10 May, 2026
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Prosegue l’attività della compagnia barracellare di Uta, contro l’abbandono indiscriminato di rifiuti. Nel corso degli ultimi 2 mesi, l’attività di controllo è stata intensificata, portando all’individuazione e alla sanzione diversi incivili responsabili di abbandono di rifiuti indifferenziati e materiali di ogni genere, sia nel centro urbano che nelle zone extraurbane, incluso il prezioso patrimonio paesaggistico e naturale del territorio.

Alle attività sta collaborando anche la Polizia locale, grazie anche alla quale sono stati individuati alcuni trasgressori, poi pesantemente sanzionati.

L’Amministrazione comunale ha annunciato ulteriori iniziative volte a contrastare queste azioni deprecabili.

Antonio Caria

Campidano, Sarrabus, Gerrei, Trexenta e Marmilla sono le zone del Sud Sardegna più colpite dall’ondata di caldo di questi ultimi giorni. Una situazione che sta già creando notevoli danni alle aziende agricoli e ai produttori, e che mette a rischio la prossima vendemmia.
«C’è grandissima sofferenza sui campi per colpa di queste ondate di calore che hanno messo a rischio tante colture e, di conseguenza, i guadagni di molte aziende agricole del Sud Sardegnasottolineano presidente e direttore di Coldiretti Cagliari, Giorgio Demurtas e Luca Sabanei prossimi giorni si avrà la conta dei danni ma già ora la fotografia dei campi è davvero preoccupante. Anche per questo chiediamo alla Regione un intervento per lo stato di calamità già in queste settimane molti sindaci lo stanno dichiarando a livello locale, per una situazione in divenire e con grandissime incognite.»
«Siamo seriamente preoccupati per la condizione dei nostri vitigni e dell’uvacommenta Sandro Murgia esponente della Cantina di Dolianova una delle realtà più importanti del Sud dell’isola, oltre che dirigente Coldiretti i nostri agronomi sono in campo questi giorni per capire e quantificare i danni, ma già sono evidenti i contraccolpi sull’uva messa in grave difficoltà dalle punte di calore che nella nostra zona hanno sfiorato i 50 gradi sul campo quello che nelle ultime ore sembrava essersi salvato adesso è in forte sofferenza e anche per questo siamo preoccupati per quello che potrà accadere al resto della produzione nelle prossime settimane.»
Identiche difficoltà per l’ortofrutta: «I nostri campi di angurie e meloni sono stati completamente compromessi dall’elevato colpo di calore delle ultime settimane che ha danneggiato i frutti ancora crudi e che non matureranno piùaggiunge Marcello Curreli, agricoltore Coldiretti di una azienda a San Gavinoabbiamo subito una perdita che tocca il 90% della produzione di queste tipologie e non riusciremo a raccogliere quasi nulla con le piante collassate e che non riescono a portare a termine le maturazioni».
«La situazione è pessimasottolinea Tonio Mereu, produttore di Assemini di Campagna Amica Coldirettisiamo abituati alle botte di calore che durano pochi giorni, come succede spesso in estate, ma con questi picchi che proseguono per settimane, tutto si deperisce a discapito di produzioni e qualità a causa di questo abbiamo dovuto terminare la produzione quasi un mese prima rispetto al solito con un relativo calo del fatturatoconclude Mereu il pomodoro è una delle colture più in sofferenza ma ne risentono tutte le colture, se pensiamo che il cetriolo è praticamente introvabile.»
«Stiamo riducendo drasticamente gli orari di lavoro, terminando non oltre le 11.00 della mattinaprecisa Maurizio Murru, agricoltore Coldiretti – così non si riescono a seguire come si dovrebbero le lavorazioni sui campi. Le colture precoci, prossime al taglio, sono perlopiù bruciate con una perdita molto forte di fatturato ora stiamo piantando i carciofi per la prossima annata, ma il terreno è talmente caldo che siamo preoccupati per come potranno sopravvivere gli occhielli. Il rischio è che con l’acqua e il gran caldo del terreno la pianta alla fine possa seccare.»
Antonio Caria

