8 December, 2021
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Dopo la lunga crisi che lo aveva drasticamente ridotto tra il 2007 e il 2014, il mercato immobiliare continua ad essere uno dei fattori positivi dell’economia sarda. Il 2018 ha registrato nell’isola una crescita delle compravendite di abitazioni superiore all’8%, risultato più espansivo rispetto alla media nazionale. Similmente, in base ai dati provvisori relativi al primo semestre 2019, l’anno potrebbe chiudersi con un ulteriore incremento, prossimo al 7%, leggermente meglio del dato medio stimato per l’Italia. E’ quanto riporta l’ultimo rapporto sul mercato immobiliare in Sardegna elaborato dall’ufficio studi della Cna Sardegna, in base al quale il 2019 rappresenta il quinto anno di crescita consecutiva del numero di transazioni immobiliari residenziali nell’isola.

«La ricerca – commentano Francesco Porcu ed Antonello Mascia, rispettivamente segretario regionale della Cna sarda e presidente regionale della Cna Costruzioni – stima per il 2019 una prosecuzione della dinamica espansiva. Sebbene non al ritmo sostenuto dei primi anni della ripartenza del mercato (+18% nel 2016) i tassi positivi dell’ultimo triennio sono molto solidi (+7% in media nel periodo 2017-2019). In termini assoluti – evidenziano Porcu e Mascia – alla fine del 2019 saranno scambiate nell’isola circa 14mila abitazioni che, seppur corrispondenti ad una crescita di oltre il 58% rispetto al 2014 (anno di picco minimo del settore), sono ancora inferiori del 30% rispetto al 2007, anno di massima espansione del mercato immobiliare sardo. A livello nazionale, dove la ripresa si è avviata un anno prima (nel 2014) il gap da riassorbire dopo sei anni di crescita è ancora importante (26%), ma inferiore a quello che caratterizza il mercato regionale».

Lo studio della Cna sarda cerca di rispondere a due questioni importanti: la prima è capire dove si colloca oggi il mercato immobiliare isolano, ovvero quanto è stato recuperato della profonda riduzione della domanda, in un contesto in cui lo stock di invenduto si è accumulato nel corso degli anni e i prezzi non sono ancora tornati a crescere; l’altro elemento di interesse è lo studio della variabilità territoriale del mercato.

La ricerca evidenzia innanzitutto che i comuni minori, ovvero tutti i comuni ad eccezione dei quattro capoluoghi della originaria divisione in quattro province del territorio sardo, sono stati i protagonisti della recente fase espansiva: tra il 2014 e il 2019 il numero delle compravendite di abitazioni è cresciuto ad una velocità doppia rispetto al mercato nelle città di Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano: +67%, contro il +33% dei capoluoghi. Un fenomeno che a livello nazionale è molto meno accentuato, con tassi di crescita complessiva nel periodo pari al 49% nei comuni capoluogo italiani e al 53% in quelli minori.

Scendendo ulteriormente nei territori emerge che nel primo semestre 2019 il mercato immobiliare a Cagliari e Sassari ha registrato una frenata (rispettivamente del 5 e del 13%). A Nuoro le compravendite sono rimaste stazionarie, mentre a Oristano risultano in crescita quasi del 14%. Nello stesso periodo, a livello Italia, il mercato immobiliare nei comuni capoluogo risulta in espansione, soprattutto nelle città del centro-nord. In Sardegna, come detto, nel 2019 sono i comuni minori a mostrare maggiore appeal: i comuni non capoluogo del cagliaritano crescono più del 12%, nel sassarese più del 10%, nel nuorese poco meno del 9%. Molto meno dinamico invece il mercato nelle città minori dell’oristanese.

Considerando il saldo complessivo dal 2006 al 2019, il territorio che più stenta nel recupero è quello di Sassari, sia il comune capoluogo (-41%), sia i comuni minori (-37%), per un gap complessivo nell’intero mercato provinciale ancora pari al 38%. Segue Nuoro per intensità del fenomeno (-32% il saldo negativo complessivo per l’intera provincia), che sale al -34% nella città principale. In provincia di Cagliari, malgrado il bilancio negativo per il mercato del capoluogo di regione nelle stime per il 2019, il risultato complessivo in tutto il periodo 2006-2019 è meno penalizzante proprio per la città (-15,5%), a fronte di un tasso negativo che sale al -26% negli altri comuni. Similmente in provincia di Oristano i comuni minori segnano un calo del 18,6% tra il 2006 e il 2019, a fronte di una riduzione del 13% in città.

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Export regionale in frenata in Sardegna. Nel primo semestre dell’anno in corso, al netto del settore petrolifero, il volume complessivo dell’export regionale ha segnato un calo del 1,3% rispetto allo stesso periodo 2018. Il dato peggiora (-3%) se si include anche il comparto petrolifero che, da solo, rappresenta l’82% delle esportazioni dell’Isola. Eppure, come attesta un report della Cna Sardegna, qualche segnale positivo arriva dal settore agroalimentare. In particolare, il lattiero-caseario (legato principalmente all’export del Pecorino) dà finalmente segni di ripresa (+4%) dopo un triennio disastroso.

Il calo del primo semestre dell’anno arriva dopo un 2018 complessivamente positivo. L’anno passato si era infatti chiuso con una crescita (sempre al netto del comparto petrolifero) pari al +3,3%, trainata dalle vendite di prodotti chimici e farmaceutici (+27%) e dell’industria metallurgica (+8,3%). Molto male era andato anche lo scorso anno il settore agroalimentare, che ha proseguito il suo trend negativo di durata ormai triennale. Viceversa, nei primi sei mesi del 2019 le vendite di prodotti agroalimentari sono andate in controtendenza segnando un aumento del +4% rispetto allo stesso periodo del 2018, pari a 3 milioni di euro in più.

«Il dato è doppiamente significativo se si osserva che ad incrementare il dato delle vendite sono stati i prodotti lattiero caseari ed in particolare il pecorino – commentano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna -: la cosa fa ben sperare perché si tratta di un comparto che rappresenta l’unica realtà industriale regionale con una filiera “quasi” completamente locale e che assorbe una quota del 62% di tutto il settore agroalimentare isolano

Tabella 1 – Export regionale (milioni di euro) e variazione percentuali tendenziali

2015 2016 2017 2018 II 2018 II 2019 Var.% 2018 Var.% II 2019
Prodotti dell’agricoltura, silvicoltura e pesca 10 12 13 18 7 6 37,4% -19,9%
Industria estrattiva 57 55 58 63 31 24 7,9% -24,2%
Settore Agroalimentare 196 182 180 148 73 76 -17,8% 4,0%
Tessili e abbigliamento, pelli 19 20 21 20 10 8 -2,5% -20,3%
Legno e carta 30 26 24 23 12 12 -3,5% -5,8%
Industria petrolifera 3.910 3.423 4.427 4.763 2.204 2.185 7,6% -0,9%
Industria chimica e farmaceutica 169 141 221 281 137 122 27,1% -11,1%
Plastiche non metallifere 23 19 17 20 10 9 18,0% -8,9%
Industria metallurgica 191 196 221 240 126 133 8,3% 5,5%
Elettronica, ottica e apparecchi elettrici 20 16 22 22 9 9 -2,3% -4,1%
Altri macchinari 48 39 56 52 27 14 -6,6% -49,3%
Mezzi di trasporto 18 35 77 32 14 32 -58,6% 127,4%
Altro manifatturiero 4 8 8 4 2 2 -51,0% 3,2%
Energia e trattamento rifiuti 21 30 19 27 9 9 42,7% 8,1%
Altro 8 7 6 25 11 10 313,0% -14,2%
Totale 4.723 4.209 5.371 5.738 2.683 2.649 6,8% -1,3%
Totale senza petrolifera 812 786 944 975 478 464 3,3% -3,0%

Fonte: Elaborazioni Cna Sardegna su dati Istat.

In un semestre nel complesso negativo, le vendite di prodotti agroalimentari segnano dunque un +4% rispetto allo scorso anno: 3 milioni di euro in più. Tutto ciò grazie ad un incremento delle vendite dei prodotti lattiero caseari, comparto che come detto assorbe una quota del 62% del settore agroalimentare isolano (al secondo posto si colloca il comparto delle bevande, con il 15%, al terzo quello dei prodotti da forno e farinacei, 9%, seguito dalle carni lavorare, 5,7%).

