21 May, 2022
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Prima di tutto, vorrei esprimere un’osservazione generale. Il libro di Tore Cherchi è un gran bel libro. Ben scritto, ben fatto, ben vestito. Oltre il principale contributo dell’autore, il testo ha una pregevole produzione, in comunanza con altri. Mi spiego. Ha notevole importanza la generosa e acuta prefazione di Antonello Sanna, che coglie rilevanti stratificazioni narrative nello scritto. Ha grande valore il significativo dossier fotografico dell’architetta Laura Tuveri. Ha raro pregio la veste editoriale che offre Giampaolo Cirronis. Si tratta, pertanto, di un libro di molti pregi in comunanza.
Tuttavia, il testo è il prodotto di un imprescindibile impegno di lavoro dell’autore, un lavoro assai accurato. Basta controllare la cura storico-narrativa di Tore Cherchi per le date dei fatti narrati, per le persone incontrate, per i libri e gli autori citati, per rendersene conto. In breve, il libro è assai apprezzabile e fa onore alla città, facendone un segno distintivo. Il libro è avvincente. Bisogna, pertanto, stare attenti a non farsi prendere dalla narrazione fino a perdere la necessaria distanza critica.
Procederò in questo modo percorrendo il testo: 1) motiverò il mio sguardo antropologico; 2) seguendo la narrazione dell’autore, metterò in evidenza Carbonia fra identificazioni attribuite da altri e realizzate da sé in modi propri, cioè fra identità eteronome e autonome; dalla città industriale a quella post-industriale, attraverso la de-industrializzazione subita; 3) in questo profilo, farò emergere tre nuclei di stile di governance autonomistica, governance che caratterizza il sindaco Tore Cherchi. Si tratta di nuclei che individuo in tre nodi narrativi che riguardano: il suo progetto di conoscenza, la sua politica dello spazio, la sua politica del tempo; 4) inoltre, metterò in rilievo la sua politica unitaria delle culture industriali e rurali; 5) sosterrò, infine, la tesi che Tore Cherchi è stato come sindaco, ed è inoltre con questo libro, produttore di futuro.

1. Lo sguardo antropologico, l’antropologia delle istituzioni, qualche non detto nella narrazione
Ho letto il libro con uno sguardo antropologico, e ciò richiede qualche spiegazione. L’antropologia, etimologicamente, è studio dell’uomo. Ma l’etimologia dice poco e può perfino risultare androcentrica. In modo descrittivo, posso dire che studia i modi socio-culturali di farsi umani o disumani dell’umanità femminile e maschile, e non solo, a vari livelli: individuale e socio-etnico, dei generi e della specie umana. In modo problematico, posso dire che l’antropologia democratica e critica studia i modi di farsi umani e disumani, specialmente nei rapporti di potere e di violenza, a vari livelli: guerre, femminicidi, sottomissioni, inuguaglianze… L’antropologia tratta pertanto, oltre la paleo-antropologia, anche temi di viva contemporaneità. L’antropologia nacque nel 1871, offrì un nuovo concetto scientifico di cultura che comprende tutto ciò che umanamente è detto e fatto, più o meno incorporato, abolendo la distinzione fra cultura “alta” e “bassa” e ampliando l’ambito di ricerca scientifica sulla cultura. Ha sviluppato un ampio apparato di concetti e metodi: osservativi, interpretativi, di produzioni documentarie creando nel tempo fonti scritte, fotografiche, audio-visive. Gli studi di antropologici hanno favorito non poche specializzazioni, sia tematiche e sia territoriali: antropologia storica, contemporanea, economica, sociale, culturale, politica, giuridica, delle religioni, delle istituzioni, medica, urbana, migratoria, rurale, meridionalistica, alpina, industriale, esotica, africanistica, americanistica, orientalistica, dei generi, dello spazio, del paesaggio, dell’ambiente… In poche parole, l’antropologia non è un insieme di racconti acritici di usi e costumi passati o presenti, come impropriamente e diffusamente si crede e talvolta si fa, raccogliendo semplicemente racconti o opinioni e pensando di fare antropologia.
L’antropologia, invece, è una scienza empirica, osservativa e critica, che svolge generalmente spogli documentari e rilevamenti con “ricerche sul campo”, non in laboratorio. Produce dati critici d’informazione, cioè fonti di conoscenza codificate e controllabili, sia teoricamente e sia metodologicamente. Fra i più recenti sviluppi, troviamo l’antropologia mineraria e industriale. In questo campo specialistico, Carbonia emerge come particolare laboratorio antropologico di cambiamenti di valori culturali condivisi, come ethos identificante e identitario, secondo i tempi e i modi. Pertanto, questa città ha avuto e ha parte rilevante nell’antropologia mineraria, industriale e urbana, specialmente nell’antropologia italiana ed europea.
La domanda antropologica, da cui parto nel dispormi a osservare le vicende dal punto di vista dell’antropologia delle istituzioni, è la seguente: fino a che punto Tore Cherchi è giunto per democratizzare, e quindi per umanizzare, sia le istituzioni nelle quali è entrato e sia sé stesso, sia come autorità istituzionale e sia come persona? Come ha agito per potenziare dal punto di vista dei poteri istituzionali la città e la sua personalità di sindaco?
Carbonia è la città che costituisce il centro dell’analisi di antropologia istituzionale per interpretare le azioni e i processi politico-culturali messi in opera da Tore Cherchi. Si tratta, stiamo attenti, di un’analisi bifacciale o doppia: riguarda il luogo fisico della città di Carbonia con una precisa messa in forma storico-istituzionale, democratizzante e umanizzante realizzata dal sindaco, e concerne anche il modo di democratizzarsi e umanizzarsi dello stesso protagonista istituzionale.
Segnalo subito che la narrazione dell’autore può avere un’immediata rilevanza antropologica in quanto parte di una narrazione autobiografica, come spezzone di vita personale, tranche de vie. Inoltre egli è, metodologicamente, un informatore privilegiato sulla città. Può dare, infatti, molte informazioni da vagliare criticamente come fonti storico-antropologiche. Non è questa la sede, né l’occasione per approfondire tanti aspetti di interesse accademico. Limiterò, invece, i mei passi nella sua narrazione, come ho premesso, e cerco subito di provocare alcune sue risposte.
La narrazione biografica e prevalentemente urbana di Tore Cherchi, è necessariamente piegata sulla sua esperienza di sindaco della città e poi di presidente della Provincia, cioè sulle sue esperienze amministrative. Egli lascia non dette le sue importanti esperienze legislative, sia alla Camera e sia al Senato. Tali esperienze legislative, a mio avviso, non riguardano solo conoscenze di bilancio e di visione istituzionale, di fonti di finanziamento e di procedure. Riguardano anche alcune scelte storiche, com’è avvenuto per esempio con la soppressione delle le PP.SS. Si tratta di scelte governative nazionali che hanno avuto una loro importanza nel delimitare il perimetro delle traiettorie operative che gli consentirono poi di amministrare sia la città e sia la provincia, successivamente fino al Piano Sulcis. Mi fermo un attimo sulle esperienze legislative perché lì si situa l’arretramento complessivo dell’intervento dello Stato, a partire dall’economia e dall’industria, che interessarono la nostra città.
Gli anni dell’esperienza parlamentare di Tore Cherchi, dall’ottanta al duemila del Novecento, sono stati i primi due decenni di neoliberismo montante. Sono stati, in parallelo, decenni di indebolimento, di arretramento, di sottomissione dello Stato a interessi neo-proprietaristici e privatistici. In quegli anni si realizzò un processo di sottomissione dei poteri pubblici da parte di un ipercapitalismo incontrollato delle nuove inuguaglianze (Piketty 2020). Lo scioglimento nel 1993 del Ministero delle PP.SS., che ha avuto un peso determinante nel Sulcis, si situa in quel processo. Come si deve tener conto di quel processo nelle nostre vicende locali?
Credo sia necessario esplicitare ora qualche parola non detta nel libro. Guardiamo al processo complessivo. L’iniziale ridimensionamento della presenza dello Stato nel settore alimentare, certo necessaria, è continuato poi in campo industriale senza individuare efficacemente settori strategici. Il ruolo dello Stato si è ridotto perfino in ambito culturale, eliminando sia enti inutili e sia enti utili. Non di tutte le privatizzazioni (avvenute dal 1985 al 2007), c’è da essere orgogliosi. Il Comitato di garanzia per le privatizzazioni della Corte dei Conti nel 2010 e nel 2012 ha in parte svelato il lato oscuro delle privatizzazioni di ex aziende pubbliche e ha rilevato, fra l’altro: 1 l’aumento delle tariffe di certi beni e servizi più alte in Italia rispetto ad altri paesi europei; 2 il mancato recupero di efficienza per migliorare servizi e infrastrutture privatizzate, 3 la scarsa trasparenza dei nuovi proprietari privati. Pertanto, è necessario un esplicito ripensamento critico per attivare, anche localmente, una nuova proposta di rinvigorimento democratico del ruolo pubblico dello Stato italiano nel contesto istituzionale europeo, nel quadro dei nuovi processi economici e istituzionali.
La domanda da cui parto ora, pertanto, è la seguente: perché Tore Cherchi, protagonista di alto valore nelle istituzioni nazionali, come si vede anche in internet, preferisce parlare della sua esperienza di amministratore locale?
L’ambito delle istituzioni economiche nazionali è stato ristretto ed ha assecondato l’affermarsi del neoliberismo incontrollato. Carbonia permette di verificare, nella narrazione di Tore Cherchi, la portata dell’arretramento economico dello Stato sia nel campo industriale e sia nelle sue articolazioni locali, comunali. Insisterò nel domandare pertanto se e quanto, nell’arco storico proprio del neoliberismo incontrollato, di arretramento dello Stato e di indebolimento delle sue articolazioni locali, Carbonia è stata importante per democratizzare-umanizzare l’istituzione comunale che veniva indebolita nella sua forza autonomistica e, congiuntamente, è stata importante per il democratizzarsi e per l’umanizzarsi personalmente di Tore Cherchi. Egli, come sindaco autonomistico, si cimentava in modi alternativi rispetto all’indebolimento delle articolazioni locali dello Stato. Vorrei, a tal proposito, insistere fortemente nel mettere in luce che l’impegno locale di Tore Cherchi si realizza in un contesto di indebolimento, di de-potenziamento, di assoggettamento dei poteri pubblici, statali e delle articolazioni locali, da parte del neo liberismo che realizzava e determinava politiche di abbandono (Elisabeth Povinelli 2011), che produceva «espulsioni» e «terre morte» (Saskia Sassen 2014), con de-localizzazioni e de-industrializzazioni in certi territori e neo-localizzazioni industriali in altri luoghi del mondo.
I due fuochi di lettura che seguo, istituzionale e personale, in entrambi i piani riguardano pertanto il passaggio da soggetti sottomessi a soggetti agenti per diventare più autonomi nell’articolato sistema delle autonomie, sottoposte a un preciso attacco democratico nel corso del neoliberismo che si affermava, come ha recentemente messo in evidenza Noam Chomsky (2021).
Questo linguista democratico continua e irrobustisce un internazionale filone critico-democratico che si è ben distinto negli studi di economia politica e specialmente nella critica delle multiple ineguaglianze (Minsky 2013, Atkinson 2015, Stiglitz 2016, Mazzucato-Jacobs 2016, Pennacchi 2018, Piketty 2020).