“Villaggio di banditi. Banditbyar” (1967) di Lars Madsén e “Daguerréotypes” (1976) di Agnés Varda apriranno domani  alle 21.00, al Cinema Cityplex Moderno, con ingresso libero, la prima giornata di proiezioni di Asincronie Antonello Zanda – Festival di Cinema Documentario e Fotografia, ideato e curato dal collettivo di registi e fotografi 4caniperstrada con il patrocinio della Fondazione Alghero, e il sostegno della Fondazione di Sardegna e la Regione Sardegna.
Il primo film in visione martedì, “Villaggio di banditi”, è uno dei preziosi documenti audiovisivi custoditi negli archivi della Cineteca Sarda – Società Umanitaria e sarà presentato dal direttore del Centro servizi culturali Antonello Zanda. Realizzato nel 1967, il documentario fa parte di una serie sulla Sardegna prodotta dalla televisione svedese e si discosta daaltre produzioni straniere coeve per il tentativo di approfondire il tema sociale ed economico. Un viaggio attraverso i paesi della Barbagia come Orgosolo, Desulo, Fonni, Dorgali, Cala Gonone, Arzana e Oliena dove si sperimenta l’ospitalità e non l’assalto di banditi.
“Daguerréotypes” (proiezione in collaborazione con Cineteca di Bologna) è un documentario creativo al cui interno realtà e finzione si mescolano sapientemente. Per Agnés Varda, che lo girò nel 1976 in rue Daguerre, a Parigi.

Antonio Caria

«Con determinazione del servizio indennizzi di Laore, si avvisa che son già state poste in pagamento 353 pratiche per il risarcimento dei danni causati da cavallette 2020, pari a 1 milione 425mila euro.»

Lo ha annunciato l’assessora regionale dell’Agricoltura, Valeria Satta, che ha aggiunto: «Altre 220 pratiche sono in fase di liquidazione per ulteriori 850mila euro».

Antonio Caria

La strada statale 126 è stata chiusa temporaneamente in entrambe le direzioni all’altezza del km 64, a Fluminimaggiore, a causa di un allagamento provocato dalle intense piogge, con detriti e fango

Sul posto sono intervenuti il personale Anas e le Forze dell’Ordine per la gestione del traffico e per consentire il ripristino della circolazione nel più breve tempo possibile. I lavori sono ancora in corso.

Antonio Caria

 

Ha riaperto l’ufficio postale di Ussana, in Piazza Quattro Novembre. Si sono conclusi, infatti, lavori di ristrutturazione della sede finalizzati ad accogliere, non appena saranno operativi, tutti i principali servizi della Pubblica Amministrazione grazie al progetto “Polis – Casa dei Servizi Digitali”, l’iniziativa ideata da Poste Italiane per promuovere la coesione economica, sociale e territoriale nei 7 mila comuni con meno di 15mila abitanti contribuendo al loro rilancio.
Gli interventi hanno riguardato la completa riorganizzazione degli spazi finalizzata a ottimizzare la fruizione dell’ufficio con particolare attenzione al miglioramento del confort ambientale e alla facilitazione dell’accesso ai servizi. In quest’ottica, tra le altre opere, si inseriscono la nuova configurazione della linea di sportelleria, con altezze ribassate per agevolare tutti i segmenti di clientela e postazione di lavoro ergonomica per favorire una corretta postura e la posa di un percorso in rilievo sul piano di calpestio per consentire alle persone con deficit visivi la piena autonomia negli spostamenti all’interno della sala al pubblico senza l’ausilio di assistenza.
Antonio Caria