Quando si parla di esportazioni nel comparto lattiero-caseario si fa ovviamente riferimento soprattutto al mercato del pecorino. Sotto questo profilo , rileva lo studio della Cna Sardegna, si può affermare che sono state le dinamiche negative delle vendite all’estero di questo prodotto DOP (il Pecorino Romano e il Fiore Sardo) a determinare le vicende dell’intero comparto agroalimentare sardo. Il calo è stato importante: considerando le esportazioni nazionali complessive di Pecorino e Fiore Sardo (il 95% relative a prodotto lavorato in Sardegna) si è passati dai 162 milioni del 2015 ai 124 milioni del 2018.

Per spiegare questa performance negativa è possibile isolare due fattori: la fluttuazione dei prezzi di vendita e la scarsa diversificazione in termini di mercati di sbocco.

La fluttuazione dei prezzi. Il 2015 aveva rappresentato il picco massimo dell’ultimo decennio, quando, secondo i dati Istat, il livello medio del prezzo all’export era arrivato ad oltre 9 euro al chilo, salvo poi letteralmente crollare nel biennio successivo e risalire leggermente attestandosi nel 2019 abbondantemente al di sotto della soglia di riferimento di 8,5 euro/Kg. Si tratta di una dinamica che trova conferma nelle quotazioni ufficiali mensili della piazza di Milano per prodotto con oltre 5 mesi di stagionatura (il prezzo s’intende quello praticato nelle transazioni commerciali tra operatori economici del settore, prezzo franco caseificio, merce nuda I.V.A. esclusa), che indicano attualmente (settembre 2019) una quotazione di 6,75 euro al Kg (il livello del prezzo dipende, ovviamente, dalla quantità di prodotto presente sul mercato e dalla domanda espressa dai principali mercati di sbocco).

Il report della Cna sarda confronta le dinamiche del prezzo del pecorino con quelle del prodotto caseario per eccellenza dell’export nazionale, ovvero il parmigiano (Grana Padano e Parmigiano Reggiano), che rappresenta un mercato estero da quasi un miliardo di euro di export nel 2018 (932 milioni, contro i poco più di 120 milioni del pecorino): nel 2015, secondo i dati Istat, il prezzo medio di vendita del pecorino era superiore a quello del parmigiano. Negli anni successivi, tuttavia, le dinamiche sono state opposte: il pecorino, come detto, ha mostrato un calo vertiginoso dei prezzi unitari (da 9,5 a circa 7 euro al kg nel 2019), mentre il secondo ha visto lievitare i prezzi fino a oltre 11 euro al kg (da 8,9 del 2015). Si può affermare che esiste un problema di tenuta del prezzo nel mercato del pecorino.

I mercati di sbocco. Un elemento che contribuisce a spiegare dinamiche de prezzi così sfavorevoli è la scarsa diversificazione dei mercati di sbocco del pecorino. Ad esempio, se si considerano solo i primi due mercati (Stati Uniti e Germania, sia per il pecorino, sia per il parmigiano), il valore delle esportazioni rappresenta il 70% delle vendite all’estero di pecorino, contro il 36% per il parmigiano; se poi si estende il calcolo ai primi 5 mercati (USA, Germania, Francia, Regno Unito e Canada) si arriva all’83% per il formaggio sardo e ad appena il 59,7% per il parmigiano. Proprio questo carattere fortemente specializzato espone il prodotto sardo a maggiori rischi derivanti dalle fluttuazioni dei tassi di cambio e a situazioni sfavorevoli dal lato delle politiche commerciali dei partner. Si pensi alle conseguenze di una politica di sempre maggiore chiusura verso le importazioni europee da parte degli USA, o ai rischi, ancora totalmente da decifrare, derivanti dalla Brexit.

I nuovi mercati. Altro punto di debolezza del Pecorino è la sua minore capacità di penetrare i Nuovi Mercati, ovvero i mercati delle economie emergenti, come Cina, India, Turchia, Russia, Sud Est Asiatico e Sud America (Brasile in testa). Considerando gli ultimi dieci anni, ad esempio, la quota sull’export totale dei Nuovi Mercati per il parmigiano è cresciuta dal 10 al 13%, mentre per il pecorino a fatica ha superato il 6%.

«Questi mercati, seppure ad ora poco inclini all’import agroalimentare di prodotti occidentali, sono destinati a crescere rapidamente – evidenziano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu -. La nuova classe media di paesi come India o Cina (senza dimenticare la Russia o il Sud America) rappresenta il potenziale consumatore di prodotti italiani in un futuro ormai prossimo. E’ una partita che le produzioni sarde, non solo quella casearia (si pensi al vino o all’olio di grande qualità prodotto nell’Isola) non possono non giocare. Non possiamo non ricordare che a partire dal 2009 la Cina ha sperimentato un vero e proprio boom di importazioni di prodotti agroalimentari (+362%, +48% nel caso dell’India, +60% il Brasile), in particolare dall’Italia. E’ un trend di crescita destinato, nei prossimi anni, a proseguire ininterrotto nel quale la Sardegna potrebbe avere un ruolo importante a patto che la Regione sarda investa sullo sviluppo del settore agroalimentare nel suo complesso, promuovendo l’accesso ai mercati internazionali anche di altre produzioni oltre a quelle lattiero-casearie

 

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L’87% delle regioni d’Europa è più competitiva della Sardegna; 243 regioni fanno meglio dell’Isola in termini di performance in materia di sviluppo economico, innovazione, welfare, infrastrutture e turismo.

Sardegna in difficoltà anche nel confronto con i suoi competitor nel Mediterraneo: prima di noi le isole Baleari, seguono Malta, Cipro, Corsica, Croazia, Adriatica, Algarve e Creta.

Siamo al 218° posto in Europa e al 16° in Italia per reddito pro-capite (appena 20.600 euro), ultimi tra le regioni italiane per produttività (appena 60 mila per occupato).

Preoccupa la scarsa capacità del sistema sardo di produrre e assorbire innovazione, 226° posto (in particolare tecnico-scientifica), la percentuale di occupati in settori innovativi, la qualità del capitale umano.

La Sardegna tra le peggiori regioni europee per numero di laureati, solo il 14,5% dei residenti tra 25 e 64 anni.

Disastroso il sistema welfare-società: risulta inferiore al 92% delle altre realtà europee, 258a posizione su 279 regioni; rischio povertà per il 38% della popolazione, tasso di disoccupazione giovanile medio degli ultimi 3 anni al 47% e tasso di attività femminile al 37%, ben 13 punti in meno delle regioni europee competitor nel Mediterraneo.

Segnato da scarsa efficienza produttiva Il modello turistico isolano, 233° posto; pesa la fortissima stagionalità. L’Isola superata dall’84% delle regioni a più forte vocazione turistica, incluse tutte le regioni europee del Mediterraneo.

«Senza una forte discontinuità con quanto fin qui realizzato negli ultimi 20 anni, la Sardegna è destinata ad un lento declino. Occorre un accordo bipartisan tra le forze politiche, per impostare un lavoro condiviso sulle grandi riforme di struttura, capace di rimettere in moto dinamiche nuove in grado di scuotere l’assetto conservativo su cui è adagiata la società sarda», hanno detto Pier Paolo Piras e Francesco Porcu (Cna Sardegna).

L’87% delle regioni d’Europa è più competitiva della Sardegna; 243 regioni fanno meglio dell’Isola in termini di performance in materia di sviluppo economico, innovazione, welfare, infrastrutture e turismo.

L’Isola appare in difficoltà anche nel confronto con i suoi competitor nel Mediterraneo: prima di noi le isole Baleari, Malta, Cipro, Corsica, Croazia, Adriatica, Algarve e Creta.

La Sardegna cresce meno dei suoi competitor nel Mediterraneo e della maggior parte delle altre regioni europee registrando un preoccupante gap nella capacità di innovare il proprio sistema economico e i propri livelli di produttività.

Per la preoccupante combinazione di un alto tasso di dipendenza dagli anziani (che raggiunge livelli desolanti in molte realtà dell’entroterra), un’altissima disoccupazione giovanile, una bassissima partecipazione femminile al mercato del lavoro e una elevata percentuale di popolazione a rischio di povertà, l’intero sistema socio-economico della Sardegna è uno dei meno equilibrati sia a livello europeo sia rispetto alle regioni competitor.

