14 April, 2021
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Giovanni Zedde e Roberto Fallo, rappresentanti delle organizzazioni sindacali della Funzione pubblica CGIL e CISL, hanno chiesto un incontro urgente alla VI Commissione Salute e Politiche sociali del Consiglio regionale della Sardegna, per definire in tutti gli aspetti, solleciti e non rinviabili, le procedure di riapertura della Casa Famiglia “Il Girasole” di Fluminimaggiore.

Gli ex lavoratori della struttura, sono in presidio permanente davanti alla medesima struttura dal 21 gennaio scorso per ottenerne l’immediata riapertura, dopo la chiusura per urgenti lavori di ristrutturazione nei primi mesi del 2019 e poi portati a termine nel settembre del medesimo anno, ma a tutt’oggi, nonostante le innumerevoli sollecitazioni fatte, il servizio non è stato riattivato e nessuna garanzia si ha che ciò possa avvenire nel prossimo futuro perché, causa l’importo della procedura di gara sottostimato, per l’ennesima volta, la stessa è andata totalmente deserta.

«Inoltre la quasi totalità di questi lavoratori ha terminato la NASPIaggiungono Giovanni Zedde e Roberto Fallo -, per cui non possono più contare neanche in un minimo sostegno al reddito, rendendo la loro situazione economica, e quella delle loro famiglie drammatica. Confidiamo che si possa finalmente restituire un importante, ed indispensabile, servizio al nostro territorio.»

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Il segretario della Camera del Lavoro CGIL Antonello Congiu ed il segretario della Funzione pubblica CGIL Giovanni Zedde hanno chiesto un incontro urgente al commissario straordinario ATS Massimo Temussi e all’assessore regionale dell’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale Mario Nieddu, alla presenza dei sindaci del comuni del Sulcis Iglesiente, sulla situazione del reparto Dialisi dell’ospedale Sirai di Carbonia.
«Un altro passo fondamentale verso il ridimensionamento e lo smantellamento dei servizi sanitari del territorio del Sulcis Iglesiente si sta per portare a compimento:
– dopo l’organizzazione week surgery, dell’attività delle unità operative di chirurgia e Traumatologia del C.TO che consentono la sola attività con degenza limitata;
– la trasformazione in attività ambulatoriale dei reparti di Otorino e Oculistica;
– la chiusura della Chirurgia Pediatrica, Anatomia Patologica e Medicina Nucleare;
– il vergognoso ridimensionamento della sala operatoria di Emodinamica che ha ridotto l’operatività da h 24 a h 8 pur essendo un servizio tempo dipendente d’urgenza salvavita;

– adesso è giunto il turno della Dialisi scrivono in una nota Antonello Congiu e Giovanni Zedde -. Il metodo è sempre lo stesso: creare le condizioni per le quali non è più possibile erogare gli standard quantitativi e qualitativi per mancanza di risorse Umane e mettere tutti di fronte ad un fatto compiuto. Ma per quanto riguarda il reparto Dialisi non hanno fatto i conti con la volontà e la testardaggine dei nostri Medici, Infermieri e Oss che, pur in queste condizioni, hanno continuato a erogare le prestazioni sanitarie per amore del loro lavoro ed attaccamento ai pazienti che assistono. Il senso di responsabilità che contraddistingue tutto il personale sanitario, ha fatto sì che in tutti questi anni, nonostante gli organici presumibilmente sotto il limite di accreditamento, non ci sia stata nessuna riduzione dell’assistenza sanitaria che ha mantenuto sempre gli stessi standard di eccellenza.»