I due processi di soggettivazione istituzionale e personale, del Comune di Carbonia e del sindaco Tore Cherchi, che partono da assoggettamenti o da varie riduzioni dei poteri
autonomistici, permettono di cogliere due piani antropologici di soggettivazioni autonomistica, con dinamiche che muovono dalla subordinazione in parte subita per giungere, tuttavia, a una maggiore autonomia soggettivizzante: autonomia relativa ma importante perché rende i soggetti istituzionali assoggettati più padroni di sé. Si tratta di cambiamenti istituzionali, relazionali e culturali, davvero cruciali nella nostra storia non solo locale.

2. Carbonia, identificazioni attribuite e autonomamente realizzate, dall’industrializzazione fascista al post-industriale attraverso la de-industrializzazione
La riflessione di Tore Cherchi sulla città si muove a partire da alcune identificazioni attribuite a Carbonia, solo in parte sovrapponibili: città di fondazione, città industriale, company town (p. 4). Provo ad uscire dall’ambito nazionale ed eurocentrico per dare il giusto valore a questo libro in un’ampia scala. Sulle minerarie città aziendali si trovano interessanti narrazioni antropologiche comparative, a partire dalla cosiddetta “scuola di Manchester”. Si tratta di un gruppo di antropologi inglesi che, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, privilegiò nello Zambia lo studio delle città minerarie della zona del Copperbelt, la fascia territoriale a prevalente estrazione di rame, come dice il nome. Vari studi di antropologia mineraria, sulle migrazioni o altro, hanno poi attraversato i centri urbani minerari fino ai tempi più recenti, anche nello studio del lavoro e delle imprese minerarie in una prospettiva globale e del neoliberismo. Fra le più importanti voglio ricordare James Ferguson (1999, 2006, 2009); Stuart Kirsh (2014); Robert Pijpers e Thomas Eriksen (2019). Li ricordo per dire che il libro su cui discutiamo non ha un interesse limitato, parrocchiale e di portata localistica, quando parlo di istituzione locale. In un ampio quadro comparativo globale, appare che l’aziendalismo pubblico ebbe peculiari caratteristiche distintive, funzionalmente e politicamente differenti da vari aziendalismi privati di altre company town. Carbonia, infatti, ebbe una storia industriale determinata non da un’azienda privata ma pubblica, nel quadro politico dello Stato fascista a partire dai bellici obiettivi mussoliniani, poi nella ricostruzione post-bellica e infine nella nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio.
Come acutamente e consapevolmente afferma Tore Cherchi, la sua esperienza amministrativa si situa nell’ambito della relazione fra l’esperienza urbana industriale e quella del
cosiddetto post-industriale, nella abusata marea dei “post-qualcosa”, come egli dice usando il corsivo nel testo (p.54). Si tratta di un filone di riflessioni che si può far risalire alla crisi della modernità espressa nel pensiero filosofico di Jean-François Lyotard del 1979 con il titolo La condizione postmoderna in cui emerge la fine delle narrazioni del progresso, promesso dalla modernità specialmente industriale che si realizzava. Le esperienze di modernità industriale diventano sempre più importanti negli attuali studi storico-antropologici, locali e globali. Studi storici e antropologici, pertanto, si annodano con precise peculiarità leggendo questo scritto.
L’autore analizza alcune nozioni di industriale e post-industriale, specialmente sociologiche.
Riprende la nozione di post-industriale del sociologo francese Alain Touraine, che nel 1969 connetteva la nozione di post-industriale alla società dell’informazione e nel 1998 poneva il problema della fine della fabbrica fordista e dei nuovi soggetti del cambiamento: i giovani, le donne e i movimenti ambientalisti. L’autore considera inoltre la nozione del sociologo americano Daniel Bell, che nel 1973 connetteva i cambiamenti all’avanzare della conoscenza teorica e scientifica. Nota anche la nozione di post-industriale dell’influente tecnologo Jerry Kaplan, che nel 2017 collegava lo sviluppo tecnologico alla produzione di capitali. Infine, pondera la concezione di post-industriale dell’economista di Cambridge Ha John Chang il quale nel 2018 criticava il mito dell’economia post-industriale. Tore Cherchi declina tali nozioni a suo modo e riprende come questione aperta il tema dei soggetti sociali del cambiamento posta da Touraine. Gli approfondimenti dell’autore percorrono un articolato dibattito sociale, tecnico, economico e sono di indubbio ed evidente spessore culturale. Tuttavia, al di là del suo serio impegno analitico, prevale l’impressione che manchino alcune parole, politicamente incisive. Cerco di chiarire.
L’autore rileva la contrazione dello Stato sociale e l’espansione delle ineguaglianze, parla di problema aperto per la sinistra politica e sindacale. Tuttavia, mancano parole incisive sull’indebolimento democratico dei partiti della sinistra. Egli, inoltre, criticando correttamente l’abuso semplificatorio della parola post-industriale, lamenta la rinuncia dei Paesi più sviluppati a realizzare una moderna industria manifatturiera. Anche sulla rinuncia a perseguire una innovativa industrializzazione manifatturiera, ho sentito la mancanza di precise parole riguardanti da un lato l’incontrastato avanzamento delle politiche neoliberistiche e dall’altro lato il debole ruolo della sinistra politica e sindacale, non solo locale, per contrastare il dominio incontrollato neoliberistico che in questi nostri luoghi de-industrializzava il territorio, dopo la liquidazione delle PP.SS.
Al di là di certe parole non dette sui processi politici globali e nazionali che influenzavano le vicende territoriali e urbane di riferimento, nel libro si trovano passi espliciti e preziosissimi. Si tratta di parti imprescindibili, perché risultano assai validanti dell’impegno di grande eccellenza democratica di Tore Cherchi, come sindaco personalmente teso verso l’affermazione autonomistica della vita durevole condivisa di Carbonia. Egli, infatti, si situa in una linea drammatica che riguarda la vita stessa della città. Si tratta di impegni di alto profilo di cultura democratica che esorbitano certe parole non dette. Vediamo ora, pertanto, qual’é la sua articolata e caratteristica governance.
3. Il modello e lo stile di governance autonomistico caratterizzante Tore Cherchi: la politica di conoscenza, la politica dello spazio e la politica del tempo
Individuo tre nuclei operativi nel modello personale di governance istituzionale realizzata da Tore Cherchi, che presenta un preciso e raro stile autonomistico nell’ambito di una originale politica dis-assoggettante il Comune di Carbonia:
1. il nucleo di politica di conoscenza, che lui chiama «progetto di conoscenza» (Cherchi 2021:70), costituisce una traiettoria non breve. Parte dalle identificazioni attribuite alla città (città fascista, città della ricostruzione industriale, città delle chiusure delle miniere, città della nascita di Portovesme, città dell’abbandono delle PP.SS. e dello Stato) per giungere, con una precisa azione istituzionale e personale caratterizzante, a una nuova identificazione conoscitiva e trasformativa di Carbonia, come città dei servizi e di rigenerazione urbana. Tale percorso, trasformativo e potenziante dell’autonomia locale, è antropologicamente assai rilevante.
Assistiamo, dal punto di vista storico-culturale, a una capacità istituzionale della città di mutare le identità istituzionali e culturali attribuite, creando nuove identità autonomamente realizzate. Tore Cherchi fa realizzare alla città un’importante metamorfosi identitaria innovativa, come città dei servizi e di rigenerazione urbana. Le metamorfosi identitarie, acquisite dalla città che si rigenerava, appaiono ben dinamiche. In tutta evidenza, non si presentano oggi statiche o «sospese», come è stato scritto improvvidamente nel dossier per far riconoscere Carbonia capitale nazionale della cultura. Tale identificazione sospensiva attribuita, di particolare provenienza sociologica su migranti, non mi pare culturalmente pertinente ad alcun momento storico di Carbonia, sia dal punto di vista delle aspirazioni di chi abitava la città nel suo primo decennio di vita, sia dal punto di vista delle istituzioni nazionali e dell’immediato post-fascismo che determinavano il ruolo istituzionale della città.
Complesse identificazioni culturali e identitarie, imposte e autonome, secondo i poteri, sono state rese storicamente e dinamicamente possibili in vari modi in città, come mostra il testo.
Anche grazie a questo testo in discussione, considero non fondate certe interpretazioni identitarie della città che le attribuiscono un’identità sospesa senza elementi storico-culturali probanti.
Sostengo, invece, che varie dinamiche, culturali e identitarie, attribuite e autonome, costituiscono il forte e mobile patrimonio antropologico dei Carbonia che richiede continue e aggiornate rigenerazioni, come mostra bene questo testo.
Si tratta ora, pertanto, di seguire le traiettorie dell’impegno dinamico del sindaco Tore Cherchi per un processo nella città e della città, impegno che ha consentito all’ente locale di diventare soggetto di progetti e di scelte autonome, pur in una fase critica in cui le autonomie comunali erano sottomesse a un multiplo centralismo: globale e europeo, nazionale e regionale.
Non potendo entrare in tanti dettagli, invito chi legge a seguire questa linea culturale della soggettivazione istituzionale, come linea autonomistica dei fatti e delle relazioni dis-assoggettanti il Comune di Carbonia, nell’azione del sindaco Tore Cherchi.
Vediamo, oltre la complessiva azione autonomistica, qualche elemento che caratterizza lo stile di governance di Tore Cherchi. Il suo stile è duplice, conoscitivo e insieme securitario, a mio modo di vedere. Tale stile emerge fin da quando egli parla della necessità e dell’importanza della conoscenza profonda per decidere cosa fare e come fare (Cherchi 2021: 70).
Per fare bisogna conoscere e a fondo. Non fu uno slogan annunciato e accantonato: l’Amministrazione promosse un “progetto di conoscenza” (in corsivo e fra virgolette nel testo)