L’Ente di Governo dell’Ambito della Sardegna ha dato il via libera agli interventi di adeguamento strutturale dell’opera che serve il territorio di Villasor. L’opera, alta circa 44 metri, è ubicata in via Adige, nella periferia del centro abitato ed è stata realizzata intorno agli anni ’80, le cui condizioni appaiono ammalorate e necessitano di un massiccio intervento, specialmente per il ripristino del calcestruzzo e l’impermeabilizzazione delle vasche. All’interno della struttura sono state infatti rilevate infiltrazioni di acqua che potrebbero derivare sia dalle pareti interne della vasca sia dall’assenza della guaina isolante di impermeabilizzazione delle vasche di sommità della struttura. Attualmente il passaggio al di sotto del serbatoio è interdetto per ragioni di sicurezza.
«Stiamo lavorando per dare risposte concrete a tutta l’isola, da nord a sud. Con questo intervento dimostriamo che anche la zona del Campidanese è al centro dell’attenzione dell’Ente», ha detto il presidente di Egas, Fabio Albieri.
Antonio Caria

Nel giorno della Festa della Mamma, Poste Italiane celebra la ricorrenza attraverso una serie di iniziative a sostegno della parità di genere dei propri dipendenti e della genitorialità. L’Azienda ha pensato per le neomamme un percorso dedicato “Lifeed”, che ha come obiettivo quello di valorizzare le competenze maturate dalle dipendenti durante l’esperienza genitoriale: la gestione del tempo, l’ascolto, la pazienza, l’empatia e la comunicazione.

Sul tema della genitorialità e della gestione dei tempi lavorativi e famigliari, la testimonianza diretta di una mamma lavoratrice, Raffaela Deidda, 39 anni, direttrice presso l’ufficio postale di Portoscuso, in Azienda dal 2011, una laurea magistrale in Biologia con 110 e lode, sposata con Federico da 6 anni, mamma di Letizia, di 4 anni, e di Linda, di appena 18 mesi.

Gli inizi e la crescita in Poste Italiane. «Sono entrata a far parte della famiglia di Poste Italiane nel 2011 – esordisce Raffaela Deidda in attesa di trovare mestiere in quella che era la mia passione, la biologia. Pian piano mi sono fatta prendere da questo mondo, e sono passata dal mio lavoro part-time come operatore di sportello ad essere il direttore di ufficio postale e, dopo quasi 12 anni dall’inizio di questa avventura, posso dire che la biologia appartiene al mio passato, come formazione e cultura personale, mentre Poste Italiane rappresenta il mio presente e soprattutto il mio futuro. Sono direttore dell’ufficio di Portoscuso dal 2016, un bell’ufficio con delle brave colleghe e un’ottima clientela».

«Nella mia vita aggiunge la dipendente di Poste Italianeho sempre coltivato il desiderio di avere una famiglia e dei bambini unitamente ad una vita professionale ambiziosa ed appagante. Ho realizzato tutto questo con impegno, organizzazione, il supporto di mio marito, l’aiuto prezioso dei nonni, il sostegno dell’Azienda per cui lavoro e tanto amore per le mie bambine: quell’amore che ti dà la forza di alzarti alle sei del mattino andare al lavoro dopo aver passato la notte a cullare la tua bambina che non voleva altro che il tuo contatto e che ti fa sorridere anche quando trovi quella pappa preparata con tanta cura cosparsa sul pavimento e sui tuoi capelli!»

«Le mie gravidanze – ammette la direttrice non sono state semplici: non sono stata bene e l’Azienda mi ha dato la possibilità di stare a casa, e ancora oggi mi è possibile assentarmi, se necessario, quando la mia famiglia ha bisogno di me. Reputo questi dei privilegi assolutamente non scontati, se diamo uno sguardo alla società in cui viviamo. Dopo la nascita delle mie figlie ho deciso di rientrare al compimento del loro sesto mese e anche in quell’occasione, grazie all’attenzione da parte dell’Azienda, il rientro è stato graduale, solo per poche ore al giorno, sino al loro primo anno di età. Riprendere la quotidianità lavorativa mi ha aiutata mentalmente ad affrontare al meglio la vivacità e l’instancabilità delle mie bimbe: adesso sono una mamma e una direttrice fiera di quanto fatto sinora, orgogliosa delle mie due figlie, gratificata dell’azienda per cui lavoro e pronta a cogliere tutte le opportunità che si presenteranno nel mio futuro professionale.»