Lo attesta il report su “La competitività della Sardegna alle soglie del terzo decennio del millennio: economia, innovazione, welfare, infrastrutture, turismo” realizzato dalla Cna Sardegna che compara le performance dell’isola rispetto alle altre regioni competitor nel bacino Mediterraneo. La ricerca – presentata questa mattina a Cagliari – evidenzia un forte collegamento tra competitività, innovazione, crescita e sviluppo economico e livello di istruzione: in Sardegna, infatti, soltanto il 14,5% dei residenti tra 25 e 64 anni risulta in possesso di un titolo di studio universitario, dato che colloca la nostra tra le 10 peggiori regioni europee e paragonabile alle medie delle realtà più arretrate dell’Est Europeo. La scarsissima propensione all’innovazione viene amplificata da una spesa in ricerca e sviluppo ampiamente al disotto dei già bassi standard nazionali, da livelli di disoccupazione giovanile superiori rispetto alla stragrande maggioranza delle regioni europee che penalizzano la parte più dinamica e creativa della società sarda, da una bassissima produzione di brevetti e da una scarsa percentuale di occupati in aziende ad alto contenuto tecnologico, elementi che dimostrano come il sistema regionale si trovi oggi ad affrontare un gravissimo ritardo in tutti gli aspetti legati alle capacità di produrre e assorbire innovazione.

La scarsa propensione all’innovazione – evidenzia la ricerca – si ripercuote sull’offerta turistica che dovrebbe essere il punto forte dell’economia isolana. Nonostante le indiscusse capacità dell’isola di attrarre una quantità crescente di flussi turistici internazionali, le sue potenzialità rimangono abbondantemente inespresse: il modello regionale non sta riuscendo infatti a sfruttare tutte le potenzialità di destagionalizzazione offerte dall’esplosione della domanda internazionale nel Mediterraneo. Basti dire che, in media, ogni posto letto ufficiale nell’Isola risulta occupato per soli 63 giorni all’anno, contro i 210 di Malta, i 178 di Cipro, i 148 delle Baleari, i 132 dell’Algarve o i 114 di Creta; il tasso di occupazione delle strutture (al netto di chiusure stagionali e altre chiusure temporanee per ristrutturazione o ordinanze pubbliche) in Sardegna è pari al 47%, contro l’80% delle Baleari, il 75% di Malta, il 70% di Cipro e il 60% di Croazia e Creta.

L’analisi CNA

Occorre accordo bipartisan tra le forze politiche sulle grandi riforme di struttura

“A 30 anni dall’avvio del primo “Quadro comunitario di sostegno” (era il 1989) – dichiarano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale CNA – la Sardegna arretra e viene superata da sistemi territoriali un tempo molto indietro nella scala dello sviluppo”.

“Senza una forte discontinuità con quanto fin qui realizzato negli ultimi 20 anni, la Sardegna è destinata ad un lento declino.

Serve un accordo bipartisan tra le forze politiche per impostare un lavoro condiviso sulle grandi riforme di struttura, capaci di rimettere in moto dinamiche nuove in grado di scuotere l’assetto conservativo su cui si è adagiata la società sarda”.

“Le scelte da compiere su ambiti strategici, come lo sono il confronto con lo Stato su entrate, insularità, energia, infrastrutture, la riforma della Regione e l’efficientamento della P.A., il riordino amministrativo-istituzionale (Regione, Autonomie locali, Enti intermedi), un modello sanitario che coniughi controllo della spesa con la qualità dell’offerta, una legge che regoli il governo del territorio e infine l’esigenza di ripensare in forme più funzionali ed efficaci l’intera architettura che governa l’utilizzo e la spendita delle risorse europee, richiedono una visione di lungo periodo e per realizzarsi un processo di condivisione delle forze politiche da “spirito costituente” che sottragga questi temi dalla ricerca del facile consenso che, come osserviamo da tempo, a fasi alterne premia soggetti diversi ma lascia sul campo irrisolti i problemi”.

La ricerca della Cna Sardegna

Per misurare in maniera efficace il grado di competitività del sistema socioeconomico della Sardegna la ricerca della Cna sarda estende geograficamente l’analisi comparativa al livello europeo e confronta l’isola con i suoi “competitor” naturali, regioni simili per livello socio-economico, struttura e vocazione dell’economia. Queste regioni, già individuate in precedenti analisi dal Centro Studi della CNA Sardegna, sono: Sicilia, Calabria e Puglia (tra le regioni italiane); Baleari, Algarve, Croazia Adriatica, Creta, Cipro, Corsica e Malta (tra le regioni Europee); non a caso si tratta di territori simili, in molti casi insulari, che competono con la Sardegna per attrarre la domanda turistica nel Sud Europa.  In generale la ricerca evidenzia come il sistema socioeconomico isolano abbia complessivamente una performance inferiore rispetto all’87% delle regioni europee. Tale risultato – come si vedrà – deriva dalla somma di alcuni indicatori che permettono di intuire le criticità e i punti deboli nel confronto con altre realtà europee. Un risultato particolarmente allarmante riguarda il tema di Welfare e Società: come detto pesano negativamente il livello elevato della disoccupazione giovanile, la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e la preoccupante percentuale di individui a rischio povertà. Ma preoccupa anche il risultato relativo all’Innovazione: in sostanza, più dell’80% delle regioni europee mostra – per quanto riguarda la combinazione di fattori come spesa in ricerca e sviluppo, capacità innovativa, qualità è specializzazione del capitale umano – un indice superiore a quello della Sardegna. Sorprende, invece, la performance deludente del Turismo: nonostante la crescita eccezionale dell’ultimo quinquennio, infatti, la forte stagionalità, i bassi tassi di occupazione delle strutture, una permanenza media in continuo calo, impattano negativamente sulla funzionalità del modello di offerta turistica regionale. Sotto il profilo infrastrutturale pesano il gap da insularità e la totale assenza di tratti autostradali, ma l’accessibilità dell’Isola è garantita da una buona offerta aeroportuale (anche in termini di costi) e da un discreto traffico passeggeri gestito dai porti regionali, mentre risulta in linea con la media europea la percentuale di famiglie raggiunte da una connessione a banda larga. Va infine osservato come, nel suo complesso, il pilastro relativo al livello di sviluppo economico sia quello che presenta le minori criticità. Una spiegazione va ricercata nell’inclusione nell’analisi delle regioni meno sviluppate dell’est europeo emergente (Romania e Bulgaria, in particolare), caratterizzate da livelli modestissimi di reddito pro-capite (anche quando misurato a parità di potere d’acquisto) e, soprattutto, da una bassissima remunerazione oraria del lavoro.

Lo sviluppo economico – 196a posizione su 278

Per definire l’indice di sviluppo economico sono stati utilizzati cinque indicatori: il livello di Pil pro-capite misurato a parità di potere d’acquisto, la crescita annua media del Pil tra 2016 e 2012, il livello di investimenti fissi lordi per occupato, il livello di produttività del lavoro (valore aggiunto per occupato) e il costo complessivo del lavoro, inteso come costo complessivo per ora lavorata (incluso tassazione da lavoro e contributi).

Per la Sardegna il risultato complessivo è di un valore dell’indice di sviluppo economico pari a 27, corrispondente, grosso modo, al 30-simo percentile della distribuzione europea (il percentile è una misura usata in statistica per indicare un valore sotto al quale ricade una percentuale di altri elementi sotto osservazione, ndr). Che appena il 30% delle regioni europee abbia effettivamente misurato performance inferiori a quelle dell’Isola non appare un risultato particolarmente lusinghiero, e a questo va aggiunto che nel contesto italiano la Sardegna si posiziona al di sotto di tutte le regioni del Centro e del Nord (ad eccezione dell’Umbria). Di contro, l’Isola mostra indicazioni meno negative se confrontata con le performance sia delle regioni del Mezzogiorno, sia delle regioni competitor (quarto posto su 11).

Ad incidere positivamente sul risultato regionale è però soltanto la relativamente elevata remunerazione oraria del lavoro, circa 21 euro all’ora, un dato superiore a quello di tutte le regioni competitor (esclusa Malta), anche se inferiore rispetto alla media nazionale, e un livello di investimenti fissi per addetto superiore a 7 competitor su 11 (ma modesto se inserito nel panorama regionale italiano). Insomma, emerge l’immagine di un sistema economico che si caratterizza, anche rispetto alle altre regioni italiane (specialmente quelle del Centro-Nord), per modesti livelli di Pil pro-capite (appena 20.600 euro, 218° posto in Europa su 279 regioni, 16° in Italia), grandissime difficoltà a mantenere livelli di crescita significativi (soprattutto rispetto alle altre regioni competitor) e, ed è questa la nota più dolente, bassissimi livelli di produttività, appena 60mila euro per occupato, dato che ne fa, in assoluto, l’ultima regione in Italia.

La capacità innovativa – 226a posizione su 279

Indicazioni decisamente più negative arrivano dal tema dell’innovazione, ovvero dalla capacità del sistema sardo di produrre e assorbire innovazione (in particolare tecnico-scientifica), in termini di spesa in ricerca e sviluppo in percentuale sul Pil (pubblica e privata), numero di brevetti registrati all’EPO (European Patent Office) ogni milione di abitanti,  percentuale di occupati in settori ad alto contenuto tecnologico, livello di scolarizzazione superiore (% di laureati tra la popolazione con più di 24 anni) e percentuale di adulti (più di 24 anni) impegnati regolarmente in corsi di formazione (life-long learning).