Vorrei richiamare l’attenzione su questo punto importante. Infatti, il progetto di conoscenza di Tore Cherchi non fu solo un cimento d’esordio. Fu, invece, un vettore culturale continuo. Dell’importanza della conoscenza, pertanto, egli parla anche nella parte finale del testo dove ricorda il suo impegno nella Provincia, nel 2011, ancora come «progetto di conoscenza» (Cherchi 2021:123). La caratteristica della sua governance riguarda l’asse portante e di lunga durata di un suo profondo progetto di conoscenza.
Restando agli inizi del testo, vediamo l’autore mentre racconta che, per il suo progetto di conoscenza, fu essenziale il rapporto con l’Università di Cagliari e in particolare con il Dipartimento di Architettura. Egli dice che i rapporti istituzionali furono ampi e inclusero studiosi della Facoltà di Ingegneria mineraria, di medicina del lavoro, storici, studiose e studiosi di antropologia… Sul rapporto con quella che forse possiamo chiamare la “scuola territorialistica di Antonello Sanna”, Tore Cherchi spende molte pagine giustamente meritorie e gratificanti. Mette in luce studi e opere, formazione di studiosi e di professionalità, capacità di dialogo professionale migliorativo con i tecnici e con le strutture del Comune che non si esauriscono nelle tesi e nelle pubblicazioni importanti e di lungo corso, da quelle con Giorgio Peghin (2009 e 2011) a quelle più recenti con Giuseppina Monni (2020). Entrambe le opere sono ben citate in questo libro. Vorrei rimarcare pertanto, a questo punto, un tratto culturale che, a mio modo di vedere, unisce Tore Cherchi e Antonello Sanna: è il loro democratico e continuo modo di “lavorare con”, cioè di realizzare uno speciale modo cooperativo e unitario, collettivo e creativo di un “noi” inclusivo, ma rispettoso di ogni-uno e di ogni-una, sia come persona e sia come disciplina accademica.
A proposito del Premio sul paesaggio del 2010-2011, l’autore scrive con molta cura nel suo libro pagine interessantissime che invito a leggere: sui concorrenti, sui riconoscimenti e sulle motivazioni del premio. Richiamo, inoltre, l’attenzione su un libro, a cura di Giorgio Peghin e Antonello Sanna (2011), Il patrimonio urbano moderno, perché fu frutto di un incontro, che avvenne a Carbonia subito dopo il premio, non solo per celebrare gli onori acquisiti, ma specialmente per continuare l’impegno collettivo di vari studiosi sul patrimonio urbano moderno.
In breve, nessuno, a partire dal sindaco, si adagiava sugli allori, dopo il premio ottenuto. Fu un incontro di altissimo impegno culturale e democratico, presieduto da un illustre studioso, Carlo Olmo. Egli dirigeva allora il Giornale dell’Architettura, era stato preside della Facoltà di Architettura al Politecnico di Torino, aveva insegnato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in numerose università straniere, come Londra e Barcellona.
L’incontro aveva un’immediata e ampia valenza, non solo nazionale. Fu un incontro immerso nel passato e nel presente della città e, congiuntamente, ancora una volta teso al suo futuro.
Dobbiamo colmare ora, dolorosamente, il triste vuoto di un compagno di lavoro, come Stefano Asili, che non è più con noi. E non è vero che uno vale l’altro. I talenti individuali sono differenze culturali assai importanti per una valida orchestrazione culturale collettiva, come accade in ogni lavoro di gruppo, come insegnava Gilbert Simondon (1989), e come ho verificato assai istruttivamente analizzando le relazioni in certe squadre operaie di miniera.
Dal punto di vista dell’antropologia delle istituzioni l’azione autonomistica realizzata da questo sindaco ha un forte valore culturale, come ho cercato di esplicitare. Dirò qualcos’altro, pertanto, su due importanti nuclei operativi di governance locale autonomistica di Tore Cherchi.
Riguardano sia le traiettorie culturali che si annodano nella sua politica dello e nello spazio, sia le traiettorie culturali che si annodano nella sua politica del e nel tempo, per la città e della città.
Le traiettorie culturali che si annodano nelle sue politiche dello e nello spazio manifestano che lo stile di governo di Tore Cherchi, informato e conoscitivo, è teso a creare cambiamenti autonomistici soggettivanti, per creare futuro sicuro nella città e della città, per la città e per le sue persone. Gli obiettivi di sicurezza abitativa e di qualità della vita abitativa perseguiti da Tore Cherchi scaturiscono da matrici antropologiche che vorrei portare alla luce.
2. Il nucleo della politica spaziale e paesaggistica intrapresa da questo sindaco è ben connessa alla dimensione antropologica del paesaggio che egli fa propria. Indico alcuni aspetti che ben compaiono in questo libro. Nel solco del premio sul paesaggio Tore Cherchi continua ad impegnarsi, com’è evidente, anche con questo libro, come «responsabilità da onorare» il premio (Cherchi 2021:19). Cosa che egli fa, a suo modo. Nella quarta di copertina, infatti, egli riporta la nozione di paesaggio contenuta nella convenzione europea sul paesaggio che marca fortemente, in tutta evidenza, un mutamento concettuale dalla concezione estetica del paesaggio alla concezione antropologica del paesaggio, una valenza antropologica spesso ignorata, sottovalutata o dimenticata: paesaggio designa una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione dei fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni. (corsivo mio)
Con una citazione in quarta di copertina Tore Cherchi dà spazio, ancora una volta, a una visione antropologica che non riguarda solo i manufatti architettonici e urbanistici con i loro contenuti di saperi, ma anche il sentire incarnato nelle e delle persone negli edifici e nei luoghi abitati. Abbiamo nell’isola, a tal proposito, un antropologo sardo che ha scritto per primo in Italia sull’antropologia del paesaggio. Credo che egli possa ben contribuire alla continuazione di un dialogo universitario interdisciplinare sul paesaggio, e su Carbonia. Ora però mi preme sottolineare, nelle conoscenze di Tore Cherchi, il passaggio da una conoscenza del paesaggio estetico a una più ampia conoscenza del paesaggio antropologico della città.
Elenco i passi del percorso antropologico, paesaggistico e spaziale, autonomistico-istituzionale e personale, realizzati da Tore Cherchi, richiamando soltanto certi capitoli, per sottolinearne l’importanza: la Grande Miniera di Serbariu, ovvero il Lingotto del Sulcis; Piazza Roma, Frammento del vuoto; altri spazi pubblici, la piazza Venezia di Cortoghiana e piazza Santa Barbara di Bacu Abis, i parchi; il nuovo piano urbanistico comunale e il piano particolareggiato per il centro storico, le residenze della città di fondazione; il CIAM; la cultura, l’arte contemporanea; una nuova architettura e il centro intermodale. Le 44 pagine, che comprendono i titoli richiamati, spiegano con rara efficacia la politica spaziale e istituzionale di soggettivazione autonomistica e di antropologia istituzionale a cui Tore Cherchi diede speciale impulso per Carbonia nel suo progetto di rigenerazione urbana.
3. Per capire meglio in tutte le valenze la sua politica dello spazio, dobbiamo portare ora la politica autonomistica di rigenerazione dello spazio realizzata da Tore Cherchi nella sua politica del tempo. Dobbiamo pertanto saper vedere un’altra intersezione dopo quella fra autonomia dell’istituzione comunale e personalità autonomistica sindaco. Dobbiamo, infatti, situare ora l’operativa cultura politica autonomistica spaziale di Tore Cherchi in un incrocio con un arco storico. Mi riferisco a uno specifico arco storico in cui Carbonia era città di fondazione, avendo scuole e ospedale, ma rimaneva una città Aziendale, per quanto pubblica: una città senza proprietà comunali e in gran parte incompiuta (Cherchi 2021:43-44). Tore Cherchi assunse pienamente questo lascito storico-culturale della città di fondazione fascista, incompiuta e ancor più carente a fronte di nuove esigenze. Vediamo dunque ora la sua politica del tempo per incrociarla a quella dello spazio.
Percorro, andando all’indietro, la prima parte del suo libro in cui la città industriale è declinata soprattutto nel tempo (Cherchi 2021:27-50). Tore Cherchi delinea un arco temporale, antropologicamente significativo per la sua azione amministrativa. Infatti, inizia unendo la città di sotto alla città di sopra. Comincia, assai significativamente, dal patire della città del sottosuolo che emerge nella città visibile. L’inizio è avvincente: è il pathos dei morti in miniera nel 1938, l’anno della inaugurazione della città: 5 morti per una venuta d’acqua e un totale di 15 morti nel 1938. I morti in miniera diventano 32 nell’anno seguente. Questi fatti narrati dicono la precarietà della vita nel lavoro di miniera durante il regime fascista orientato alla guerra, e che destinava pertanto la città, nata in fretta, a una vita breve. Tore Cherchi ricorda oltre 300 morti nelle miniere di Carbonia, dei quali 138 a Serbariu. Richiama la vicenda della medaglia d’argento al valor civile, conferita alla città nel 2011 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Riprende il patire dei lutti storici come problematico bene comune del presente.
Egli, a mio modo di vedere e come ho avuto modo di verificare, nel suo impegno come sindaco raccoglie il pathos dei lutti e del difficile poter vivere di miniera insieme al versante delle esperienze minerarie capaci di diventare produttive di vita. Unisce ai lutti, cioè, le esperienze caratteristiche e le capacità tecniche e culturali dei minatori di trasformare i rischi mortali in opportunità di vita. Egli pertanto, a mio modo di vedere, assume i saper fare che producevano securitas biografica individuale e collettiva di vita in miniera, e che erano anche saper vivere solidali, traducendoli in significati culturali amministrativi di nuova securitas in ogni iniziativa rigenerativa di vita per la città, nella città e della città. Egli, in tal modo, fa proprio e mette in continuità il filone storico-culturale del produrre sicurezze di vita a partire dagli spazi rischiosi di miniera. Assume il saper fare come saper vivere dei bravi minatori, per tradurlo in linee operative della sua amministrazione. Per esempio, realizza opere significative di rigenerazion e di ri-vitalizzazione di vari siti, democraticamente condivisi dalle persone come luoghi pubblici, dando loro nuovi tempi di funzioni e di vita. La grande miniera di Serbariu è forse l’esperienza più vistosa di rigenerazione di un sito nella complessiva rigenerazione urbana, che ha anche una precisa valenza di rivitalizzazione temporale. Nell’arco temporale, ogni intervento di questo sindaco che ri-crea nuovi luoghi di vita si può intendere, antropologicamente, come una congiunzione storico- culturale con la migliore cultura securitaria creata dai bravi minatori della città, capaci di trasformare i luoghi di rischi di vita in luoghi di opportunità di vita sicura. La rigenerazione urbana, a ben vedere, è per lui produzione di nuove sicurezze di vita durevole, condivisa nel tempo. Come viene ponderata tale misura, tale metrica di rivitalizzazione dei luoghi e dei tempi di vita cittadina?
Tore Cherchi usa particolari misure ponderate per congiungere i bisogni collettivi con quelli individuali. Per esempio, la sua ponderazione operativa, calibrata su differenti bisogni, appare chiaramente quando parla con pacata comprensione di interventi edilizi esteticamente discutibili, da lui ripresi con soluzioni messe in campo per accogliere bisogni individuali, riqualificando tali bisogni in uno storico e collettivo patrimonio edilizio qualificato. Tore Cherchi porta quindi ad un livello culturale molto alto e fortemente solidale il bisogno di vivere e di vivere bene in una bella città: un livello che marca quel suo presente amministrativo aprendovi un futuro al meglio, anche se dopo di lui, in tutta evidenza, è avvenuto un peggior tempo istituzionale a Carbonia. La cultura del tempo vitale per la città, nella e della città, come quella dei minatori nella quotidianità del sottosuolo e nelle loro storiche lotte popolari democratiche, è una cultura che tende a produrre futuro nell’azione amministrativa complessiva di questo sindaco. Egli tende ad affermare insieme la vita e la qualità della vita della città. La mia tesi principale, pertanto. riguarda Tore Cherchi come produttore di futuro e di miglior futuro per la città. Seguiamo, a tal proposito, la sua politica del tempo.
Gli incontri di Tore Cherchi con Renato Mistroni e con Giorgio Carta nella sua narrazione, a mio modo di vedere, si inseriscono nell’arco del loro impegno per una di vita durevole per la città, democraticamente condivisa. Riguardano, per alcuni versi, certe consonanze che i modi d’agire di quelle persone in quei tempi avevano con le tensioni democratiche che premevano Tore Cherchi.

