grazie al rapporto fiduciario con gli assistiti e alla necessaria presenza capillare nel territorio.
Inoltre, solo se funziona la medicina territoriale e di prossimità si potrà ridurre il ricorso improprio al Pronto Soccorso, oggi in grave sofferenza. Le istituzioni hanno il dovere di salvaguardare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
La sanità territoriale deve svolgere un’azione di integrazione e sinergia con i Dipartimenti di Igiene pubblica e della Salute mentale, specie in materia di prevenzione; praticare la prevenzione dei luoghi di vita e di lavoro; ripristinare la rete di prevenzione e cura della salute mentale e nutrizionale, fin dall’età infantile e giovanile.
Il Servizio sanitario pubblico deve garantire la partecipazione attraverso il coinvolgimento dei Sindacati, delle Associazioni dei cittadini, del Volontariato, dei Comitati, con le rispettive e specifiche competenze. Essi sono insostituibili e preziosi collaboratori per una sanità innovativa che trasformi in protagonista responsabile il Paziente, oggi sempre più Utente passivo. Va incentivata la partecipazione dei cittadini e delle associazioni in ciascuna ASL, nei Distretti, nelle CdC e negli appositi comitati di partecipazione.
L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) ha sollecitato da tempo l’abolizione della pratica dei medici a gettone e recentemente ha denunciato che, nel periodo 2024/25, la Sardegna ha speso 328 milioni di euro per questa pratica: il dato più alto in Italia, da approfondire e verificare.
Va scongiurato il rischio della chiusura dei PS, che resta elevato specie nel periodo estivo, anche dopo gli ultimi interventi della Regione. Circa 500mila abitanti – un terzo della popolazione – sono privi del medico di famiglia. Per questo motivo sono stati istituiti gli Ambulatori Straordinari di Continuità Territoriale (ASCOT) per i cittadini privi di medico di libera scelta, come soluzione di emergenza. Ma gli ASCOT non possono essere definitivi e sostituire la medicina territoriale, che garantiva e garantisce la presenza capillare e un rapporto fiduciario col proprio medico di medicina generale (MMG).
Manca una programmazione a breve e lungo termine. È compito anche della Regione individuare una riorganizzazione della medicina territoriale garantendo la formazione di nuovi MMG, aprendo le Università.
Oggi i MMG devono dedicare quasi la metà del proprio lavoro al disbrigo di un carico burocratico a causa di una cattiva organizzazione dei Distretti e di una forte pressione, impropria e talora illegittima, di altri settori, specie della sanità privata.
Il carico burocratico aumenta anche per l’elevato numero di assistiti per ciascun medico, che arriva ad essere superiore ai 1.800 assistiti, quando il rapporto ottimale è da tempo definito entro i 1.000, numero che non andrebbe superato, anzi diminuito.
Le Case della comunità sono un’opportunità e devono garantire la presa in carico, la prevenzione, la partecipazione dei cittadini per un’adeguata programmazione territoriale nei 27 Distretti sanitari della Sardegna.
Servono nuovi finanziamenti pubblici e assunzioni straordinarie, nonché una seria programmazione della formazione del personale medico e sanitario. Nell’immediato va valutata la proposta di convenzione con i medici cubani, come richiesto da intere comunità, sindaci, loro associazioni, Comunità montane e Comitato SOS Barbagia M. Le Università devono essere aperte e non avere posti limitati. Solo così si potrà superare la
carenza epocale degli operatori nella sanità pubblica, sia dipendenti che convenzionati, nei territori privi dell’assistenza.
Va finalmente istituita la specializzazione Universitaria per la Medicina generale territoriale e delle cure primarie, equiparata alle altre specializzazioni (attualmente esistono solo corsi regionali) Bene ha fatto la Regione Sardegna (tra le prime in Italia) ad aumentare le borse di studio per i corsi esistenti.
I laureati e gli specializzandi dovrebbero impegnarsi a dedicare almeno 5 anni del proprio lavoro nel Servizio sanitario pubblico, affinché comprendano le finalità dello stesso.
I finanziamenti pubblici devono sostenere primariamente la sanità pubblica. Assistiamo ad un aumento preoccupante delle esternalizzazioni e delle convenzioni col ricorso a personale privato, anche per l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). In tal modo si aggrava la crisi della sanità pubblica. Ricordiamo che la sanità privata deve avere una funzione integrativa e non sostitutiva della sanità pubblica. Quest’ultima, se ben organizzata, è di gran lunga meno costosa e più efficace, deve garantire la prevenzione e un Servizio equo e solidale, per tutti. La sanità privata garantisce le singole prestazioni e non si interessa di prevenzione primaria.
Ingiuste leggi impongono un assurdo limite di spesa per le assunzioni del personale strutturato, mentre nel settore “beni e servizi” non ci sono limiti di spesa. Questi aspetti sono stati denunciati dall’ANAC per i medici a gettone e dalla stessa Corte dei conti nelle relazioni annuali sui bilanci regionali e dello Stato.
Riteniamo che i Direttori generali delle ASL debbano essere assunti da apposite graduatorie nazionali e regionali, con criteri oggettivi e non discrezionali. La durata dell’incarico deve essere stabilita per legge e non va modificata col cambio di Amministrazione regionale né di Assessore. Le frequenti sostituzioni delle Direzioni generali delle ASL aggravano in modo significativo la crisi della sanità pubblica.
Determinano rapporti di fedeltà politica, non il buon funzionamento del Servizio pubblico, che mostra gravi ed epocali carenze organizzative non più rinviabili. Il Servizio pubblico è condizionato e bloccato da lobby affaristiche e clientelari che nulla hanno a che fare con gli interessi della collettività e dei cittadini, impediscono la crescita della sanità pubblica a favore degli interessi finanziari della sanità privata. La mancata programmazione favorisce tali tendenze.
Bisogna prendere atto del fallimento della gestione “aziendalistica” della sanità fin dalla applicazione della L. 502/92, che ha introdotto criteri di mercificazione della salute che impediscono l’applicazione dei principi ispiratori della L. 833/78.
In conclusione chiediamo alla Regione una inversione di tendenza delle politiche in atto a danno del Servizio pubblico: interventi strutturali per risolvere le emergenze, studio e approvazione di un Piano socio-sanitario triennale che preveda una riorganizzazione della Medicina territoriale, rafforzamento della Medicina generale, dei Distretti, dei presidi territoriali (di prossimità), ospedalieri e della sanità nel suo complesso, per garantire prevenzione (soprattutto quella primaria), cura e riabilitazione.
Questo Piano deve essere elaborato dopo attenta analisi della situazione reale esistente oggi, con le sue criticità e potenzialità, garantendo una reale partecipazione delle associazioni dei cittadini, dei malati e operatori sanitari.

Medicina Democratica Sardegna

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