«I lavoratori hanno sempre garantito ai loro pazienti il diritto al miglior trattamento sanitario possibile, nonostante l’inerzia dei dirigenti aziendali sia stata d’ostacolo al loro operatoaggiungono Antonello Congiu e Giovanni Zedde -. Ma ora, dopo anni di doppi turni; riposi non goduti; ferie negate; straordinari e prestazioni aggiuntive, questo personale è allo stremo e, avendo un’età media molto elevata, non è più in grado di garantire un’attività delicata in sicurezza senza incorrere in un alto rischio di errore. CGIL, CISL e UIL di Categoria hanno chiesto più volte l’assunzione di Personale Infermieristico per la Dialisi ( l’ultima datata 12 ottobre 2020) senza mai ricevere risposta alcuna. Oggi apprendiamo che invece di assumere ATS intende modificare i turni degli infermieri, portando il loro orario di lavoro da 7,12 a 6 ore giornaliere, impedendo di fatto, la possibilità di praticare la dialisi lunga e quella notturna che hanno comportato ai pazienti tanti benefici alla salute e alla loro qualità di vita. Tale soluzione proviene dalla Direzione del servizio delle professioni sanitarie che, a nostro avviso, non ha alcun titolo per decidere quali turnazioni si debbano fare nella Unità Operativa, condizionandone le attività di cura.»
«Siamo certi che queste siano funzioni e responsabilità in capo al Direttore della struttura di Dialisi e non possano essere demandate ad altri. Noi non abbiamo dubbi, il disegno politico è di cancellare le eccellenze delle zone periferiche e con esse la buona sanità, facendo diventare il Sulcis Iglesiente l’emblema di questo progetto – concludono Antonello Congiu e Giovanni Zedde -. Dato atto che la attuale situazione di pandemia ha condizionato negativamente tutte le attività sanitarie è comunque innegabile che la risposta fornita ai bisogni di salute manifestati dalla nostra comunità, oggetto di tante promesse durante la scorsa campagna elettorale regionale e probabilmente dirimenti rispetto agli esiti della stessa, non debba e non possa essere questa.»

 

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Le segreterie Funzione pubblica CGIL e CISL Funzione pubblica del Sulcis Iglesiente, hanno inviato una richiesta di intervento urgente al prefetto di Cagliari Gianfranco Tomao, al presidente della Regione Sardegna Christian Solinas, all’assessore regionale della Sanità Mario Nieddu (inviata per conoscenza al commissario straordinario A.R.E.S. Massimo Temussi ed al commissario straordinario della direzione A.S.S.L. Carbonia Carlo Murru), per la gestione del focolaio Covid-19 in atto alla RSA Sant’Elia di Nuxis.

Giovanni Zedde (FP CGIL) e Roberto Fallo (CISL FP), esprimono «forte preoccupazione per i numerosi casi di positività al Covid-19 riscontrati presso la RSA Sant’Elia di Nuxis, in questi ultimi giorni, 19 ospiti e 14 operatori sin qui accertati e tracciati da ATS. Da quanto ci è dato sapere, in numeri del focolaio sono destinati ad aumentare, in quanto una dozzina di ospiti sono risultati positivi al tampone rapido antigienico, fatto in struttura, per i quali si stanno aspettando conferme dai tamponi molecolari fatti da ATS. In una situazione drammatica come quella sopra descrittaaggiungono Giovanni Zedde e Roberto Fallo il personale è allo stremo delle forze fisiche e mentali perché, da un lato bisogna garantire la continuità assistenziale degli ospiti, dall’altro bisogna evitare di contagiarsi e contagiare i propri familiari».

Giovanni Zedde e Roberto Fallo, infine, chiedono alle autorità competenti «un autorevole intervento, affinché gli ospiti ed il personale della RSA Sant’Elia di Nuxis, non vengano lasciati soli a fronteggiare tale emergenza e che la stessa non possa ulteriormente aggravarsi». 