In Italia tutte le regioni si posizionano al di sotto della linea mediana europea per cui la scarsa vocazione all’innovazione è unanimemente riconosciuta come uno dei punti deboli del nostro paese, con risultati che nel Mezzogiorno si mostrano addirittura sugli stessi livelli delle regioni più arretrate dell’Est Europa. Situazione particolarmente drammatica in Sardegna che registra la combinazione di una bassissima spesa in ricerca e sviluppo (molto meno della già modesta media italiana), una percentuale di laureati tra la popolazione con più di 24 anni che non arriva al 15%, contro il già bassissimo 17% nazionale (per percentuale di laureati la Sardegna è tra e ultime dieci regioni in Europa), meno di 10 brevetti registrati ogni milione di abitanti (contro gli oltre 70 medi italiani): si tratta di un indice di performance inferiore a oltre l’80% delle altre regioni europee e, in Italia, più basso anche rispetto a regioni come Campania e Abruzzo. Va osservato come le cose vadano un po’ meglio per quanto riguarda la partecipazione degli adulti alla formazione continua: l’8,5% dei residenti in Sardegna con età superiore a 24 anni mediamente risulta coinvolto in programmi di formazione continua, contro una media italiana del 7,4%.

Le performance rimangono deludenti anche se si confronta la Sardegna con i suoi competitor (sesto posto su undici, meglio solo delle altre tre regioni italiane, di Algarve e Croazia). Tra l’altro, proprio il livello di scolarizzazione superiore continua a mostrarsi uno dei punti più dolenti; a titolo di paragone, la percentuale di laureati a Cipro arriva al 41%, 30% in Corsica, 28% nelle Baleari, 24% a Creta, mentre in Sardegna, come visto, siamo a meno del 15%. Non che per quanto riguardi gli altri parametri le cose vadano meglio. Certo, tutte le regioni considerate si caratterizzano per performance sottotono, specialmente in merito alla spesa in ricerca e sviluppo (quasi sempre abbondantemente inferiore all’1% del Pil), la produzione di brevetti e la dotazione tecnologica delle imprese.

Welfare e società – 258a posizione su 279

Ma la competitività di un sistema economico, anche se a vocazione turistica, non può prescindere dalla sua capacità di attrarre e trattenere risorse umane, garantendo una buona qualità della vita ai propri residenti e uno sviluppo e una distribuzione equilibrata della ricchezza e del benessere. Nella categoria welfare e società sono stati inseriti indicatori in grado di misurare alcuni di questi aspetti; ne fanno parte alcuni indicatori sul sistema sanitario (personale ospedaliero e posti letto), l’aspettativa di vita alla nascita e a 65 anni, l’indice di dipendenza strutturale della popolazione anziana, il tasso di disoccupazione giovanile, il grado di partecipazione femminile al mercato del lavoro e la percentuale di popolazione a rischio povertà.  Sotto questo profilo il dato della Sardegna è disastroso: gli ottimi risultati, per altro ampiamente prevedibili e comuni a tutto il contesto italiano, dal lato dell’aspettativa di vita (soprattutto raggiunti i 65 anni), vengono completamente annullati dalla combinazione micidiale di parametri di disagio sociale che si mostrano tra i peggiori sia in riferimento al contesto italiano, sia in riferimento a quello europeo.

La percentuale di popolazione a rischio povertà è allarmante (ben il 38%, il sesto valore più negativo tra le regioni italiane), a cui aggiungere un elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile (il 47% nella media degli ultimi 3 anni, ovvero il sesto valore più elevato tra le regioni italiane e tra i primi quindici in Europa), un tasso di attività femminile che si mantiene su livelli bassissimi (appena il 37%, agli ultimi posti in Europa assieme alle altre regioni del Mezzogiorno). Di positivo c’è solo il personale ospedaliero in rapporto alla popolazione che, però, si contrappone ad un relativamente basso numero di posti letto in strutture ospedaliere. Il risultato è un indice di Welfare disastroso, che risulta inferiore al 92% delle altre realtà europee.

Anche rispetto ai suoi competitor la Sardegna si conferma una realtà fragile e problematica; anche perché ben quattro regioni su undici, tra cui la cugina Corsica, si posizionano al di sopra della mediana europea in termini di parametri di welfare e sistema sociale. Meglio della Sardegna fanno pure Croazia-Adriatica e la regione portoghese dell’Algarve. Anche in questo caso gli elementi più critici sono rappresentati dal tasso di attività femminile (per le altre regioni competitor quasi sempre superiore al 50%) e dall’elevatissima disoccupazione giovanile (in Sardegna quasi sempre di 15-20 punti percentuali più alta), criticità che fanno del sistema socioeconomico dell’Isola uno dei meno equilibrati e meno competitivi tra le regioni sue pari.

Dotazione infrastrutturale – 202a posizione su 279

Quanto alle infrastrutture, altro punto dolente storico per l’isola, la ricerca della Cna sarda fa riferimento all’indice di dotazione infrastrutturale in grado di misurare non solo la dotazione fisica (infrastruttura informatica, presenza di autostrade, aeroporti e porti), ma anche la qualità delle infrastrutture presenti nel territorio come, ad esempio, la diffusione della banda larga (come misura di qualità dei collegamenti internet) o il valore assunto dagli indici di accessibilità, definiti a partire dalla stima dei tempi di viaggio (misura olistica di qualità e dotazione) per raggiungere una località a partire da tutte le altre; inoltre, per meglio approfondire l’aspetto legato della qualità della rete stradale, si è calcolato un indicatore relativo al numero di incidenti in rapporto al parco circolante, interpretato come misura indiretta della capacità dell’infrastruttura viaria di assorbire una certa densità veicolare.

Sotto questo profilo la Sardegna, seppur indietro rispetto alle medie europee, si posiziona al di sopra di quasi tutte le altre regioni del Mezzogiorno (ad eccezione di Campania e Abruzzo), e questo nonostante la condizione di oggettiva penalizzazione dovuta all’insularità. L’accessibilità dell’Isola è infatti garantita da una buona offerta aeroportuale (addirittura seconda in Italia in termini di passeggeri in transito negli aeroporti in rapporto alla popolazione residente) e da un discreto traffico passeggeri gestito dai porti regionali (prima in Italia); anche il risultato ottenuto in termini di percentuale di famiglie raggiunte da una connessione a banda larga appare positivo (86%, quinta regione italiana ed in linea con le medie europee).

Anche nel confronto con le regioni competitor, il risultato sardo non appare troppo penalizzante. Va detto che regioni come Baleari e Cipro mostrano livelli di dotazione infrastrutturale di tutto rispetto, comparabili (soprattutto per le Baleari) con quelli delle regioni meglio collegate del Centro-Nord Europa. Per le altre regioni (inclusa la Sardegna), la condizione di perifericità rispetto alle principali direttrici trasportistiche continentali incide sugli indici di dotazione soprattutto in termini di una minore accessibilità (tempi di spostamento). Nel complesso, tuttavia, l’analisi conferma quanto già emerso da precedenti studi della CNA, ovvero che, sebbene la questione infrastrutturale rappresenti un fattore centrale nella definizione delle dinamiche di crescita e sviluppo economico della Sardegna, esso non appare il tema più cogente, almeno non in relazione ai pilastri della competitività territoriale individuati e analizzati in questo studio (si vedano le enormi criticità sui temi di innovazione e welfare individuate in precedenza) .

Lo sviluppo turistico – 233a posizione su 279

Considerando l’importanza che il settore turistico riveste per l’economia della Sardegna, un intero pilastro del report è stato dedicato allo studio delle dinamiche di domanda e offerta ricettiva nelle regioni europee. A tale scopo, sono state selezionate variabili in grado di far emergere la vocazione turistica dei territori e misurare performance e funzionalità del modello di offerta locale. L’indice di performance è stato costruito considerando il numero di arrivi nelle strutture ricettive ufficiali per residente, il numero medio di notti per turista e l’offerta ricettiva in termini di posti letto per residente. Inoltre, considerando gli arrivi annui, le presenze e il tasso di occupazione delle strutture alla stregua di variabili di output e i posti letto come variabile di input del sistema, si è definito un indice di efficienza in grado di misurare quanto la performance turistiche delle regioni italiane ed europee si discostino dalla frontiera efficiente (individuata tra i territori stessi). Infine, mettendo insieme performance ed efficienza si è calcolato un indice sintetico di sviluppo turistico che è riassunto nella carta tematica sottostante. Quello che emerge è un risultato decisamente poco lusinghiero per la Sardegna, special modo nel confronto con i suoi competitor naturali. L’84% delle regioni europee, più o meno a vocazione turistica, registra un livello di sviluppo turistico migliore di quello dell’Isola, incluso tutte le regioni competitor (ad eccezione di quelle italiane).  Tra l’altro, Baleari e Croazia, ma anche Algarve e Malta, si posizionano ai primi posti in Europa, e persino Creta, Corsica e Cipro registrano dei punteggi superiori all’80% delle regioni europee.