Nell’arco temporale, culturale e democratico, aperto da quelle due persone, questo sindaco si dispone prendendo in carico una città che storicamente è capace di elaborare culturalmente i suoi lutti e che risponde ai lutti affermando il proprio voler vivere e saper vivere solidale, in miniera e in città. Dell’esperienza antropologica vitale del sottosuolo e della città, Tore Cherchi comprende e assume antropologicamente nelle sue azioni amministrative il diritto a poter vivere, diritto che costituisce la trama culturale quotidiana dell’antropologia mineraria e urbano-mineraria della Carbonia solidale. Si tratta di una trama di antropologia quotidiana, di uomini e di donne che rifondarono la città non sulla durezza delle pietre, ma sulla forza relazionale della solidarietà. Tale forza nutrì non solo i grandi scioperi a partire dal 1948, ma sostenne l’istituzione locale quando ebbe i suoi migliori sindaci, tali da produrre un futuro condivisibile e tali da incoraggiare, per programmi e per qualità personali, una grande partecipazione elettorale, come accadde con le elezioni di questo sindaco.
Tore Cherchi si situa in un solco storico e democratico, popolare e istituzionale, di un diritto a poter vivere, e di poter vivere nel bello artistico delle persone e della città, attraverso la produzione di un futuro condiviso democraticamente di vita durevole e di bellezze artistiche per la città. Non mancano, a questo punto, quando ricorda le dimissioni da ogni incarico da parte dell’ingegner Giorgio Carta, le sue misurate parti critiche rivolte alla degenerazione e alle ingerenze dei partiti nella nomina dei dirigenti di società pubbliche. Quando detto sul forte arco storico-culturale per affermare il diritto a una vita durevole condivisa nel bello, propria di Carbonia e della cittadinanza, attraversa vari tempi e costituisce la politica del tempo caratteristica dell’azione di governo comunale di Tore Cherchi. Ma a quale cittadinanza si rivolgeva Tore Cherchi?
4. La politica unitaria delle culture industriali e rurali realizzata da Tore Cherchi
Vorrei ora spostare l’attenzione verso uno speciale versante, che non può  essere sottovalutato. Come sindaco, l’autore racconta di aver assunto storicamente il contesto comunale, territoriale e culturale, come città e come campagna. Si tratta di un’affermazione assai rilevante, istituzionalmente e culturalmente. Riguarda un territorio comunale antropicamente e antropologicamente negato dal fascismo mussoliniano, o meglio ridotto al livello di territorio spopolato, con un plateale falso storico nella inconfutabilità della parola del duce. Per capire l’importanza della scelta e delle parole di Tore Cherchi bisogna risalire al discorso inaugurale di Mussolini a Carbonia, il 18 dicembre del 1938. Mussolini, nella sua svolta industrialista e bellicista che abbandonava il precedente ruralismo, parlò del Sulcis come una “landa quasi deserta”. In realtà, nel Censimento del 1936, i Comuni sulcitani istituiti erano diventati ben nove: Giba, Gonnesa, Narcao, Palmas Suergiu, Portoscuso, Santadi, Serbariu, Teulada, Tratalias. Si trattava di Comuni autonomi, nati dall’evoluzione degli abitati sparsi a partire dalla loro nascita nella seconda metà del 1700.
Tore Cherchi racconta che 20 medaus furono tutelati come beni paesaggistici alla stregua del centro storico della città, fra gli 82 che costituiscono l’abitato rurale sparso comunale, rilevati nel 2006 come complessiva trama dei medaus per l’elaborazione del PUC, approvato dalla Regione nel 2011, sindaco Tore Cherchi (Cherchi 2021: 92-93). Egli ne sottolinea l’ampia valenza culturale quando, considerando il valore non solo archeologico, ma anche antropologico del sito di Medau Is Maccionis o Medau sa Grutta, afferma la validità di farne «l’epicentro di un progetto culturale sul territorio rurale e sulla civiltà agropastorale di Carbonia e del Sulcis, l’altro mondo convivente con quello industriale» (Cherchi 2021:112).
Questo sindaco esprime una concezione assai avanzata e molto utile, anche operativamente, del rapporto fra cultura industriale e rurale, rapporto che costituisce la ricca trama culturale unitaria della città. Fra l’altro, consente di riprendere le linee progettuali dell’Ecomuseo, elaborate dall’Istituto di discipline socio-antropologiche dell’Università di Cagliari negli anni Ottanta del secolo scorso e di tradurla in un immediato futuro, con i necessari adeguamenti. Permette, inoltre, di riprendere parternariati inevasi dal Comune di Carbonia con quella Università, per declinare nuovi modi che possono caratterizzare le esperienze rurali con le loro eccellenze tecno-culturali, anche di nuova economia circolare e sostenibile, a cui l’autore fa in generale riferimento nel suo libro. Sottolineo ancora, pertanto, che Tore Cherchi ha assunto, in tutta evidenza, la città e la campagna di Carbonia come impegno unitario delle due culture, industriale e rurale, di non breve momento e particolarmente volto al futuro. Tale impegno richiede di essere ora sviluppato.
5. La produzione di futuro realizzata da Tore Cherchi. Un fatto culturale di grande rilevanza che continua nel libro e che il libro riapre nel presente
Prima di concludere, per riassumere senza presentare un quadro idilliaco delle attività amministrative di Tore Cherchi, segnalerò due rapporti critici che lui ha avuto trattando con altre istituzioni, o come sindaco o come Responsabile del Piano Sulcis. Sul primo versante critico segnalo il rapporto critico con il Parco Geominerario che è «divenuto di nessun aiuto al bacino minerario» (Cherchi 2021:77). Sul secondo lato indico i ritardi dei finanziamenti del piano Sulcis da parte della Regione (Cherchi 2021:131-132). Entrambe le esperienze critiche, in tutta evidenza, hanno limitato il suo perimetro di azione.
Non posso soffermarmi, per evidenti ragioni di tempo, sulla valorizzazione artistica della città, né sulla qualificazione della mobilità realizzata da Tore Cherchi che possono essere sottolineate da altre persone. Richiamerò invece per concludere solo due tesi, emergenti dalla lettura del libro, sull’eccellente lavoro autonomistico e di cultura democratica raccontata.
Riguardano lo stile autonomistico di questo sindaco, sia per le produzioni di futuro durevole condiviso, come ho in parte detto, e sia per le produzioni di partecipazione democratica: produzioni che caratterizzano lo stile e la cultura politica autonomistica dis-assoggettante di questo sindaco per Carbonia come istituzione locale ed anche per sé, come sindaco. Per tali fini, esplicito alcune mie posizioni.
Sostengo che la produzione di fatti amministrativi volti al futuro da parte di Tore Cherchi è, in sé, una produzione culturale di futuro. Cito solo nelle mie conclusioni, per rafforzare la mia tesi non avendo tempo sufficiente per argomentare più compiutamente, il libro di Arjun Appadurai del 2013 e tradotto in Italia l’anno seguente, Il futuro come fatto culturale: Saggi sulla condizione globale.
Affermo, inoltre, che la produzione di un’attiva partecipazione della cittadinanza alle imprese culturali, promosse da Tore Cherchi come sindaco, è stata un tratto caratteristico del suo stile amministrativo produttivo di nuova socialità: produttivo di nuovi modi solidali di stare insieme e di creare nuovi “noi” di cittadinanza solidale. Riprendo dal libro, a tal proposito, alcuni ricordi. In primis l’importanza qualitativa dei reperti situati nella Sezione Antropologica, con il prezioso contributo delle ricercatrici Claudia Fenu e Maura Murru, come fa l’autore (Cherchi 2021:78). Ricordo inoltre l’importante contributo dell’assessora Maura Saddi alle feste dei donatori a cui partecipavano anche molti donatori anonimi che non voglio dimenticare. Segnalo pertanto che il nostro validissimo consulente André Dubuc, direttore del pluripremiato Museo Minerario di Leward a Pas-de-Calais, nel Nord della Francia, valorizzava ogni piccolo dono, affermando che quei reperti erano preziosissimi un quanto davano forte carattere di autenticità culturale al museo che nasceva a Serbariu. Devo ricordare anche lo straordinario contributo della Società Umanitaria e in particolare di Tore Figus, contributo partito con il sostegno regionale di Fabio Masala che aveva sollecitato e ottenuto impegni nazionali della società Umanitaria già nella fase di elaborazione delle linee culturali della rete di Ecomuseo territoriale che Carbonia doveva promuovere. Richiamo, riferendomi ancora al testo, l’insostituibile apporto della Sezione di Storia Locale del Sistema Bibliotecario Interurbano del Sulcis (SBIS), ben diretto da Maria Giovanna Musa nel lavoro archivistico e ben portato avanti da tutte le collaboratrici scientifiche della cooperativa.
Ricordo, in particolare, l’iniziale raccolta di foto che faceva diventare beni comuni i beni privati, costituiti dalla foto degli album di famiglia, come accadde poi in generale per gli oggetti di miniera, con molte donazioni anonime. Le fotografie ebbero esito culturale in vari calendari e un libro, intitolato Carbonia in chiaroscuro, edito nel 2002. Le fotografie ebbero poi una postazione, a video multipli, nella Sezione Antropologica e, infine, in città, nei totem del CIAM a cui quella raccolta, organizzata dalla Società Umanitaria e di cui avevo la direzione scientifica, ha dato un suo imprescindibile contributo.
Entrambi gli obiettivi perseguiti da Tore Cherchi, sia l’obiettivo di produzione di futuro durevole condiviso e sia di attiva partecipazione democratica, devono essere ora rilanciati e corroborati in forme e contenuti nuovi, considerata la crisi della democrazia partecipativa, specialmente a livello locale dove i passi indietro, anche di partecipazione elettorale, sono assai vistosi.
Nel racconto di Tore Cherchi emergono varie direttrici, numerosi strati e pieghe di narrazione, fra cui io ho privilegiato gli assi e le prassi culturali delle soggettivazioni autonomistiche: cioè, come ho detto, del farsi soggetti potenziantesi di scelte autonome, sia dell’istituzione comunale e sia del sindaco stesso, come sindaco autonomistico di particolare eccellenza.
Ho privilegiato gli assi e le prassi delle soggettivazioni, istituzionali e personali, come antropologicamente rilevanti e che s’incrociano nell’antropologia delle istituzioni e nel farsi persona, nel piano ontologico. Infatti, la trasformazione del comune di Carbonia, ente assoggettato ai vari centralismi dominanti, nel suo divenire autonomo soggetto di scelta e di decisione, interseca il divenire di Tore Cherchi mentre realizza una propria trasformazione da sindaco sottomesso ai vincoli dei poteri di livello più alto, Egli diventa, tuttavia, capace di operare anche per una propria autonomia personale, culturale e politica, di sindaco autonomista, nel non subire passivamente i vincoli, ma operando nel superarli anche verso di sé, in quanto sindaco, a partire dal rafforzamento dell’autonomia della città per volgere la nuova forza decisionale della città come nuovo rafforzamento del proprio ruolo personale di sindaco. I finanziamenti ottenuti dalla città ai tempi di Tore Cherchi, infatti, furono dovuti a una straordinaria e personale capacità di vincere vari bandi pubblici, nazionali ed europei, attraverso i quali le spese d’interesse per i mutui e le quote partecipative ai finanziamenti furono assai inferiori rispetto agli enormi benefici di risorse acquisite per la città (Cherchi 2021:128).Un nuovo percorso autonomistico di Tore Cherchi si apre ora, a partire da questo libro.
Ho mostrato come egli abbia concettualmente e praticamente attraversato molte temporalità di Carbonia, molti tempi con caratteri storici e identificazioni culturali, imposte o autonome, differenti: città fascista incompiuta, città della ricostruzione industriale, città dei vari tempi delle chiusure delle miniere, città della nascita di Portovesme, città dell’abbandono delle PP.SS. e dello Stato, città dei servizi e della rigenerazione urbana volta a un futuro durevole condiviso.
Ho sottolineato come Tore Cherchi abbia realizzato a Carbonia un’esperienza autonomistica assai fruttuosa nel tempo, per tutti noi e per la Sardegna. Si tratta di un’esperienza da ripensare ora adeguatamente, in questi nostri tempi di molteplici rischi di vita.
Questo libro induce a un importante ripensamento per la nostra contemporaneità. Ciò può avvenire con nuovi progetti di conoscenza, suoi e anche nostri. Per esempio, sull’abbandono delle PP.SS. appare nel libro la giustificazione di uno stato di necessità che forse va ora accompagnato da qualche ripensamento delle politiche pubbliche, come appare dagli studi di economisti democratici raccolti, per esempio, da Mazzucato e Jacobs nel loro libro Ripensare il capitalismo (2016). Si tratta di un ripensamento che riguarda l’Europa e gli Stati europei in chiave di federalismo democratico, di un socialismo partecipativo e di un’Europa da democratizzare, se si seguono le traiettorie dell’ultimo Piketty attento alle ideologie neoliberistiche ineguaglianti, ancora ben vive e attive, per quanto visibilmente in crisi (2017, 2020, 2021). Il ripensamento tocca anche l’autonomismo regionale nel quadro di un federalismo democratico, e non di autonomie differenziate ed inferiorizzanti, come vogliono le destre sovraniste assolutamente libere da ogni responsabilità sociale, verso le quali l’azione politica delle sinistre in Sardegna mostra gravi carenze culturali e politiche.
Nei quadri d’epoca di autonomia democratica, che si susseguono negli spazi e nei tempi della narrazione del libro, Tore Cherchi appare pertanto produttore di futuro e di partecipazione democratica condivisa, sia nel fare amministrativo e sia nel fare narrazione scritta. Di entrambe le esperienze gli sono assai e profondamente grata.
Nella scrittura di questo libro l’asse culturale antropologicamente rilevante è l’impegno per un complesso di cambiamenti partecipativi tesi a un futuro durevole, democraticamente condiviso.
La mia tesi è che Tore Cherchi, come sindaco e come autore di questo libro, è stato ed è produttore di futuro e di partecipazione democratica come fatto culturale di rilevanza antropologica, nel solco del pensiero di Appadurai.
Con questo libro, a mio avviso, si apre a una nuova temporalità autonomistica di Carbonia e della Sardegna: sia nei rischi diffusi creati dalla globalizzazione neoliberistica, in crisi e tuttavia ancora economicamente e ideologicamente forte, e sia nei rischi di incompiutezza e di precarietà della nostra stessa costituzione, non realizzata in certi aspetti istituzionali e sociali, specie localmente nel Meridione italiano e nei luoghi di spopolamento, come la nostra città. Si tratta di rischi esistenziali che la post-pandemia, a ben vedere, pone in un nuovo piano di rischi democratici, che richiedono ineludibili e di urgenti interventi.
Tore Cherchi, con questo libro, apre nuove prospettive, su molti piani:
– per inedite produzioni di futuro durevole condiviso democraticamente, come fatti culturali antropologicamente rilevanti, a partire da Carbonia e dalla nostra Isola;