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I segretari territoriali della FP CGIL Giovanni Zedde, CISL FP Claudio Nuscis e UIL FPL Efisio Aresti, hanno inviato una diffida all’assessore regionale della Sanità, al Commissario straordinario dell’ATS, e ai massimi dirigenti delle ASSL di Carbonia e Sanluri, per la carenza di dispositivi di protezione individuale dei lavoratori e delle lavoratrici che prestano servizio c/o le varie Unità Operative Sanitarie, di essere forniti di una limitatissima quantità di guanti che non gli consente di svolgere l’attività lavorativa in sicurezza.
«Riteniamo ciò assolutamente inaccettabile poiché in tal modo si espone a elevato rischio di contagio sia il personale dipendente, sia i pazienti assistiti, nonché i loro familiari – sostengono i tre segretari sindacali -. Nel ricordare che i guanti per il personale sanitario e per quello addetto all’assistenza sono un dispositivo di protezione individuale indispensabile per poter svolgere i compiti d’istituto, quindi, ogni eventuale interruzione assistenziale non potrà essere imputata al dipendente ma dovrà essere attribuita totalmente al datore di lavoro, alla luce di quanto previsto dalle normative e dalle linee guida Covid-19 nei luoghi di lavoro.»

«Nell’ipotesi che, nel perdurare del disinteresse generale non saranno forniti tempestivamente i guanti sufficienti per operare in sicurezzaconcludono Giovanni Zedde, Claudio Nuscis ed Efisio Aresti sarà obbligo per le nostre organizzazioni sindacali attivare le dovute procedure di natura legale per tutelare i nostri lavoratori e lavoratrici e, di conseguenza, i pazienti e la cittadinanza tutta.»

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Il segretario della Funzione pubblica CGIL della Sardegna Sud Occidentale, Giovanni Zedde, e Roberto Fallo, componente della segreteria CISL Funzione Pubblica, hanno comunicato al questore di Cagliari, Pierluigi D’Angelo, che mercoledì 8 luglio, dalle 9,30 alle 14.00, si terrà una manifestazione dei lavoratori dell’ex Casa famiglia “Il Girasole” di Fluminimaggiore, con un presidio sit-in davanti alla sede dell’ATS – ASSL di Cagliari, in via Piero della Francesca, a Selargius.

La manifestazione, che vedrà la partecipazione di una trentina di persone, mira ad ottenere l’immediata riapertura della struttura, chiusa per la realizzazione di urgenti lavori di ristrutturazione nei primi mesi del 2018, portati a termine nel settembre del 2019. A tutt’oggi, nonostante le innumerevoli sollecitazioni fatte, il servizio non è stato riattivato e nessuna garanzia si ha che ciò possa avvenire in futuro.

L’assurda situazione della Casa Famiglia di Fluminimaggiore è stata denunciata a più riprese dal sindaco, Marco Corrias, anche sabato mattina, in occasione della manifestazione dei sindaci svoltasi a Buggerru.

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Le segreterie della Funzione pubblica CGIL, CISL e UIL hanno proclamato lo stato di agitazione del personale della Iglesias Servizi srl. La decisione, comunicata al prefetto di Cagliari Bruno Corda, alla Commissione di Garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, al sindaco del comune di Iglesias Mauro Usai, alla società Iglesias Servizi srl e, per conoscenza, al presidente della Regione Sardegna, all’assessore regionale della Sanità, all’ATS Sardegna e alla ASSL di Carbonia, «scaturisce dalla decisione assunta dal sindaco di Iglesias di aver avviato ufficialmente, le procedure di chiusura della struttura per anziani di Casa Serena, a causa degli alti costi di gestione che gravano totalmente sul bilancio comunale e non più sostenibili dalla sua amministrazione. Detta informativa ci veniva comunicata nell’incontro tenutosi nella serata di ieri nei locali del comune di Iglesias». «Tale decisione, se non revocata, per noi sarebbe devastante per svariati motivi, in primis perché l’idea di lasciare i circa 60 ospiti, dall’oggi al domani senza assistenza, in una situazione di emergenza sanitaria, causa Covid-19, come quella che stiamo vivendo sarebbe oltremodo disastrosa in termini sanitari che sociali, e non di secondaria importanza sarebbe il dramma della perdita di circa 80 buste paga tra lavoratori diretti e indiretti che ruotano all’interno di tali servizi, in un territorio come il nostro già drammaticamente messo in ginocchio da una crisi senza fineaggiungono i segretari Giovanni Zedde, Renato Nuscis e Samuele Pigae chiediamo l’attivazione delle procedure previste, ai sensi dell’art. 2 della Legge n. 146/90 e ss.mm.ii.»