L’iniziativa filatelica di Poste Italiane per la Festa della Mamma. In occasione della Festa della Mamma, una nuova iniziativa filatelica di Poste Italiane, che dedica una colorata cartolina alla speciale ricorrenza. Un’altra occasione per ogni collezionista o per chi vuole ricordare in modo originale una giornata speciale, un modo per sostenere il valore della scrittura e custodire nel tempo un ricordo della festività.

«La gestione della vicenda dell’America’s cup World Series fatta dall’Assessore al Turismo è stata disastrosa. Ieri organizzava riunione risolutive e oggi annuncia conferenze stampa per mostrare documenti del suo fallimento. Tutto ciò mentre le migliori vele al mondo se ne vanno via, in altri mari, forse meno affascinanti, pur di avere la garanzia di poter veleggiare. Si trattava pur di una coppa mondiale e non di uno dei soliti tornei di vicinato a cui il massimo responsabile della promozione turistica della Sardegna guarda sempre con grande interesse.»
Lo si legge in una nota del gruppo dei Progressisti in Consiglio regionale che aggiungono: «Solo 2 mesi fa la Giunta chiedeva al Consiglio regionale di avere in bilancio 6 milioni di euro proprio per garantire lo svolgimento delle World Series in Sardegna. Doveva essere “la certezza”, considerando soprattutto il gran desiderio degli organizzatori dell’evento velico più famoso al mondo di gareggiare nei nostri mari».
«Eppure 10 giorni fa la Giunta regionale aveva già fatto richiesta al Consiglio regionale di eliminare lo stanziamento, con un emendamento alla legge-collegato alla Finanziaria. Nel frattempo, riunioni d’emergenza e tentativi farlocchi di trovare una soluzione che non sarebbe mai arrivata. Una vera presa in giro, per tutti, quella orchestrata dall’assessore del Turismo, l’unico a non aver ancora colto la gravità della perdita subita dalla nostra isola. Rassegni le dimissioni per evitare di continuare a danneggiare la Sardegna», concludono i Progressisti.
Antonio Caria