– per innovative imprese di democratizzazione dell’Europa attraverso un federalismo democratico e a orientamento sociale partecipativo, nei vari rischi dell’ineguale e difficile poter vivere del presente;
– per inventivi e sperimentali modelli di democrazia partecipata, a varie scale territoriali e istituzionali, che riguardano anche il futuro e lo sviluppo degli studi antropologici.

Paola Atzeni

Antropologa

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N.B. Le foto allegate sono state scattate il giorno della presentazione del libro, svoltasi nella sala Centro di documentazione di Storia locale della Grande Miniera di Serbariu.

Il programma degli eventi di dicembre e in occasione delle festività promossi e organizzati dall’Amministrazione comunale entra nel vivo. Oggi, sabato 18 dicembre, in occasione degli 83 anni dall’inaugurazione di Carbonia, tante manifestazioni scalderanno la città. Dall’apertura dei mercatini di Natale alla parata dei personaggi Disney e musical show, a cura del Consorzio fieristico sulcitano, in piazza Roma, a partire dalle 15.00, ci saranno molti momenti di richiamo da non perdere per la gioia dei bambini e non solo.

Il ricco programma prevede, a partire dalle ore 9.30 alla sala Fabio Masala, presso la Fabbrica del Cinema, la premiazione degli studenti più meritevoli e di tutti gli sportivi iscritti alle associazioni locali che si sono contraddistinti nel corso del 2021. Alla manifestazione parteciperanno il sindaco Pietro Morittu, l’assessora alla pubblica istruzione Antonietta Melas e l’assessora alla cultura, sport e spettacolo Giorgia Meli che consegneranno le pergamene durante la cerimonia di premiazione.

Nella giornata del 18, per celebrare l’anniversario della città e dare risalto ai suoi luoghi simbolo, è stato ideato “Open Your Mine”, evento unico nel suo genere grazie al quale sarà possibile intraprendere una visita gratuita di tutte le realtà museali e della ricerca che operano all’interno dell’area della grande miniera di Serbariu (con orari 10.00-13.00 e 15.00-18.00). L’evento è a cura di: Fabbrica del Cinema, Museo del Carbone, Sotacarbo, Museo dei Paleoambienti Sulcitani, Biblioteca Comunale sez. Storia Locale, Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna.

Nel pomeriggio, l’inaugurazione dei mercatini di Natale sarà accompagnata dalla Diretta di Radio Carbonia International da Piazza Roma con musica e intrattenimento.

In chiusura di giornata alle 20.45, al Teatro centrale andrà in scena con la compagnia “La Clessidra Teatro” la commedia “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, liberamente tratta dall’omonimo testo di Oscar Wilde .

L’Amministrazione comunale ringrazia tutti soggetti che con tanto lavoro e impegno hanno reso possibile questa giornata: Consorzio fieristico sulcitano, CCN Carbonia produce, Pro Loco e Comitati di Quartiere, cittadini ed imprenditori.

La Sala “Fabio Masala” della Fabbrica del Cinema, nella Grande Miniera di Serbariu, ha ospitato stamane la presentazione del progetto della nuova opera cinematografica del regista sardo Marco Antonio Pani, incentrata sulla figura di Ignazio Delogu, uno dei più acuti e prestigiosi intellettuali europei, italiani e sardi. Si tratta di un film documentario che vedrà la luce nel prossimo anno e del quale oggi sono stati anticipati il teaser ed i contenuti.

Il progetto di “Ignazio, storia di lotta, d’amore e di lavoro” è stato presentato questa mattina a Carbonia, nello Spazio Ex-Di’ Memorie in Movimento – La Fabbrica del Cinema nella Grande Miniera di Serbariu, alla presenza dello stesso regista, di Duilio Caocci, docente di Letteratura italiana e Letteratura sarda all’Università di Cagliari, Mario Zara, presidente dell’Associazione Amici della Miniera, Paolo Serra, direttore del CSC Carbonia della Società Umanitaria, Antonello Zanda, direttore del CSC di Cagliari della Società Umanitaria, Antonangelo Casula, ex Sindaco di Carbonia, Pietro Morittu, sindaco di Carbonia, e Mauro Esu della Fondazione Enrico Berlinguer.

Il film, ancora in fase di montaggio e post-produzione, nasce da un’idea dell’associazione Amici della Miniera che ha inteso promuovere un progetto che raccontasse la figura umana, politica e culturale di Ignazio Delogu.

Ignazio Delogu, nato ad Alghero nel 1928 e morto a Bari nel 2011, poeta, traduttore, storico e accademico, critico d’arte e cinematografico, curatore, scrittore, giornalista e corrispondente dall’estero, regista e sceneggiatore, è stato intellettuale tra i più poliedrici e complessi che la recente storia sarda abbia conosciuto. Non basterebbero mille pagine – è stato detto nel corso dell’incontro odierno – a raccontare e definire la figura di Delogu, fondamentale e importantissima per una parte significativa del territorio sardo e per tutta la Cultura regionale, nazionale e internazionale. L’intellettuale sardo non solo è stato impegnato politicamente, appassionato democratico e comunista convinto (per anni è stato uno stretto collaboratore di Enrico Berlinguer), amico di Salvador Allende e poi segretario dell’Associazione Italia-Cile ai tempi della dittatura di Pinochet, ma anche sodale e traduttore dei più grandi scrittori ispanici e latinoamericani della fine del ventesimo secolo.

Arricchito da dialoghi e interviste con personalità degli Atenei di Sassari e di Cagliari, con amministratori delle città di Carbonia e Sassari e con chi lo ha frequentato negli ambienti di cultura ispano-latino-americana, nei quali Ignazio Delogu ha maturato relazioni di elevato profilo e una produzione letteraria rilevante, il documentario è stato finanziato dalla Fondazione di Sardegna e dalla Società Umanitaria Sardegna, in collaborazione con la Fondazione Enrico Berlinguer e l’Associazione Sarditalianieuropei.

Il regista, Marco Antonio Pani, nato a Sassari nel 1966, è sceneggiatore, montatore e docente di regia cinematografica in attività dal 1992. Al suo attivo ha più di quaranta documentari e diversi corti e mediometraggi di finzione, oltre a soggetti e sceneggiature cinematografiche (il suo “Maialetto della Nurra” è stato premiato di recente alla 7a edizione del Babel Film Festival). Il film su Ignazio Delogu è un progetto che lo ha appassionato fin da subito.