In particolare, la ricerca denuncia l’esistenza di un grave problema di efficienza produttiva che caratterizza il modello turistico regionale: in termini di posti letto per residente la Sardegna si posiziona al 50simo posto in Europa, al settimo in Italia ed è sesta tra le regioni competitor (quinta in termini assoluti); mentre in termini di arrivi, con circa 3 milioni di turisti, la Sardegna si posiziona al di sopra di Cipro, Malta, Corsica e Calabria. Tra l’altro, sebbene la Sardegna attualmente intercetti una quota ancora marginale dei flussi internazionali nel Mediterraneo, la popolarità dell’Isola è in continuo aumento; basti dire che tra i competitor la Sardegna è la regione che ha visto incrementarsi maggiormente il flusso di turisti internazionali in arrivo nelle strutture ufficiali, sia in termini di arrivi (+39% tra 2012 e 2015), sia in termini di presenze complessive (+33% nello stesso periodo). Si tratta di un dato che dimostra quanto l’Isola sia stata capace di intercettare una grande quantità di nuovi flussi turistici, molti dei quali liberati in questi anni dalla situazione di crisi che ha colpito i paesi Nord Africani e il Medio Oriente.

Eppure qualcosa non torna: in media ogni posto letto ufficiale nell’Isola risulta occupato per soli 63 giorni all’anno, contro i 210 di Malta, i 178 di Cipro, i 148 delle Baleari, i 132 dell’Algarve o i 114 di Creta; il tasso di occupazione delle strutture (al netto di chiusure stagionali e altre chiusure temporanee per ristrutturazione o ordinanze pubbliche) in Sardegna è pari al 47%, contro l’80% delle Baleari, il 75% di Malta, il 70% di Cipro e il 60% di Croazia e Creta. Questi numeri lasciano intuire quale sia il principale problema del modello turistico dell’Isola: la fortissima stagionalità.

Se d’altra parte si guarda ai dati mensili sulle presenze nelle strutture ricettive si scopre che nel panorama italiano non esiste altra regione che presenta una stagionalità turistica pronunciata come quella della Sardegna, con tutti i problemi che ne derivano: le strutture ricettive sono sottoposte a picchi di attività/inattività; la stagionalità impatta sull’occupazione, che diventa discontinua, ridimensionando la capacità del turismo di contrastare la disoccupazione giovanile e scoraggiando gli investimenti nella formazione del personale; una stagionalità spinta crea per le comunità locali periodi di picco e problemi di congestione (traffico, accesso al servizio pubblico, servizi commerciali, etc.) e un incremento indiscriminato dei prezzi. L’incremento della popolazione in periodi limitati dell’anno (popolazione flottante), inoltre, comporta uno stress sul territorio e sulle infrastrutture, mettendo a dura prova la capacità di carico delle destinazioni e dell’ambiente: erosione delle risorse naturali, smaltimento rifiuti, inquinamento, congestione stradale.

In definitiva, l’analisi di quest’ultimo aspetto dimostra come il livello di sviluppo turistico della Sardegna è ancora molto basso. Nonostante le indiscusse capacità dell’Isola di attrarre una quantità crescente di flussi turistici internazionali, le sue potenzialità rimangono ancora abbondantemente inespresse. L’incremento del turismo internazionale, che come noto mostra caratteristiche di maggiore diversificazione, sia temporale che tipologica, è da considerarsi elemento centrale per una strategia efficace di destagionalizzazione. Per questo, la progressiva internazionalizzazione del turismo è da considerarsi fenomeno molto positivo. Tuttavia, la Sardegna continua ad essere la regione italiana in cui i flussi turistici (anche quelli internazionali) si concentrano maggiormente durante l’anno, a indicare come il modello regionale non riesca a sfruttare appieno tutte le potenzialità di destagionalizzazione offerte dall’esplosione della domanda internazionale nel Mediterraneo.

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Domani, sabato 13 luglio, dalle ore 10,15, presso l’hotel Regina Margherita di Cagliari, la CNA Sardegna presenterà la ricerca dal titolo “La competitività della Sardegna alle soglie del terzo decennio del millennio: economia, innovazione, welfare, infrastrutture, turismo – Analisi comparata con le altre regioni competitor del Mediterraneo”.

La ricerca offre un inquadramento della realtà socio-economica della Sardegna nel contesto europeo con particolare riguardo alle regioni più simili sotto il profilo della vocazione economica, delle dimensioni e degli obiettivi strategici.

Dopo l’apertura dei lavori da parte del presidente regionale della CNA Pierpaolo Piras e l’esposizione della ricerca a cura di Antonio Mura (Cresme), le risultanze dell’indagine saranno al centro di una tavola rotonda moderata dal giornalista Nicola Scano dal titolo: “La Sardegna nel contesto europeo: declino irreversibile? Scenari e prospettive”, alla quale parteciperanno gli assessori regionali Giuseppe Fasolino (Programmazione, Bilancio, Credito e Assetto del territorio), Roberto Frongia (Lavori Pubblici), Anita Pili (Industria) e il segretario regionale della CNA Francesco Porcu.

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Sabato 13 luglio, con inizio alle ore 10,15, presso l’hotel Regina Margherita di Cagliari, la CNA Sardegna presenterà la ricerca dal titolo Sanato 13 luglio verrà presentata.

La ricerca offre un inquadramento della realtà socio-economica della Sardegna nel contesto europeo con particolare riguardo alle regioni più simili sotto il profilo della vocazione economica, delle dimensioni e degli obiettivi strategici.

Dopo l’apertura dei lavori da parte del presidente regionale della CNA Pierpaolo Piras e l’esposizione della ricerca a cura di Antonio Mura (Cresme), le risultanze dell’indagine saranno al centro di una tavola rotonda moderata dal giornalista Nicola Scano dal titolo: “La Sardegna nel contesto europeo: declino irreversibile? Scenari e prospettive”, alla quale parteciperanno gli assessori regionali Giuseppe Fasolino (Programmazione, Bilancio, Credito ed Assetto del territorio), Roberto Frongia (Lavori Pubblici), Anita Pili (Industria) ed il segretario regionale della CNA Francesco Porcu.

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Esiste in Sardegna un enorme potenziale rappresentato dalla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Negli ultimi dieci anni sono stati effettuati nell’isola circa 292 mila interventi di ristrutturazione edilizia abitativa, ma ci sono ancora oltre 415mila abitazioni sarde non hanno visto alcuna attività di manutenzione straordinaria. È un dato molto significativo, visto che nella nostra regione il 42% delle abitazioni (296mila su un totale di circa 707mila) insiste su edifici costruiti prima degli anni Settanta e ha quindi più di 50 anni. Delle circa 126mila abitazioni che versano in uno stato di conservazione mediocre o pessimo, circa 80mila (il 63%) non è stato oggetto di alcun intervento (la media italiana è del 57%) e soltanto l’8% ha beneficiato di interventi su elementi strutturali. Per non contare il patrimonio edilizio pubblico: su circa 1.627 edifici scolastici presenti in Sardegna (tra scuola primaria e secondaria) il 52% è stato costruito prima del 1975. Si tratta di circa 840 edifici, molti in cemento armato, che necessitano di un monitoraggio e di una manutenzione continua.

In base al report della Cna Sardegna il 42% delle abitazioni dell’isola (296 mila su un totale di circa 707 mila) insiste su edifici costruiti prima degli anni Settanta ed ha quindi, oggi, più di 50 anni. Se si riflette sul ciclo di vita degli edifici questa percentuale assume un significato ancora maggiore: l’aspettativa di vita media delle componenti di un edificio è infatti pari a circa 60 anni. Ne consegue che il patrimonio edilizio regionale andrebbe come minimo monitorato costantemente.