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Si riaccende la protesta dei dipendenti della Casa Famiglia “Perd’e Fogu” di Fluminimaggiore, dopo il prolungamento dei ritardi nell’apertura del centro, che accoglie pazienti sofferenti di disagio psichico. La struttura, fortemente voluta dagli abitanti della cittadina dell’Iglesiente, rimane ancora chiusa, lasciando a casa 13 persone, tra educatori, operatori socio sanitari e volontari. I pazienti, provenienti dal bacino del Sulcis Iglesiente e del Medio Campidano, sono stati distribuiti in istituti privati o affidati alle cure dei familiari. Ma la situazione, che nonostante le tante promesse, ancora non si è sbloccata, sta diventando sempre più insostenibile, soprattutto per i dipendenti, che provengono non solo da Fluminimaggiore ma anche da Carbonia e Iglesias.
«Noi chiediamo di riavere il nostro posto di lavoro esordisce Maria Giuseppina Lampis, educatrice professionaleperché abbiamo lavorato qua per 12 anni e vantiamo quindi un’esperienza importante. Non vogliamo essere pagati per stare a casa.»
Ombretta Casula, anche lei dipendente della casa famiglia, pone invece l’accento sulle promesse non mantenute. «Inizialmente, le garanzie le avevamo, perché c’era stato promesso che, al termine dei restauri, avremmo ripreso il nostro posto di lavoro. Si parlava di un mese e mezzo, massimo due mesi. È passato un anno e mezzo e noi siamo ancora a casa. E la Naspi, la nostra cassa integrazione, sta terminando.»
Aldo Tupante ci regala un breve cenno storico sulle origini dell’istituto: «La struttura è stata aperta nel 2002 come centro diurno. Nel territorio non ci sono altri centri residenziali simili. Sono stati chiusi, quindi i pazienti psichiatrici sono abbandonati a se stessi, alle famiglie o rinchiusi in altri tipi di strutture».
Vittime di questa situazione non sono solo dipendenti e pazienti ma anche gli stessi familiari di questi ultimi, sui quali ricadono costi e cure dei degenti. Giuseppe Todde fa parte dell’associazione di volontariato “Muntangia”, che rappresenta i parenti dei disabili mentali ospitati all’interno della casa famiglia.
«La nostra associazione nasce per offrire un sostegno ai sofferenti psichici e alle loro famiglie. In tanti abbiamo creduto a questo progetto. La struttura c’è. Non può esistere che i pazienti di Flumini vengano mandati a Nuxis, con costi esorbitanti. Ciò crea un disagio anche per i parenti che devono andare a trovarli. Viviamo in una zona svantaggiata.»
I sindacati sostengono la causa della riapertura. Roberto Fallo, della CISL: «Noi siamo qua perché su questa vertenza ci siamo spesi in prima persona. Abbiamo accettato la chiusura momentanea, e ribadisco momentanea, perché l’edificio necessitava di urgenti lavori di messa in sicurezza. Con l’impegno di riaprirlo immediatamente, una volta terminata la ristrutturazione. Abbiamo avuto la sfortuna che i lavori siano finiti a cavallo tra un’amministrazione regionale e l’altra. Dopodiché ci siamo trovati di fronte al deserto. Tante promesse ma a tutt’oggi la struttura rimane chiusa. Noi siamo disposti anche a mobilitarci e a mettere le tende sotto la regione, se questo dovesse essere necessario».
Giovanni Zedde, della Funzione pubblica CGIL, focalizza l’attenzione sui danni arrecati alle persone. «Il territorio rimane isolato e i pazienti si trovano nella situazione di non ricevere la giusta assistenza. Noi avevamo fatto un accordo, che prevedeva una sospensione del servizio e una riapertura immediata. I dipendenti sarebbero stati riassunti dalla cooperativa. I vecchi amministratori hanno fatto in tempo ad andare via senza fare assolutamente niente. Questi nuovi amministratori sfuggono. Non è possibile che se un’amministrazione cambia gli impegni presi non vengano più rispettati. Non siamo più disposti ad accettare che dei pazienti vengano trasferiti in strutture private quando abbiamo una struttura pubblica di eccellenza che deve funzionare.»
Anche il sindaco, Marco Corrias, si schiera dalla parte di pazienti e lavoratori e chiede che venga rispettata la parola data. «Questa struttura funzionava perfettamente. Accoglieva oltre 8 ospiti con patologie psichiche, che in questo paese si trovavano benissimo. Improvvisamente si sono ritrovati ad essere deportati, letteralmente. Tutto questo accadeva nel dicembre del 2018. Abbiamo protestato, ci siamo opposti con tutte le nostre forze e finalmente, a Cagliari, hanno firmato una lettera in cui ci garantivano che, nel giro di pochi mesi, terminati i lavori di ristrutturazione, avrebbero riaperto. Hanno mancato alla parola data e gli amministratori che sono arrivati dopo continuano a farlo. Questa struttura è costata allo stato 50mila euro ed oltre. Hanno fatto le ristrutturazioni e l’hanno lasciata abbandonata, mandando a casa 13 operatori, a cui sta per scadere la cassa integrazione. Noi chiediamo all’assessore regionale della Sanità Mario Nieddu, al presidente Christian Solinas, ma soprattutto al commissario dell’ATS Giorgio Steri, che intervengano e facciano riaprire il centro. Non molleremo fino a quando la parola data non verrà confermata con i fatti.»
Federica Selis