«Il compito di circoscrivere nei confini temporali di un prodotto audiovisivo la vita, l’opera e il pensiero di un intellettuale così importante e, purtroppo per larga parte dell’opinione pubblica, ancora così sconosciuto, è stato tutt’altro che sempliceha detto Marco Antonio Pani -. La fase di ricerca ha comportato la realizzazione di ben 34 interviste, con testimonianze di peso come quella della scrittrice Maria Giacobbe, del fondatore degli Inti Illimani Horacio Durán, del poeta cileno Antonio Arévalo, del sottosegretario alla giustizia del Governo Allende, José Antonio Viera Gallo, e molti altri ancora. Ma – ha aggiunto Marco Antonio Pani – è, soprattutto, Ignazio Delogu a raccontare di sé attraverso le sue parole rintracciate negli articoli che scriveva, nelle prefazioni ai volumi che curava, nei saggi e nelle diverse registrazioni che ha lasciato. Ad aiutarlo nella narrazione saranno i tanti testimoni e la voce dell’attore Pino Porcu. Infine, una parte importante la avranno i materiali d’archivio, filmati e fotografici, ma anche i disegni e le animazioni dell’artista ogliastrina Stefania Lai e le musiche ispirate di Luigi Frassetto.»

«Ignazio Delogu, tra tutti gli intellettuali sardi, è stato quello che ha dedicato alla Città di Carbonia e alle sue vicende un’attenzione più duratura e qualitativamente più significativaha detto l’ex sindaco della città mineraria, Antonangelo Casula –. Il suo ultimo lavoro avrebbe avuto per titolo ‘Carbonia nel cuore’ ed era praticamente ultimato, quando la malattia lo ha strappato al suo lavoro e all’affetto dei suoi cari.»

«Ignazio Deloguha ricordato Antonello Zanda, direttore del CSC di Cagliari della Società Umanitariaè stato un grande intellettuale sardo impegnato su molti fronti: poesia e letteratura, politica, giornalismo, insegnamento, arte, cultura sarda. Pur tuttavia ritengo che la sua attività di poeta avesse una centralità che attraversava tutti i campi del suo impegno, investiti da una eticità che respirava nei suoi versi e ne disegnava il profilo esistenziale.»

«La potenza innovativa della poesia sarda e in sardo di Ignazio Deloguha evidenziato il professor Duilio Caocci si deve, oltre che al talento, alle feconde esperienze di lettore, di traduttore, di scrittore poliglotta, di intellettuale cosmopolita.»

«Ho conosciuto personalmente Ignazio Delogu nei primi anni di lavoro all’Umanitariaha ricordato Paolo Serra, direttore del CSC Carbonia della Società Umanitariama, ancora prima, attraverso la lettura di alcuni suoi lavori e soprattutto del suo libro ‘Carbonia: utopia e progetto’. Rimasi affascinato dalla sua figura, dalla sua grande passione e dai suoi molteplici interessi. Ecco perché quando Antonangelo Casula e l’Associazione Amici della Miniera mi hanno parlato della possibilità di organizzare un evento nel decennale della sua scomparsa, ho proposto la realizzazione di un film che testimoniasse il suo impegno e raccontasse le sue infinite sfaccettature. Proprio questo è stato il motivo che ci ha indotto, con grande soddisfazione, ad affidare il lavoro a Marco Antonio Pani.»

Allegate le interviste di Marco Antonio Pani e Duilio Caocci.

 

Settimana ricca di appuntamenti alla Fabbrica del Cinema della Grande Miniera di Serbariu, promossi dal CSC Carbonia della Società Umanitaria, tutti a ingresso gratuito.

Giovedì 18 novembre, alle ore 21.00, proiezione del film “Cercando Grazia” della regista Maria Grazia Perria che sarà presente in sala e dialogherà con le spettatrici e gli spettatori.

Martedì 23 novembre, sempre alle ore 21.00, nella Sala Fabio Masala della Fabbrica del Cinema, serata dedicata ai cortometraggi con “Corti in Sala”. 

Lunedì 22 novembre, alle ore 17.30, alla Fabbrica del Cinema, infine, il critico Sergio Naitza incontrerà Luca Martera, documentarista, specialista di archivi, esperto in ricerche storico-investigative, giornalistiche e audiovisive tra Italia e Stati Uniti e autore del libro “Harlem, il film più censurato di sempre” che verrà presentato al pubblico. A seguire proiezione del film del 1943 “Harlem” di Carmine Gallone con attori protagonisti Massimo Girotti ed Amedeo Nazzari.

Nel lessico politico della città di Carbonia, nei programmi e negli impegni culturali che cominciano ad apparire, se ho visto bene, non compare la parola antropologia che studia le esperienze delle relazioni umane, con i loro valori e disvalori culturali. Si tratta di un fatto assai significativo. Il noto antropologo francese Marc Augé nel 1994 scriveva così nel suo Storie del presente. Per un’antropologia dei mondi contemporanei, proprio nella prima frase del primo capitolo: «Il termine «antropologia» è oggi servito in tutte le salse». Egli affermava che l’antropologia poteva rallegrarsene, ma poteva anche inquietarsene.
Infatti, mentre il nocciolo del discorso antropologico combinava la triplice esigenza della scelta di un terreno, dell’applicazione di un metodo, e della costruzione di un oggetto di ricerca, l’antropologia era diluita in vaghe allusioni, non fondate scientificamente. Non è il caso della cultura politica carboniese e dei programmi di politica culturale cittadina, in cui la parola antropologia pare del tutto assente. Si tratta di un fatto che richiede spiegazioni dai protagonisti di tali discorsi e di tali programmi.
A questo proposito, vengo subito all’antropologia come punto importante e inespresso di discorsi politici per obiettivi culturali realizzabili nella città e della città. Si tratta di un punto che riguarda la valenza antropologica, distintiva e caratterizzante l’esperienza urbana di Carbonia, che ha reso durevoli originali valori democratici della città, propri della sua cittadinanza democratica per lungo tempo: la capacità culturale delle persone che davano vita alla città, non solo tecnicamente ed economicamente, ma con specifici modi di lavorare e di abitare che producevano originali relazioni di umanità solidale. Si tratta di un complesso e ricco fenomeno culturale con spessori ed ampiezze che fece e fa di Carbonia uno straordinario
laboratorio antropologico: aperto e funzionante in un antifascismo e in una democrazia a trama minuta e quotidiana. Un laboratorio antropologico che si è palesato in varie lotte popolari per un futuro vivibile egualmente condiviso. Carbonia appare differente da altri centri minerari con esperienze di grande valore culturale. Altri centri minerari non ebbero una fondazione voluta da un fascismo che si volle imperiale e razzista e che il razionalismo architettonico non può far dimenticare. La città seppe uscire democraticamente dalle contingenze della sua fondazione fascista, nonostante l’impianto urbanistico gerarchizzante, la toponomastica che esaltava il fascismo e la negazione della storica antropizzazione rurale locale che Mussolini riduceva alla definizione di “landa quasi deserta”, nella sua svolta industrialista e bellica che determinava la nascita di Carbonia.
Studi antropologici nella e della città hanno contribuito a far nascere e operano ancor oggi per far valere, specialmente in Italia e in Europa, una specifica antropologia mineraria e industriale. Tali studi agiscono nell’ambito di una disciplina condizionata storicamente dal colonialismo, dall’esotismo, dal ruralismo. L’antropologia è stata, generalmente, poco attenta a certe differenze culturali, locali e globali, sociali e di genere, proprie della modernità industriale e delle sue crisi, con esperienze umane disumanizzanti ma anche resistenziali o alternative, emancipative o liberatrici. La democratica antropologia mineraria è stata ed è ancora impegnata in un confronto accademico, non solo teorico ma anche pratico, condizionato da asimmetriche relazioni e assetti di potere accademico. Tuttavia, tale antropologia mineraria democratica si cimenta assai valorosamente in vari confronti all’interno della disciplina stessa,
con un orientamento che riguarda ora principalmente, ma non solo, il cosiddetto “post-industriale”. Nel post-industriale di nuova attenzione culturale, Carbonia assume una particolare rilevanza antropologica, e politica, specialmente nell’attuale fase di necessaria transizione ecologica.
In questo periodo storico, certe necessarie trasformazioni locali e territoriali richiederanno di essere sostenute, perfino con certi nuovi progetti amministrativi che faranno capo a finanziamenti europei, partendo dallo spoglio e dal confronto delle fonti storiche. L’archivio comunale, pertanto, non solo deve essere sottratto all’incuria e all’abbandono, ma deve necessariamente essere informatizzato e valorizzato come vera e propria “miniera di dati”, da cui estrarre informazioni, ordinabili e tematizzabili con efficaci opzioni, anche per rendere realizzabili e validabili nuovi progetti. Il nuovo ordinamento dello storico Archivio Comunale, aperto a nuove fruibilità, riguarda ovviamente anche l’organizzazione della stessa struttura comunale, per la quale un nuovo assetto informatico fu previsto fin dal 1979, con una precisa delibera del Consiglio Comunale. Tali aspetti, interessano anche l’antropologia delle istituzioni, cioè il modo in cui l’amministrazione vorrà caratterizzare l’operatività comunale, tenendo conto anche dei trattamenti che riserverà agli accessi conoscitivi e agli esiti deliberativi, passati, presenti e futuri, per rendere partecipe la popolazione delle esperienze storico-antropologiche della città.
L’antropologia nella città e della città di Carbonia non è solo depositata nei libri e nei confronti accademici di convegni, seminari, dibattiti, tesi di laurea ed altro ancora. Ha trovato spazio localmente, per esempio, nel raro impegno culturale del sindaco Tore Cherchi che ha consentito l’istituzione della Sezione Antropologica nella Grande Miniera di Serbariu. In poco più di 100 metri quadri, che corrispondono a uno dei corridoi con le docce della miniera, dialogano varie discipline: antropologia mineraria, etnografia visiva, storia, ingegneria mineraria, medicina del lavoro, archivistica, museologia, espografia, grafica…Il dialogo interdisciplinare, sgorgava da un comitato scientifico ben vivo e attivo, istituito e reso dinamico da periodici incontri, attivati dallo stesso sindaco che vi contribuiva continuamente. Il comitato scientifico, a cui l’antropologia ha dato impegni non sottovalutabili, non è stato più convocato e non mi risulta che sia stato rinnovato con nuove nomine. Per Medau Sa Grutta, inoltre, egli aveva sollecitato un progetto etno-antropologico, dal momento che gli studi antropologici sugli habitat sparsi sulcitani avevano interessato le ricerche sull’architettura popolare e avevano trovato spazio sia in un’importante collana nazionale edita da Laterza, sia in un testo sulla Sardegna, pubblicato in quella collana nel 1988. Tuttavia, l’antropologia è stata bandita da Medau Sa Grutta e non sta a me fornirne spiegazioni.
Tore Cherchi ha dato all’antropologia uno spazio qualitativamente importante e ben visibile sebbene ridotto, uno spazio prima negato per molto tempo all’antropologia, se si pensa che l’Università di Cagliari e in particolare l’Istituto di Discipline Socio-Antropologiche, fin dai primi anni Ottanta, presentò all’Amministrazione Comunale di Carbonia le linee di un progetto museale territoriale chiamato Ecomuseo, allora poco conosciuto e assai innovativo, ispirato da modelli francesi. Si tratta di un progetto finito nel nulla.
Richiamo alla memoria una costellazione di fatti. Nel 1982 l’Amministrazione Comunale formulò una richiesta di collaborazione all’Istituto di Discipline Socio-Antropologiche Nel 1983 promosse un Convegno dal titolo Carbonia. Un progetto per la memoria storica e la cultura materiale. Nel 1987 il Comune di Carbonia acquistò il progetto preliminare dell’Istituto di Discipline Socio-Antropologiche con le linee ispiratrici del progetto attuativo di un museo territoriale, chiamato Ecomuseo. Una delibera del Consiglio Comunale approvò una Convenzione tra l’Amministrazione Comunale e il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Cagliari, il quale approvò quella Convenzione nella seduta del primo settembre 1988. Era stato fatto tutto quanto era necessario sul piano istituzionale. Non so quali successive delibere cambiarono quelle decisioni e stornarono le relative spese in bilancio. Sappiamo bene che Ecomusei si fecero altrove, nel Sulcis e in Sardegna, come in altre Regioni italiane. Ricordo, doverosamente, che il progetto era sostenuto per la Società Umanitaria regionalmente da Fabio Masala, oltre che da dirigenti nazionali di questa società che vennero ripetutamente da Milano, partecipando a  vari convegni per sostenere la realizzazione di quell’obiettivo ecomuseale.
Pare a me, nell’attuale fase di transizione per la riconversione ecologica, che una innovativa amministrazione comunale abbia non poche ragioni culturali per riprendere, rimotivare, rimodulare, rifinalizzare le direttrici antropologiche e multidisciplinari delineate in quello storico progetto di Ecomuseo territoriale, a partire dalle sue sedi dislocate e articolate, come “antenne”, nella rete delle frazioni industriali e rurali, inurbate e non inurbate. La concezione del museo era, ed è ancor più oggi, assai cambiata. Il museo non è più un mero deposito di oggetti, staticamente esposti. Il museo si caratterizza ormai da molto tempo, secondo la nuova museologia, come fabbrica di esposizioni a lavorazione continua per produrre mostre temporanee, possibilmente interattive: in genere almeno quattro all’anno, che accompagnano la mostra permanente, prevista istituzionalmente come stabile. Le mostre possono essere residenziali o itineranti per far conoscere la città. Sono orientate dal Comitato scientifico interdisciplinare, ma si servono di varie competenze legate a ricercatori, sia stabili e sia legati ai vari progetti.
A mio avviso, un tale innovativo progetto museale, antropologico e multidisciplinare, a carattere diffuso di Ecomuseo territoriale, come continua fabbrica di mostre residenziali e specialmente itineranti, potrebbe comprendere le bonifiche delle discariche minerarie ed essere aperto alle varie esperienze artistiche e creative. Potrebbe, soprattutto in questa fase, esporre e valorizzare ogni innovazione produttiva che ha marcato e marca il territorio cittadino e la zona, anche con esposizioni aziendali culturalmente validate, dando un forte senso culturale ad ogni iniziativa di transizione ecologica, in opera o via via realizzata. Potrebbe, infatti, collegare elementi della fase contemporanea di transizione ecologica alle storiche e caratterizzanti esperienze umane di saper vivere e di saper far vivere che marcarono culturalmente, secondo i tempi e i modi, sia certe relazioni antropologiche nella città e sia le identità della città: continuamente reinventata da rurale a industriale, da industriale a terziaria, non più monocolturale ma tesa verso un futuro di vita durevole.
Credo che tale cimento, articolato e precisato negli obiettivi di risorse finanziarie e umane, in connessione a vari programmi europei per modi e cronoprogrammi, sia il necessario risarcimento di attenzione e di impegno che una seria amministrazione deve in primo luogo alle future generazioni della città. Tale impegno può essere attraversato e realizzato proprio grazie all’apporto delle discipline antropologiche, trascurate e neglette, non si sa se per limiti culturali di certe politiche amministrative o per miopi calcoli basati solo sul peso elettorale di tali discipline, considerato esiguo.
Il peso culturale delle discipline antropologiche, in realtà, non è irrisorio nel presente, e neppure nel futuro della politica culturale della città. Non si tratta, infatti, di un recupero né di “radici”, né di “semi”, né di “DNA”, espressi dal senso comune senza fondamenti scientifici per essere validati come fatti culturali.
La dimensione culturale non può essere ridotta solo al biologico, anche se la cultura è prodotta da corpi viventi, può essere conosciuta mentalmente e può essere incorporata negli stili di vita individuali e comunitari. Non si tratta quindi di recuperare semplicemente elementi significativi delle identità del passato, ma di saper cogliere l’imprescindibile contributo scientifico che le discipline antropologiche hanno dato e danno per capire il senso e la portata dei continui cambiamenti delle identità individuali e di gruppi, locali e territoriali. Tali aspetti, riguardanti i rapidi mutamenti culturali e identitari negli ambienti minerari, sono emersi con particolare vigore specialmente in un recente incontro internazionale, promosso dall’Università di Cagliari nel novembre del 2019. L’incontro aveva un titolo significativo che richiamava le esperienze di cambiamento culturale personale e collettivo, dei luoghi e dei territori nella complessiva vita
globale delle miniere, nel minerario e nel post-minerario, fra estrattivismo e creazione di un patrimonio: The Global Life of Mines. Mining and post-mining between Extractivism and Heritage-Making.
Si tratta di temi e di problemi antropologici che risultano ormai non più rinviabili per una attuale politica culturale nella e della città, nell’avanzare del tempo e dei nuovi bisogni culturali che implicano in certi modi le relazioni sia di genere e sia di giovani generazioni, le cui identità sono annichilite nelle disoccupazioni e frantumate nei “lavoretti” precari. Tali relazioni sono particolarmente sollecitative per realizzare una politica culturale adeguata alle nuove domande socio-culturali, più o meno esplicitate ma assai importanti nei rischi e nelle opportunità del nostro difficile poter vivere. Si tratta di bisogni culturali che sollecitano cambiamenti delle culture politiche locali e delle politiche culturali, particolarmente urgenti nel fragile presente di salute e di istruzione formativa, industriale e rurale, che Carbonia vive dolorosamente: per produrre un nuovo futuro, condiviso con pratiche accomunanti creative e inventive, capaci di caratterizzare antropologicamente innovative identità personali e collettive in metamorfosi nella  città e della città, abili nel farla in nuovi modi solidale e durevole.