Stiamo tornando talmente indietro nella Sanità che ormai potremmo arrivare al III secolo dopo Cristo. Allora il tempio della Medicina e della Chirurgia era in quella costa di Turchia e di Siria che lambisce il Mar Mediterraneo. In quei tempi esisteva un problema che esiste ancora oggi: le donne con gravidanze difficili a termine spesso morivano col loro bambino. Narra una “Passio” del terzo secolo, che la giovane cristiana Margherita d’Antiochia fosse stata ingoiata viva da un mostro, in un sol boccone. La Santa, avendo in pugno la croce, che usò come tagliente, aprì il ventre al mostro e uscì dalla sua pancia viva e sana. In questa “Passio” viene descritto un fantastico parto cesareo con salvataggio del nascituro.
Per tale ragione Margherita, una volta martirizzata con la decollazione per ordine dall’imperatore Massimiano, venne dichiarata “santa protettrice delle donne in travaglio”. Da quasi 2.000 anni Santa Margherita viene venerata in tutto il mondo cristiano con lo scopo di rendere il parto più protetto. e le puerpere che si ritengono miracolate, impongono il nome di Margherita alle neonate. Questo ne spiega l’enorme diffusione tra umili e regine. Tra gli anglosassoni il nome Margherita viene contratto nelle ultime due sillabe: “Rita”. La persistenza del nome e la sua diffusione corrispondono alla persistente paura che avvolge tutt’oggi le donne a termine di gravidanza, nel momento più bello.
Non si era mai trovato, in nessuna parte del mondo, il modo di mettere in sicurezza le donne con travaglio difficile fino al 1876. In quell’anno a Pavia il dottor Edoardo Bianchi Porro, per porre fine alle stragi da parto complicato, ideò un metodo chirurgico per salvare le mamme ed i nascituri: inventò il parto cesareo a “madre viva”. La sua idea geniale consisteva nel sedare la donna con protossido d’azoto e cloroformio, aprire velocemente l’addome, legare strettamente il collo dell’utero gravido con un fil di ferro, escidere l’utero totalmente, metterlo su un tavolo, aprirlo ed esporre all’aria il bambino vivo.
Per la prima volta nella storia si salvarono la mamma, Giulia Cavallini, ed il bambino. Però c’era un problema: quella mamma, con quel tipo d’intervento, non avrebbe avuto più figli. Tuttavia, fu un grandioso successo perché fino ad allora morivano il cento per cento delle donne con parto distocico. In pochi decenni con quella tecnica, che venne adottata in Europa, Stati Uniti, Sudafrica ed Australia, la mortalità di donne e neonati calò al venti per cento. I tedeschi apportarono modifiche al metodo ma la tecnica definitiva, in uso ancora oggi, venne messa a punto dal dottor Luigi Mangiagalli dell’Ospedale Cà Granda di Milano. Era l’anno 1900. In Sardegna, per alcuni decenni il cesareo si eseguì solo al San Giovanni di Dio di Cagliari. Le donne sarde in difficoltà, da qualunque parte della Sardegna, venivano trasferite a Cagliari con viaggi avventurosi e dolorosi in treno o in automobile. Esiste un bel libro di Giacomo Mameli “Hotel Nord America” che racconta le peripezie di un gruppo di ostetriche novelle che, intorno agli anni trenta, vennero inviate in Sardegna per abbattere l’altissima mortalità di donne e bambini legata al parto e descrive i dolorosi trasferimenti delle donne di Perdas de Fogu che, per parti complicati, dovevano essere portate a Cagliari.
Negli anni ‘40 del ‘900 gli allievi chirurghi della scuola cagliaritana vennero inviati ad operare negli ospedali provinciali. Allora le città minerarie di Carbonia e Iglesias erano popolosissime e vi nascevano molti bambini. A Carbonia venne inviato il dottor Renato Meloni, che era sia chirurgo generale, che specialista in Urologia, in Oncologia ed Ostetricia. Ad Iglesias, uno dei primi a fare cesarei fu il dottor Salvatore Macciò, anch’egli chirurgo generale ed ostetrico. Questi uomini formarono numerosi allievi di valore che hanno operato nei nostri ospedali fino a poco tempo fa.
Nonostante la bravura di questi grandi chirurghi e dei loro allievi, la pericolosità del cesareo è tutt’oggi incombente.
Il problema sta nella possibile insorgenza di emorragia dalle grosse arterie uterine.
Il dottor Giòmmaria Doneddu, ostetrico al Sirai, per sdrammatizzare invitava le pazienti in attesa di partorire a rivolgere una preghiera a Santa Rita, che era esattamente la stessa Santa Margherita del terzo secolo dopo Cristo.