Circa il 18% delle unità abitative sarde è stimato in stato di conservazione mediocre (16%) o pessimo (1,6%). Nel complesso si tratta di 126 mila abitazioni con evidenti necessità di riqualificazione. Di queste, considerando l’ultimo decennio, il 63% (circa 80mila) non è stato oggetto di alcun intervento (la media italiana è il 57%) e solo l’8% ha beneficiato di interventi su elementi strutturali. Nel complesso su 707mila abitazioni occupate quelle interessate da interventi sono state il 41%, contro una media nazionale del 48%.

Ma il tema delle vetustà degli edifici riguarda anche il patrimonio edilizio pubblico. Di grande interesse, ad esempio, è il tema degli edifici scolastici. Una stima della CNA indica che su un totale di circa 1.627 edifici scolastici presenti in Sardegna (scuola primaria e secondaria) il 52% sia stato costruito prima del 1975: si tratta di circa 840 edifici, molti in cemento armato, che necessiteranno di una sempre maggiore controllo e di un monitoraggio continuo.

Ma qual è il potenziale residuo del mercato della ristrutturazione in Sardegna? A questa domanda risponde il report della Cna Sardegna che ha messo a confronto i dati sulle ristrutturazioni edili registrate nell’isola con quelli sullo stato di conservazione del patrimonio edilizio in Sardegna.

In Sardegna nell’ultimo quadriennio le abitazioni ristrutturate nell’isola sono state circa 119 mila, di cui 44mila nella provincia metropolitana di Cagliari e 39mila a Sassari. Nello stesso periodo l’ammontare degli investimenti in rinnovo abitativo in Regione è stato circa 3,2 miliardi di euro, per un valore medio di 26.500 euro ad intervento. Considerando che, tra le 415mila abitazioni che negli ultimi dieci anni non hanno usufruito di interventi di rinnovo circa 80mila sono stimate in pessimo o mediocre stato di conservazione, si ottiene un potenziale residuo di circa 2,1 miliardi di euro del mercato della manutenzione straordinaria in Sardegna, che corrispondono, considerando l’impatto occupazionale diretto e indotto, a circa 32mila addetti.

Nel dato sugli investimenti – evidenzia il report della Cna – sono inclusi anche i lavori che hanno interessato le parti comuni degli edifici plurifamiliari. Se si assume un’incidenza media di circa il 15%, il valore medio per intervento nella singola abitazione scende a circa 22mila euro e la stima del potenziale residuo della riqualificazione abitativa (senza i lavori condominiali) si abbassa a circa 1,8 miliardi (27mila addetti). Va inoltre considerato – evidenzia l’associazione artigiana – che questa stima si basa sulle tipologie più diffuse di ristrutturazione che hanno interessato le case sarde nell’ultimo quinquennio, ossia, interventi spiccioli mirati a sostituire elementi fabbricativi, impianti guasti o a migliorare l’aspetto estetico.

«In questi ultimi anni il numero di abitazioni coinvolte e le somme complessivamente investite è stato sicuramente rilevante – commentano Francesco Porcu e Antonello Mascia, rispettivamente segretario regionale della Cna Sardegna e presidente di Cna Costruzioni -: se da una parte il potenziale per la rigenerazione edilizia e immobiliare risulta ancora consistente, dall’altra va riconosciuto come non esista un vero e proprio progetto di riqualificazione del tessuto immobiliare sardo, ma piuttosto una polverizzazione di interventi spiccioli. Se nei prossimi anni il patrimonio abitativo sardo fosse interessato da interventi più mirati ed efficaci (ad esempio in ambito di efficienza energetica), o inseriti in progetti più organici, specialmente in ambito urbano (interventi nei condomini e riqualificazione urbana) non solo il risultato (in termini estetici e funzionali) sarebbe migliore, ma il potenziale del mercato potrebbe essere ben superiore di quanto ivi stimato. Occorre – concludono i vertici di CNA – garantire tassi di ristrutturazione più elevati e più strutturali e soprattutto sostenere l’ammodernamento del patrimonio pubblico e privato con le nuove “tecnologie intelligenti”

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Scarsa qualità dellacqua erogatalivelli di dispersione idrica da record e spese di manutenzione tra le più alte dItalia. E il disastroso mix che caratterizza il servizio idrico regionale in base ad un recente dossier della Cna Sardegna che analizza e mette a confronto alcune variabili relativa allinfrastruttura idrica: dalla capienza degli invasi ai costi sostenuti per gestire le retiA spiccare è, soprattutto, il severo giudizio degli utenti sardinel corso del 2018 oltre il 38% delle famiglie sarde si è infatti dichiarata molto insoddisfatta del servizio idrico fornito da Abbanoa, il dato più negativo tra tutte le regioni italiane e pari ad oltre il doppio della media nazionale (14,6%). Principale fattore penalizzante è rappresentato proprio dalla qualità dell’acqua erogata (odore, sapore e limpidezza), giudicata insoddisfacente dal 43,7% degli utenti intervistati dallIstat.

«La buona dotazione di infrastrutture e servizi costituisce un fattore imprescindibile per lo sviluppo socio-economico di un territorio  evidenziano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna -: insieme ad energia e trasporti, un buon accesso alla risorsa idrica per famiglie e imprese produttive costituisce senza dubbio uno degli requisiti minimi di base. Oltre alla necessità di garantire una disponibilità sufficiente all’uso civile ed industriale, la crescente attenzione agli aspetti ambientali e climatici impone elevati livelli di efficienza nella gestione della risorsa e nella depurazione dei reflui prima della re-immissione in ambiente.»

Gli invasi. Il dossier esamina in primo luogo la situazione del sistema degli invasi non rilevando particolari criticità nellultimo periodo. Al 30 aprile 2019 il “Bollettino dei serbatoi artificiali del sistema idrico multisettoriale della Sardegna” rileva la presenza di1,562 miliardi di metri cubi d’acqua, pari all’88.4% della capacità complessiva autorizzata, registrando un lieve aumento rispetto al 31 marzo 2019 (milioni di metri cubi in più)

La qualità del servizio. Ad allarmare è il severo giudizio degli utenti sulla qualità del servizio idrico regionaleSecondo una rilevazione Istat, nel 2018 oltre il 38% delle famiglie intervistate si è dichiarata insoddisfatta del servizio idrico: si tratta del dato più negativo tra le regioni italiane e pari ad oltre il doppio della media nazionale (14,6%). Il principale fattore penalizzante è lqualità dell’acqua erogata (odore, sapore e limpidezza), giudicata insoddisfacente dal 43,7% degli utenti intervistati.

La dispersione idrica. Indicazioni anche più preoccupanti vengono dai dati dell’ultimo Censimento delle acque (Istat 2015) che, evidenziando un notevolissimo scarto tra la quantità di acqua immessa in rete e quella effettivamente erogata, rivelano un livello di dispersione idrica da recordLa Sardegna risulta infatti la seconda regione italianaper dispersione idrica con il 55,6% dell’acqua immessa in rete che non giunge all’erogazione, valore inferiore solo a quello della Basilicata (56,3%)

Il dato è in gran parte da imputare ad una rete di distribuzione idrica ormai obsoleta e, in alcuni casi addirittura fatiscente, come risulta per le province di Sassari, Oristano e Nuoro dove la dispersione arriva a superare il 60%

Le cause della dispersione idrica  evidenzia la Cna Sardegna – possono essere molteplici: oltre che dalle perdite presenti nelle condutture obsolete o dagli sfiori di serbatoi difettosi, non è da escludere l’esistenza di grandi quantità di acqua destinata ad usi pubblici che non viene contabilizzata o l’esistenza di consistenti furti e prelievi abusivi.

I costi del sistema idrico. Eppure, analizzando la spesa per la manutenzione delle reti idriche nell’ultimo decennio (2008-2018) sia in termini assoluti che in rapporto alla popolazione emerge che, con una spesa in manutenzione ordinaria di 223 euro per abitante, la Sardegna detiene il primato assoluto tra tutte le regioni italiane (quinta per spesa totale, con 368 milioni di euro), mentre, per la manutenzione straordinaria, con 218 euro per abitante, si colloca al secondo posto dopo la Valle d’Aosta (sesta in termini assoluti con 359 milioni in dieci anni).

La ricerca analizza anche i fattori che determinano così elevati livelli di spesa in un contesto di bassa efficienza delle reti, evidenziando che per la Sardegna, caratterizzata da consistenti flussi turistici concentrati nei mesi estivi, la spesa procapite andrebbe calcolata sul numero effettivo di utilizzatori annui e non soltanto sui residentiIn molti contesti, inoltre, l’incremento dell’utenza in periodi limitati dell’anno sottopone le infrastrutture idriche a picchi di utilizzo per i quali, spesso, non sono state progettate, compromettendo la funzionalità della rete stessa (distribuzione, depurazione, smaltimento). 