Paola Atzeni

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Domenica 2 febbraio, alle ore 18.00, presso la Sala Fabio Masala della Fabbrica del Cinema, nella Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, secondo appuntamento con la Rassegna “Inverno in Sala” con la proiezione del film THE SEARCH di Diego Pani, organizzato dal CSC Carbonia della Società Umanitaria.

Prodotto dall’Isre – Istituto Superiore Regionale Etnografico, in collaborazione con Talk About Records, il film è l’avvincente ed affascinante racconto di un viaggio compiuto nel Deep South degli Stati Uniti d’America da due musicisti sardi, il duo sulcitano Don Leone.

In viaggio tra Tennessee, Mississippi e Louisiana, racconta un mondo musicale ancora estremamente ancorato alla memoria di quei musicisti iconici che hanno abitato le città e le campagne di questo enorme pezzo di America.

Il blues è nato negli Stati Uniti, come risposta alla schiavitù delle comunità nere, e rappresenta il sentimento di dolore di una comunità, emarginata e vittima.

Il blues è un canto che nasce dalla tristezza e dal dolore, ma che porta con sé un messaggio di speranza, gioia e spensieratezza.

La band Don Leone racconta il suo stretto legame con questo genere musicale.

I Don Leone sono Donato Cherchi (29 anni, di Carbonia), cantante blues e folk con un passato da rapper, e Matteo Leone (32 anni, di Cussorgia – Calasetta), chitarrista, batterista, polistrumentista e cantante blues.

L’ingresso sarà libero e gratuito.

Interverranno il regista del film Diego Pani e i due protagonisti Matteo Leone e Donato Cherchi.

Diego Pani
Diego Pani (33 anni, di Santu Lussurgiu) è un etnomusicologo, musicista e produttore di musica indipendente. Dottorando in etnomusicologia alla Memorial University of Newfoundland (St John’s, Canada), è l’attuale etnomusicologo referente dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (ISRE).

Ha collaborato, in veste di research assistant, con l’Università di Cagliari, la Kyoto City University of Arts (Giappone) e il Research Centre for the Study of Music, Media and Place (MMaP) della Memorial University of Newfoundland (Canada). All’attività accademica affianca quella di cantante e armonicista dei King Howl, gruppo heavy blues più volte protagonista di tournée internazionali. Dal 2008, inoltre, gestisce Talk About Records, etichetta discografica indipendente e associazione culturale impegnata nella produzione di dischi, concerti, tournée e Festival.

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Don Leone from Sulcis, Sardinia on stage at Blues Hall for the International Blues Challenge.
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Oltre dieci anni di lotte, oltre cinque anni di iter amministrativo per l’ottenimento della VIA, la Valutazione di impatto ambientale, passaggio fondamentale per il decollo del progetto di rilancio produttivo dello stabilimento Eurallumina di Portovesme. Tutte le lunghe e tormentate vicende che hanno portato all’approvazione della VIA da parte della Giunta regionale guidata dal presidente Christian Solinas, sono state ricostruite questo pomeriggio nella sala Fabio Masala della Fabbrica del Cinema, a Carbonia, in un incontro organizzato dalla RSU. Tra gli ospiti invitati, complessivamente circa 140 persone, quattro assessori regionali (Gianni Lampis dell’Ambiente, Alessandra Zedda del Lavoro, Anita Pili dell’Industria e Mario Nieddu della Sanità); tre capi di gabinetto (Andreina Farris dell’Ambiente, Marcello Tidore della Sanità, Alberto Urpi dell’Industria); l’ex presidente della provincia di Carbonia Iglesias ed ex commissario straordinario del Piano Sulcis Tore Cherchi; l’amministratore unico della provincia del Sud Sardegna Giorgio Sanna: il professor Paolo Amat di Sanfilippo; il professor Pasquale Mistretta; l’ex assessore regionale degli Enti locali Cristiano Erriu; l’ex parlamentare Francesco Sanna; l’ex consigliere regionale Luca Pizzuto.

Dopo il saluto di Paolo Serra, direttore del Centro Servizi culturali della Società Umanitaria, Antonello Pirotto ha ricostruito le fasi decisive della lunga vertenza, maturate negli ultimi mesi, ricostruite in due filmati proiettati nel mega schermo della sala Fabio Masala. Tra i presenti, ci sono stati momenti di commozione, nel rivedere le immagini che hanno seguito il via libera…alla VIA, prima in assessorato dell’Ambiente, poi in Giunta regionale, e l’intervista al presidente Christian Solinas.

Sono seguiti i ringraziamenti alla Giunta regionale, rappresentata da quattro assessori, invitati ad intervenire uno dopo l’altro.

«La Regione ha dimostrato concretamente il suo impegno per il riavvio produttivo dell’azienda pensando alla salvaguardia dell’occupazione, alla tutela del territorio e della salute per i cittadini e al rilancio del polo dell’alluminio.» Hanno ribadito Alessandra Zedda, Anita Pili, Mario Nieddu e Gianni Lampis.