 

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«Come già sottolineato nei giorni scorsi, ritengo assai grave la scelta della Regione di accorpare i reparti di Urologia e Chirurgia del Sirai di Carbonia per la creazione dell’Area protetta Covid. Per questo motivo, sostengo la posizione della segreteria della Funzione pubblica CGIL e della segreteria generale dello SPI CGIL.»

Il segretario regionale di Articolo UNO, Luca Pizzuto, ribadisce una netta opposizione all’accorpamento dei reparti di Urologia e Chirurgia del Sirai di Carbonia per liberare gli spazi utili alla creazione dell’Area protetta Covid.

«Bene hanno fatto i due segretari Giovanni Zedde e Carla Piana a sottolineare come tale operazione abbia comportato per entrambe le Unità operative una riduzione di posti letto per un totale di 14 unità (10 per la Chirurgia e 4 per l’Urologia) aggiunge Luca Pizzuto -. Siamo certi che la creazione dell’Area protetta potesse avvenire senza bisogno di ridurre i servizi presenti. Anche io reputo inaccettabile il tentativo di accorpare reparti e ridurre servizi, utilizzando come pretesto le necessità derivanti dalla pandemia da Coronavirus.»
«Si intervenga immediatamenteconclude Luca Pizzuto per porre fine a questo nuovo tentativo di depauperamento delle prestazioni ospedaliere locali.»

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La segreteria della Funzione pubblica CGIL e la segreteria generale dello SPI CGIL insorgono contro l’accorpamento dell’Urologia del Sirai alla Chirurgia per liberare spazi per la creazione dell’Area protesta Covid.

I segretari Giovanni Zedde e Carla Piana, hanno inviato una nota durissima all’assessore regionale della Sanità, Mario Nieddu, al commissario straordinario dell’ATS Sardegna Giorgio Steri ed al direttore della ASSL di Carbonia Ferdinando Angelantoni, nella quale scrivono di aver esaminato il provvedimento adottato venerdì scorso dal direttore medico di Presidio ospedaliero, con il quale ha imposto nell’ospedale Sirai lo spostamento del reparto di Urologia all’interno di quello di Chirurgia, al fine di liberare spazi nei quali trattare eventuali casi sospetti Covid-19.