«Viene da chiedersi se la nostra rete idrica sia in grado di soddisfare i fabbisogni di un sistema produttivo caratterizzato da agricoltura, pastorizia, agro-industria e comparto caseario, attività ad elevato fabbisogno idrico  evidenziano vertici della Cna sarda – di certo la stima della spesa procapite dovrebbe porre al denominatore anche gli abitanti equivalenti stimati in rapporto alle attività economiche.Inoltre bisogna valutare quanta parte della spesa effettuata sia destinata alla manutenzione e alla riqualificazione degli impianti di accumulazione e quanta, invecealla sistemazione delle reti di distribuzione che, alla prova dei fatti, rappresentano l’elemento debole del sistema idrico della Sardegna».

«In un contesto climatico che tende a caratterizzarsi per fenomeni di siccità sempre più intensi e prolungati l’esigenza di migliorare l’efficienza del sistema idrico limitando gli sprechi appare senza dubbio prioritaria sia per il benessere dei cittadini e sia per favorire lo sviluppo economico  concludono Pierpaolo Piras e Francesco Porcu : se non si riducono gli sprechi qualunque intervento effettuato monte (bacini e invasinuovi impianti di desalinizzazione o per il miglioramento dell’efficienza di utilizzo industriale) risultlargamente depotenziato se non del tutto inefficace.» 

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Pochi posti disponibili negli asili nido, per lo più offerti da strutture private, e costi che lievitano considerevolmente per le famiglie che hanno bisogno di sistemare i loro bambini (+43% in tre anni). Pur collocandosi in buona posizione rispetto alle altre regioni italiane, la Sardegna non raggiunge gli standard richiesti dall’Europa per i servizi per l’infanzia. E questa carenza di servizi fondamentali per dare una mano alle famiglie, unita all’alto tasso di disoccupazione soprattutto femminile, è una delle principali cause dello slittamento dei progetti di genitorialità delle giovani coppie.

E’ la fotografia fornita da un recente report del centro studi della Cna Sardegna sui servizi per l’infanzia in Sardegna.

Nell’anno scolastico 2016/2017 -evidenzia la ricerca dell’associazione artigiana – sono stati censiti nella nostra regione 386 servizi socio-educativi per l’infanzia, per una offerta complessiva di 9.613 posti, il 58,8% dei quali in strutture private. Con 8.699 posti, gli asili nido costituiscono il 90,5% dell’offerta complessiva, mentre i servizi integrativi (914 posti autorizzati, in netta prevalenza spazi gioco) contribuiscono per il 9,5%.

La dotazione complessiva della Sardegna è di 28,8 posti per 100 bambini di età compresa tra 0 e 2 anni,  superiore al valore medio nazionale (24,0) ma ancora inferiore alla dotazione standard prevista nel Consiglio europeo di Barcellona (2002), che fissava come traguardo per gli stati membri di giungere ad un’offerta pari ad un terzo della domanda potenziale (33 posti ogni cento bambini), quota oggi superata solo da Valle d’Aosta (44,7), Umbria (41), Emilia Romagna (37,1) e Toscana (35,2).

La ricerca della Cna Sardegna rileva che l’aspetto peculiare della nostra regione è la netta prevalenza dell’offerta privata su quella pubblica: 5.654 posti in strutture private, pari al 58,8% dell’offerta complessiva, una quota notevolmente superiore a quella delle regioni settentrionali (46,9%), ma anche al dato nazionale (48,7) e a quello del Mezzogiorno (52,2%).

L’ammontare della spesa complessiva per l’anno scolastico 2016/2017 è stata pari a 21,6 milioni di euro, in netta riduzione rispetto ai livelli del 2012/2013 (-19,2%): questa riduzione ha però riguardato soltanto la componente pubblica (-23,7%), mentre l’ammontare del contributo delle famiglie ha registrato un netto aumento (+9,2%).

La quota di partecipazione delle famiglie, quindi, è passata dal 13,6% al 18,3% della spesa complessiva, registrando un allineamento alla media nazionale, rimasta ferma al 19,3%.

La spesa pubblica media per bambino è passata dai 5.400 euro l’anno del 2012/13, ai 5.715 euro del 2016/17 (+5,8%), ma come detto ad aumentare è stata la spesa sostenuta dalle famiglie: da 733 euro a 1.048 (+43%).

Questo aumento è probabilmente una delle principali cause del considerevole calo degli iscritti che nel periodo in esame si sono ridotti di quasi un quarto (-23,7%), a fronte di un calo meno marcato della domanda potenziale (i bambini di età compresa tra 0 e 2 anni sono diminuiti del -14,3%). Sebbene la spesa sostenuta dalle famiglie sarde resti ancora pari al 70% del valore nazionale (1.048 euro per bambino in Sardegna contro i 1.487 euro dell’Italia), in rapporto al livello dei redditi il carico sostenuto si è allineato, con una incidenza sul reddito medio familiare pari al 4,3% in Sardegna e al 4,8% in Italia.

«La sotto-dotazione di servizi per la prima infanzia, per la loro fondamentale funzione di sostegno alla genitorialità, assume in Sardegna un significato particolare – evidenziano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna -. Se da un lato un tasso di attività femminile del 53,1% evidenzia la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro (la media delle regioni settentrionali è del 64,8%), dall’altro gli indicatori demografici mettono in risalto una situazione divenuta ormai critica sul piano della natalità.»

Con un quoziente di natalità di 6 nati per mille abitanti – rileva infatti il report – nel 2018 la Sardegna si è qualificata, insieme alla Liguria come la regione meno prolifica d’Italia, con un bilancio naturale che vede ormai il numero di morti nettamente superiore a quello dei nati (-4,2 per mille abitanti). Altrettanto evidente il divario in termini di fecondità: con un valore medio di 1,06 figli per donna, infatti, la nostra regione detiene il primato negativo tra le regioni italiane, consolidando uno squilibrio generazionale che ormai conta oltre 211 anziani (65 anni e più) ogni 100 giovani minori di 15 anni (il valore più rilevante dopo la Liguria, 255, Friuli e Molise, 217). L’età media al parto delle donne sarde è di 32,5 anni, il valore più alto insieme a Basilicata, Molise e Lazio. Visti questi numeri, concludono Piras e Porcu, «senza dubbio le scarse opportunità di inserimento lavorativo, associate ad una offerta socio-educativa carente e troppo costosa, sono tra le principali cause dello slittamento dei progetti di genitorialità delle giovani coppie».

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E’ quanto si evince dall’ultimo report del Centro studi della Cna sul trend delle esportazioni della Sardegna. A segnare lo stop dell’export sardo è stata per lo più la drammatica crisi del settore agroalimentare ed in particolare il crollo del comparto lattiero-caseario. Viceversa a sostenere la modesta crescita delle esportazioni dall’isola ha contribuito la buona performance del comparto chimico-farmaceutico, che dopo il +57% del 2017 realizza una notevole crescita anche nel 2018 (+27%). Confermato anche il trend positivo del comparto metallurgico(+8,3%), in sostenuta crescita ormai da quattro anni (+7% nel 2015, +2,8% nel 2016 e +13% nel 2017).

In valore assoluto, tuttavia, è ancora l’industria petrolifera a trainare l’export dell’Isola realizzando nell’ultimo anno 326 milioni di euro in più di vendite all’estero (+7,6%). Al netto dell’industria petrolifera la performance delle esportazioni regionali però si ridimensiona, rimane positiva (+3,3%), ma rallenta vistosamente rispetto al 2017 (+20%).

Il rallentamento dell’export sardo è dovuto, come accennato, al deciso arretramento del comparto agroalimentare (-17,8%), già notevolmente ridimensionato dal calo del 2017 (-1,1%) e del 2016 (-7%): un valore passato dal picco di 196 milioni di euro del 2015, ai 148 milioni del 2018. Eppure, tra il 2012 ed il 2015 l’industria sarda aveva beneficiato del trend espansivo dal settore agroalimentare nazionale: l’export di prodotti isolani aveva infatti realizzato una crescita record grazie al buon andamento della domanda USA, in parte favorita dalla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro. Nella media del periodo 2012-2015 le vendite di prodotti sardi erano cresciute ad un ritmo del +12,3% l’anno, in assoluto, la performance più brillante tra tutte le regioni italiane.

Da migliore a peggiore: nell’ultimo triennio l’export agroalimentare sardo ha registrato un vero e proprio tracollo. Con una contrazione media annua del -8,6%, la Sardegna è stata l’unica regione italiana con export agroalimentare in calo. E per la Sardegna il dato è particolarmente significativo: è collassato un comparto strategico per l’economia regionale che, al netto del settore petrolifero, vale quasi un quinto dell’export manifatturiero isolano (17,6%).