Non va dimenticato che il momento del parto è, comunque, un dramma che in genere si risolve con sorrisi, ma che può talvolta trasformarsi, in pochi minuti, in una tragedia. Questo è vero sempre, anche oggi, nonostante l’evoluzione tecnologica.
Le cronache giornalistiche delle prime settimane di gennaio 2023 hanno riferito di un evento tragico avvenuto nell’ospedale “Perrino” di Brindisi. Una donna di 41 anni è deceduta per complicazioni legate al cesareo. Era portatrice di una gravidanza gemellare. L’ostetrico di turno, il giorno 17 dicembre 2022 procedette al cesareo e mise al mondo i neonati. Purtroppo, dall’incisione uterina iniziò subito una imponente emorragia. L’ostetrico, davanti all’impossibilità di fermarla, chiamò in aiuto il chirurgo d’urgenza dell’ospedale e gli chiese di asportare l’utero in toto per fermare il sanguinamento. Questo fu fatto. L’emorragia si fermò ma la paziente finì in Rianimazione dove il 22 dicembre morì.
Per salvare la paziente venne utilizzato lo stesso principio ideato dal dottor Edoardo Bianchi Porro un secolo e mezzo prima a Pavia, ma con minor fortuna.
Nel caso della donna di Brindisi l’ostetrico non riuscì ad asportare l’utero perché l’infarcimento emorragico degli organi pelvici gli impediva di riconoscerne l’ anatomia e non riusciva più a distinguere, nella massa emorragica intorno all’utero, la vescica, gli ureteri, il sigma, le grosse arterie e le vene pelviche e il retto. Egli si sentì perso in quel guazzabuglio anatomico e non si sentì competente a procedere oltre. Giustamente chiamò d’urgenza un chirurgo generale, esperto in chirurgia della vescica, degli ureteri, e dell’intestino; solo così fu possibile portare a termine l’isterectomia con tecnica di dissezione anatomica. Per chi non è del mestiere, è bene spiegare che tale dissezione richiede conoscenze ed esperienza in più specialità chirurgiche. Esistono ostetrici esperti anche di chirurgia generale che lo sanno fare, ma sono dei fuoriclasse non comuni. In questi casi è necessario che il chirurgo abbia competenze in chirurgia vascolare, in chirurgia urologica, in chirurgia intestinale: tutte specialità che esulano da quelle dell’ostetrico che è un chirurgo dedicato per l’apparato riproduttore femminile. Si conclude che una paziente con un livello di gravità di questa portata ha necessità di una struttura d’urgenza adatta al trattamento dei traumi dell’addome.
Una volta fermata l’emorragia il problema non è concluso. C’è ancora da controllare lo shock emorragico e traumatico. A questo punto, entrano in gioco il reparto di Rianimazione, quello di Nefrologia – Dialisi e quello di Cardiologia.
Questo ci dice che in un ospedale dove si esegue un cesareo complicato devono essere presenti una decina di specialisti diversi tra medici, infermieri e tecnici. Si tratta di un’organizzazione che esiste esclusivamente in una struttura ospedaliera che opera ininterrottamente h24 e 7 giorni su 7, in emergenza.
Se un parto ha una dinamica fisiologica, è sufficiente l’assistenza di un’ostetrica, ma se insorgono complicazioni diventa necessario disporre di un apparato d’urgenza piuttosto complesso. La sicurezza è l’imperativo assoluto. Quando il parto si complica si scopre che in pochi minuti si può passare dai sorrisi rilassati per il lieto evento alla tragedia più insopportabile nel campo della medicina. La morte è in agguato, e strapparle mamma e bambino è difficile.
Il caso raccontato dai giornali è emblematico. La paziente si dissanguò e le vennero trasfuse 17 sacche di sangue. Ora bisogna sapere che per ogni due sacche di sangue si deve aggiungere una sacca di plasma. Se si tiene conto che una persona adulta ha in circolazione, in media, 3.800 cc di sangue, si deve concludere che alla poveretta vennero trasfusi ben 8 litri di solo sangue, oltre alle altre soluzioni in flebo.