«Tale operazionescrivono Giovanni Zedde e Carla Piana -, ha comportato per entrambe le Unità operative una riduzione di posti letto per un totale di 14 unità (10 per la Chirurgia e 4 per l’Urologia). Non riteniamo ragionevole sgombrare un intero reparto per fare posto ad eventuali pazienti che devono essere ricoverati in attesa dell’esito del tampone, e che in caso di positività, dovranno essere trasferiti nelle strutture ospedaliere individuate per la cura di tale patologia. E’ tanto meno ragionevole quando questa operazione viene fatta in presenza di interi reparti vuoti come l’ex Ostetricia/Ginecologia ed il Nido.»

«Ci domandiamoaggiungono il segretario della Funzione pubblica CGIL e la segretaria generale dello SPI CGILcome si possano impartire delle disposizioni che comportano la concentrazione di pazienti e l’insieme dei dipendenti, medici, infermieri e Oss, contravvenendo alle indicazioni emanate dal ministero della Salute per il contrasto alla diffusione del virus. A tale fine, si ricorda che la norma di differire i ricoveri ospedalieri non urgenti ha anche la finalità di evitare condizioni di sovraffollamento nei reparti, le quali in questo modo vengono eluse. Quanto disposto non potrà che avere conseguenze negative per il funzionamento dei due Servizi che svolgono un’attività d’urgenza e di cura di patologie oncologiche, queste ultime preponderanti nel caso dell’Urologia, e individuate come prestazioni non differibili. E’ opportuno avere presente che le altre malattie non sono sparite e, purtroppo, non si muore solo di Covid-19.»

«Non intendiamo assistere inerti al taglio di ulteriori posti letto che sono già insufficienti e che ci vedono al di sotto dello standard nazionalesottolineano Giovanni Zedde e Carla Piana -. Considerata la diminuzione di posti letto della Chirurgia del Sirai, ci chiediamo dove la Direzione medica intenda trasferire gli eventuali pazienti della Chirurgia di Iglesias che non possono essere dimessi il venerdì, giorno di chiusura del reparto per via dell’organizzazione week surgery, forse nelle strutture pubbliche o private del Cagliaritano? Sollecitiamo ed attendiamo una risposta verosimile.»

«Troviamo assolutamente disdicevole il tentativo di portare a compimento l’accorpamento dei suddetti reparti utilizzando come pretesto le necessità derivanti dalla pandemia di Coronavirus, dando così seguito ad un progetto ereditato dalle Amministrazioni precedenti – concludono il segretario della Funzione Pubblica CGIL Giovanni Zedde e la segretaria generale dello SPI CGIL Carla Piana e chiediamo un deciso intervento dell’assessore regionale della Sanità, del commissario straordinario dell’ATS Sardegna e del direttore della ASSL di Carbonia, al fine di riportare la situazione allo stato precedente, restituendo la piena operatività delle Unità Operative interessate, in caso contrario, sarebbe palese la volontà di proseguire con la politica dei tagli e del ridimensionamento della Sanità pubblica nel nostro martoriato territorio e, pertanto, chiederemo una forte presa di posizione sia delle Istituzioni che della cittadinanza.»

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La segreteria FP CGIL Sud Sardegna, la segretario generale CISL FP e la segretaria Territoriale UIL TUCS, hanno proclamato lo stato di agitazione del personale della RSA Rosa del Marganai di Iglesias ed hanno chiesto l’attivazione delle procedure previste, ai sensi dell’art. 2 della Legge n. 146/90 e ss.mm.ii..

«Le ragioni che, in mancanza di accordo – sostengono i segretari Giovanni Zedde, Claudio Nuscis e Samuele Piga -, porteranno alla dichiarazione dello sciopero risiedono in particolare:

In un organico insufficiente che comporta carichi di lavoro non più umanamente sostenibili;

poca trasparenza nell’informazione del saldo ferie, recupero festivi e ROL, non comunicato in forma scritta ad ogni dipendente.»

Il personale si atterrà strettamente alle mansioni del proprio profilo professionale.