Come evidenzia il report della Cna sarda, si può dire che sia entrata in crisi una parte importante dell’economia sarda, costituita da piccole e medie realtà imprenditoriali con filiera produttiva certificata: in Sardegna operano infatti oltre 16mila produttori con marchio di qualità (Dop, Igt o Stg), il numero più elevato tra tutte le regioni italiane (in Toscana sono meno di 13mila, 11mila in Trentino).

La principale causa di questa contrazione – emerge dalla ricerca – è la riduzione della domanda statunitense. Tra 2015 e 2018 le esportazioni verso gli USA di agroalimentare sardo sono passate da 116,5 milioni di euro a 70,6: quasi 46 milioni di euro in meno in tre anni, una contrazione del – 40%. Ma in calo sono risultate anche le principali destinazioni europee, 5,6 milioni in meno verso la Germania (-31%), 4,5 verso la Francia (-39%) e 900 mila verso la Spagna (-12%). Tra i mercati minori, in decisa crescita solo il mercato canadese, che nel triennio ha importato 2 milioni di euro di prodotti sardi in più (+53%).

Il crollo della domanda USA è senza dubbio anche in questo caso la questione centrale. Il valore dell’export di prodotti caseari verso gli Stati Uniti è passato dai 107 milioni di euro del 2015 ai 60 del 2018, 47 milioni di euro in meno (-44%), 30 dei quali tra 2017 e 2018 (-34%).

Va detto comunque che la domanda globale di prodotti caseari di importazione in USA è in riduzione. Tra 2017 e 2018 si stima una contrazione del – 22,4%, (da 2,79 a 1,78 miliardi), ma i prodotti sardi perdono quote di mercato, sia a livello globale, sia rispetto alle altre regioni italiane. Seppur lievemente, la quota di mercato dei prodotti italiani infatti è aumentata, dal 13,5% delle importazioni complessive, al 14%.

La fetta di mercato delle produzioni casearie sarde, invece, ha segnato un deciso arretramento. I produttori sardi detenevano il 4,1% del mercato estero negli USA nel 2016 (in valore), nel 2018 la quota è diventata il 3%. Il prodotto sardo sembra aver perso quota, sia rispetto ad altri concorrenti internazionali, in particolare Irlanda (dal 9,1% al 13,2%) e Francia (dal 9% al 10,3), sia rispetto alle altre regioni italiane che hanno visto la loro quota di mercato passare dal 9,4% al 11%.

«Il carattere fortemente specializzato dell’export regionale, sia al livello geografico sia al livello di prodotto, espone il settore agroalimentare della Sardegna ai rischi derivanti dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime e dei tassi di cambio (e quindi del prezzo di vendita), oltre che a politiche commerciali sfavorevoli messe in atto dei suoi partner principali – commentano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna Sardegna-. I recenti sviluppi fanno pensare che nei prossimi anni gli Stati Uniti possano perseguire una politica di sempre maggiore chiusura verso le importazioni europee, scatenando una guerra tariffaria al livello globale.  Non va poi trascurato che quest’anno è prevista la Brexit, con il rischio di un’uscita disordinata dall’UE della Gran Bretagna che rappresenta il sesto/settimo mercato di sbocco per l’export agroalimentare sardo. Appare quindi fondamentale – proseguono Piras e Porcu – diversificare i prodotti, investendo sullo sviluppo del settore agroalimentare nel suo complesso, promuovendo l’accesso ai mercati internazionali di altre produzioni oltre a quelle lattiero-casearie. Le produzioni regionali di qualità del comparto enologico, pastario, oleario, etc., sono ancora poco conosciute all’estero e hanno un ampio potenziale di crescita. La strategia di promozione del brand dei prodotti caseari può rappresentare un riferimento per lo sviluppo degli altri settori merceologici, ma occorre anche diversificare i mercati di sbocco, facendo leva sulla qualità riconosciuta e sulla specialità della tradizione sarda e supportando le piccole imprese nel difficile percorso che porta all’internazionalizzazione. D’altra parte anche mercati fino ad ora poco inclini all’import agroalimentare di prodotti occidentali, ed italiani in particolare, sono destinati a crescere rapidamente. La nuova classe media di paesi come India o Cina (senza dimenticare la Russia post sanzioni o il Sud America) rappresenta il potenziale consumatore di prodotti sardi in un futuro ormai prossimo. A partire dal 2009 la Cina ha sperimentato un vero e proprio boom di importazioni di prodotti agroalimentari (+230%), in particolare dall’Italia, un trend di crescita che, a giudicare dai programmi per la creazione di corridoi commerciali come la Via della Seta, è ragionevole ritenere possa proseguire anche in futuro

 

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Francesco Porcu.

«Ripresa del confronto con il Governo per rilanciare e accelerare il processo di ammodernamento del sistema infrastrutturale isolano e per esigere il rispetto degli impegni assunti e da subito la costituzione di una cabina di regia Regione-Anas per rilanciare gli investimenti e accelerare la realizzazione delle opere

E’ l’incipit con cui il segretario regionale della CNA Francesco Porcu ed il presidente di CNA Costruzioni Antonello Mascia commentano il report “Le infrastrutture strategiche e prioritarie di interesse della Sardegna” predisposto dal Centro studi di CNA Sardegna, che fa il punto sullo stato dell’arte, costi, disponibilità, fabbisogno e stato di avanzamento delle infrastrutture strategiche di interesse della nostra regione.

Ammonta a 5,1 miliardi il costo complessivo delle infrastrutture strategiche e prioritarie di interesse della Sardegna in base ai dati contenuti nel rapporto “Le infrastrutture strategiche e prioritarie – Programmazione e realizzazione – Dati al 31 maggio 2018” predisposto dal Servizio Studi, in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione e il Centro studi della CNA Sardegna.

Rispetto al costo complessivo nazionale, pari a 317,1 miliardi, il costo regionale rappresenta una quota pari al 2%, a fronte di quote dell’8% per superficie territoriale, del 3% per popolazione residente e del 4% in termini di investimenti in opere pubbliche, nella media degli ultimi 5 anni. 

L’esame del livello di priorità degli interventi evidenzia un costo di circa 1,8 miliardi (il 55% del costo totale) per otto delle nove opere prioritarie della Sardegna (ovvero infrastrutture facenti parte delle 25 opere prioritarie individuate con il DEF 2015 e degli interventi prioritari invarianti individuati con l’allegato al DEF 2017) che includono interventi in corso, approvati e finanziati e con obbligazioni giuridicamente vincolanti (ossia con contratto approvato o oggetto di accordi internazionali).

Per la nona infrastruttura prioritaria regionale, rappresentata dalla rete ciclabile della Sardegna, facente parte delle sette ciclovie prioritarie nazionali, non è stato considerato il costo per il limitato avanzamento progettuale al momento della rilevazione dei dati. Successivamente il costo dei 46 itinerari ciclabili della Sardegna, dello sviluppo di circa 2.000 km, previsti nell’aggiornamento di dicembre 2018 del Piano Regionale della Mobilità Ciclistica della Sardegna, predisposto da CIREM con il coordinamento e la supervisione dell’Assessorato regionale dei Lavori pubblici, è stato stimato in circa 146 milioni. 

Ammonta invece a circa 3,3 miliardi il costo delle opere non prioritarie. Tra queste vi rientrano alcuni lotti, con uno stato di avanzamento fisico e finanziario meno maturo rispetto alle opere prioritarie, relativi a interventi sulle principali strade regionali (SS 131 Carlo Felice Cagliari-Sassari, SS 291 della Nurra Sassari-Alghero, nuova SS 125 tratta Olbia-Arzachena-Palau, SS 554 Cagliaritana) e sui principali schemi idrici regionali (Tirso-Flumendosa-Sulcis-Iglesiente, Basso Flumendosa-Picocca e Flumineddu-Tirso).

Rispetto al costo degli interventi programmati, le disponibilità finanziarie ammontano complessivamente a circa 4,2 miliardi di euro, mentre il fabbisogno residuo ammonta a meno di 1 miliardo di euro. Le risorse disponibili consentono quindi una copertura finanziaria pari all’82% del costo. Tale percentuale è del 99% per le opere prioritarie e del 72% per le non prioritarie. L’84% delle disponibilità sono finanziamenti pubblici e il restante 16% finanziamenti privati. Questi ultimi sono rappresentati unicamente dalle risorse di Terna Spa per la realizzazione del collegamento sottomarino a 500 kv in corrente continua SAPEI, infrastruttura strategica in esercizio dal mese di novembre 2009.