Questo significa che la paziente aveva perso più del doppio della sua massa sanguigna totale. Pertanto, si deve concludere che tutto il suo sangue le era stato sostituito almeno due volte. Molti possono pensare che la sostituzione del sangue perso sia sufficiente a salvare la paziente. Invece, non è così. Da subito compaiono fenomeni biochimici che alterano il metabolismo delle cellule dei tessuti di tutti gli organi nobili e queste cellule iniziano a produrre mediatori chimici alterati. Tali anomali mediatori chimici disturbano profondamente la circolazione sanguigna dei capillari e la nutrizione delle cellule dei tessuti. Il loro metabolismo peggiora ulteriormente perché le cellule iniziano a metabolizzare senza ossigeno. Ciò peggiora ancor più la loro capacità di sopravvivenza e, in tutti i tessuti, inizia una specie di “suicidio di massa” delle cellule: si scatena una “tempesta citochinica” simile a quella che fa morire i malati terminali di Covid. Si tratta dello Shock per crisi del microcircolo sanguigno. Il paziente non risponde alle terapie ed è candidato a morire. Qui intervengono gli specialisti in Rianimazione. Talvolta, fanno il miracolo di fermare lo Shock, ma non ci riescono se lo shock è già in fase irreversibile. Il dramma è tremendo per il paziente ed è angosciosissimo per il chirurgo ed i rianimatori. E’ una fase in cui il paziente spesso è ancora vigile, respira e parla, e dà la sensazione che vi sia ancora speranza ma non c’è niente da fare: muore, comunque. I polmoni non scambiano più ossigeno; i reni si fermano; il fegato non lavora più; il midollo non produce più le cellule del sangue; iniziano le emorragie, le trombosi da Cid (Coagulazione intravasale disseminata) e le tromboembolie polmonari e sistemiche. Il cuore, infine, si ferma e non riparte neppure con il defibrillatore.
E’ brutto fare queste descrizioni, ma è necessario per far capire l’enormità delle difficoltà nel parto complicato.
Quale sarebbe stata la soluzione migliore che avrebbe dovuto adottare quell’Ostetrico che aveva eseguito il cesareo? Aveva adottato esattamente l’unica soluzione percorribile: chiamare il chirurgo generale d’Emergenza ed i Rianimatori.
Il chirurgo fermò l’emorragia asportando l’utero, ma lo Shock era già in fase irreversibile. Ora si può porre la domanda: in quanto tempo si passa dallo shock reversibile allo shock irreversibile? Talvolta, in poche ore, talaltra in pochi minuti.
Se l’ospedale è dotato di una Chirurgia d’urgenza ultrarapida, una Rianimazione, una Nefrologia, una Cardiologia un Centro trasfusionale con un ricco organico di personale sempre presente, vi sono speranze. Altrimenti no.
Il caso raccontato dai giornali è diventato famoso perché la paziente morì sotto Natale e perché Papa Francesco il 25 dicembre 2022 chiamò al telefono il marito della poveretta per confortarlo. Purtroppo, questi eventi non sono rari: avvengono tutto l’anno e ovunque. L’ospedale dove si consumò quel dramma è un grande ospedale regionale della Puglia paragonabile al Brotzu di Cagliari. Se il chirurgo generale d’urgenza fosse intervenuto all’inizio dell’emorragia forse avrebbe potuto salvare la poveretta perché l’ospedale era bene attrezzato per le urgenze. Scorrendo le cronache della Puglia si troverà che nei giorni precedenti era avvenuto un fatto simile nell’Ospedale regionale di Taranto.
Drammi come questo, che non si risolvono colla isterectomia, in genere vengono affrontati dai chirurghi d’Urgenza nelle ostetricie di tutto il mondo e spessissimo le pazienti vengono salvate.
Il motivo della necessità che siano immediatamente disponibili i chirurghi d’Urgenza sta proprio nella loro specifica competenza nelle emorragie traumatiche dell’addome, nei traumi vascolari e urologici.
Considerata la gravità e l’importanza sociale di questi eventi è stato istituito un Ufficio apposito del ministero della Sanità e di Agenas che monitora tali tragedie connesse al parto, i cosiddetti “eventi sentinella”. Esattamente questo ufficio ha proposto leggi speciali per regolamentare gli ospedali che hanno il servizio ostetrico e per certificarne la sicurezza.
Comunque, in mancanza d’altro ci rimane sempre Santa Margherita, la protettrice a cui ricorrevano anche le regine, basti pensare al successo che hanno in tutte le città le vie principali intitolate alla Regina Margherita di Savoia, la cui madre, nel momento cruciale della sua nascita invocò la santa e ne ebbe la protezione. Ne era molto devota la laicissima Florence Nightingale, la leggendaria fondatrice dell’Ordine internazionale delle infermiere. Quando morì volle essere sepolta nel cimitero di St Margaret of Antioch. Speriamo che alla protezione di santa Margherita si associ quella dello Stato. Probabilmente, con due protettori, le cose andrebbero meglio.

Mario Marroccu