«Il primo passo di questo percorso virtuoso verrà fatto domani a Roma dove formalizzeremo l’inizio della procedura per l’immediata reintegrazione di tutti i lavoratori di Eurallumina, attraverso gli strumenti contenuti nel programma ‘TVB’ (tirocini, voucher, bonus)», ha spiegato l’assessore Alessandra Zedda.

«È stata una vertenza difficile che perdurava da tanti anni, a scapito non solo dei lavoratori e delle loro famiglie, ma di tutto l’indotto economico e sociale del territorio. Grazie all’impegno preso dal presidente Solinas e da tutta la Giunta, si apre adesso una nuova fase industriale che punta al rilancio produttivo dello stabilimento di Portovesme e getta le basi per un nuovo polo di enorme importanza, capace di attrarre investimenti e di ridare lavoro a centinaia di persone», ha concluso la vicepresidente Alessandra Zedda.

«La positiva conclusione dell’istruttoria sanitaria e ambientale per lo stabilimento Eurallumina da parte della Regione è stata decisiva per la salvaguardia dei posti di lavoro e per il via libera ad investimenti per 200 milioni di euro», ha invece sottolineato l’assessore Gianni Lampis.

L’assessore Anita Pili ha evidenziato come «sia necessario pensare a modelli alternativi di sviluppo e a basso impatto ambientale, in un’ottica di potenziamento delle ‘energie green’. Stiamo facendo la nostra parte e vogliamo che l’Isola diventi un esempio virtuoso».

Un accenno alla «compatibilità delle iniziative produttive con il diritto alla salute e la tutela dei cittadini» è stato fatto dall’assessore Mario Nieddu che ha puntualizzato l’esigenza di «dare risposte e tempi certi alle aziende che vogliono rilanciare gli investimenti, ma anche rendere attuali le procedure di controllo e vigilanza sull’ambiente e sulla salute».

Sono intervenuti inoltre il capo di gabinetto dell’assessorato regionale della Sanità, Marcello Tidore; il capo di gabinetto dell’assessorato regionale dell’Ambiente, Andreina Farris; l’ex presidente della provincia di Carbonia Iglesias, Tore Cherchi; il presidente del Movimento Pastori Sardi, Felice Floris.

L’incontro si è concluso in un clima festoso, con l’impegno a vigilare sul proseguo dell’iter, perché se è vero che il passo fondamentale della vertenza era costituito dalla VIA, ed è stato superato, è altrettanto vero che altri passi devono essere ancora fatti per arrivare all’avvio dei lavori per la realizzazione del progetto da parte della Rusal che è sempre stata fortemente motivata per far ripartire la produzione, investendo ben 20 milioni l’anno, in tutti questi anni, caratterizzati da tanti alti e bassi.

Giampaolo Cirronis

              

                                                                     

               

 

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Lunedì 25 novembre, alle 16,30, la sala Fabio Masala della Fabbrica del Cinema, nella grande Miniera di Serbariu, ospiterà la conferenza dal titolo “L’antico rituale del dono in Sardegna tra passato e futuro”, a cura del prof. Felice Tiragallo, docente di demoetnoantropologia all’Università di Cagliari.

L’evento rientra nell’ambito degli incontri di approfondimento culturale e scientifico organizzati settimanalmente da Unisulky – Università Popolare, con il patrocinio del Centro Servizi Culturali della Società Umanitaria.

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Prenderà il via martedì 25 giugno, alle ore 21.30, nella Sala Fabio Masala della Fabbrica del Cinema di Carbonia, in piazza Sergio Usai snc, all’ingresso della Grande Miniera di Serbariu, la rassegna cinematografica “Estate in Sala”, promossa e organizzata dal Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria, in collaborazione con Arci, Ucca e Ficc, con il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission.

Primo appuntamento della rassegna, che proporrà sette film tra giugno e luglio presso La Fabbrica del Cinema di Carbonia, con ingresso libero e gratuito, con un evento speciale martedì 30 luglio, a pagamento presso la Sala Supercinema di via Satta, sempre a Carbonia, sarà il film JUKEBOX AL CARBONE: LATO A: MUSICHE DAL SOTTOSUOLO di Andrea Murgia, con la regia ed il montaggio di Daniele S. Arca e la colonna sonora originale di Luca Gambula.

Attraverso le interviste dei protagonisti dell’epoca “Jukebox al Carbone” ripercorre la storia della città di Carbonia, a cavallo tra gli anni ‘60 ‘70 e ‘80, vista da chi, giovane e giovanissimo, iniziò a imbracciare una chitarra, ad ascoltare la musica rock, a partecipare e organizzare concerti, a fare lo speaker in una radio libera.

«Le miniere stanno morendo ma la lotta dei minatori portò al passaggio dei lavoratori alla nuova Super Centrale Enel. Nuova linfa per la città che troverà intorno al nascente polo industriale un uno sviluppo economico. Generazioni di giovani iniziano a uscire e svagarsi, nascono i club e i locali d’incontro. Sullo sfondo delle loro vite la musica rock che arriva da lontano ma inizia a essere suonata nelle cantine della città per poi uscire fuori, sui palcoscenici, alle feste, nelle prime radio libere. “Jukebox al Carbone” racconta questa rivoluzione giovanile, e il contesto che la produsse, che accompagnò almeno due generazioni fino agli anni ‘80…»

Gli autori del documentario, finanziato dalla Fabbrica del Cinema su fondi regionali per lo sviluppo delle politiche cineportuali, sono tre giovani professionisti della città, un musicologo, un filmaker ed un fonico musicista, appassionati di musica, che hanno ripercorso, attraverso il Cinema, la memoria storica e sociale del centro minerario.

Il secondo appuntamento con la rassegna è previsto per martedì 02 luglio quando verrà proiettato, alla presenza della regista Francesca Lixi, il film L’UOMO CON LA LANTERNA.

Presentato in anteprima al 29° Trieste Film Festival, dove vince il Premio Corso Salani, il film è stato sceneggiato in collaborazione con Wu Ming 2 e ha ricevuto il supporto della Cineteca Sarda per l’utilizzo delle immagini tratte dall’Archivio sardo del Cinema di Famiglia “La tua Memoria è la nostra storia”.

Terzo appuntamento alla Sala Fabio Masala della Fabbrica del Cinema martedì 09 luglio, sempre alle 21.30, con la proiezione del film LAKORA di Gianfranco Mura, alla presenza del regista e di Antonello Carboni, operatore culturale del CSC UNLA di Oristano, storie di viaggi, lavoro e migrazioni tra Africa e Sardegna, accompagnate dalla musica della Kora, strumento tradizionale della musica africana.

Unico appuntamento che si svolgerà di giovedì, a differenza del resto della rassegna che si terrà di martedì, sarà quello dell’11 luglio quando è prevista la proiezione di FIORE GEMELLO di Laura Luchetti. Presentato in anteprima al 43/o Toronto International Film Festival, dove ha ricevuto una menzione speciale Fipresci (Federazione internazionale dei critici cinematografici), il film è stato girato anche nel territorio del Sulcis Iglesiente ed è di recente uscito nelle sale cinematografiche.

Quinto appuntamento previsto invece per martedì 16 luglio quando, alla presenza della regista Manuela Tempesta e del produttore Alessandro Bonifazi, verrà proiettato il film RITRATTI DI FAMIGLIA, documentario sul ruolo della famiglia come nucleo sociale, girato anche nel territorio del Sulcis-Iglesiente, che in Sardegna è stato capace di declinarsi anche secondo un modello matriarcale. Grazie all’uso del materiale di repertorio selezionato e recuperato dalla Cineteca Sarda, il film-documentario accompagna gli spettatori attraverso un “viaggio nella storia della famiglia sarda di ieri per arrivare a quella di oggi”. Il film è stato girato con protocollo Green eco-sostenibile.

Martedì 23 luglio sarà la volta di VISIONI SARDE ovvero della proiezione dei nove cortometraggi finalisti della sezione sarda della 25ª edizione di Visioni Italiane, il festival nazionale per corti, mediometraggi e documentari organizzato dalla Cineteca di Bologna. Alla serata parteciperanno, grazie al sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission, alcuni delle autrici e degli autori dei cortometraggi in programma.

Evento speciale di chiusura martedì 30 luglio alle ore 21.30 presso la Sala Supercinema, in via Sebastiano Satta 53, a Carbonia, unica serata a non svolgersi presso la Fabbrica del Cinema e unica serata a pagamento, con la proiezione del film OVUNQUE PROTEGGIMI, di Bonifacio Angius. Alla proiezione saranno presenti il regista Bonifacio Angius e l’attore protagonista Alessandro Gazale. Presentato in anteprima alla 36ª edizione del “Torino Film Festival”, il film ha ricevuto la candidatura ai Nastri d’Argento 2019 per il miglior soggetto. Alessandro Gazale vince il premio Vittorio Gassman come miglior attore protagonista della sezione ItaliaFilmFest del Bif&st, il Bari International Film Festival. L’attrice protagonista Francesca Niedda è candidata all’edizione 2019 dei Globi d’Oro, il premio attribuito dalla stampa estera in Italia, ed è la prima attrice sarda nella storia ad essere mai stata candidata.

«Nata sulla scia dell’idea che vuole l’allungamento della regolare stagione cinematografica nelle sale anche in periodo estivo, la rassegna “Estate in Sala” intende proporre al pubblico un piccolo saggio di ciò che il Cinema Sardo o di ambito e produzione sardi, è stato capace di produrre durante l’ultima stagione. Ormai non si contano i premi e le nomination che questo Cinema, ancorato al territorio, riesce ad ottenere anche grazie a una Legge Cinema regionale che ha funzionato e a una Film Commission che ha fatto un importante lavoro di promozione e produzione della nostra filiera, della nostra terra, delle nostre location. Per favorire l’incontro tra autori e pubblico, ogni proiezione della rassegna sarà accompagnata da registi, attori e produttori delle opere in programma.»

 

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Giovedì 30 maggio, alle ore 21.00, presso la Sala Fabio Masala dello Spazio Ex-Di’ Memorie in Movimento – La Fabbrica del Cinema, sito nella Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, il CSC Carbonia della Società Umanitaria ospiterà una data del tour promozionale del film “Diari di Tonnara”, del regista Giovanni Zoppeddu, promosso dall’Istituto Luce Cinecittà, anche produttore dell’opera, con il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission.

La proiezione sarà introdotta dal regista del film Giovanni Zoppeddu e dallo scrittore Ninni Ravazza, protagonista e voce narrante, autore del libro, dal titolo omonimo “Diario di Tonnara”, da cui Giovanni Zoppeddu ha preso ispirazione per la scrittura dell’opera.

L’ingresso alla proiezione avrà un costo di quattro euro.

“Diario di Tonnara” racconta la comunità dei pescatori di tonno, divisa tra pragmatismo del lavoro e tensione al sacro, che trovano espressione in questo film, tratto dall’omonimo libro di Ninni Ravazza. Un inno alla fatica del vivere, ma anche alla naturale propensione di una comunità alla tradizione e al rito. Rais, tonnare e tonnarotti rappresentano il centro da cui si dipanano i racconti di un tempo passato che grazie al potere del cinema riemerge magicamente dall’oblio.

Un documentario che si fa interprete di storie di mare, che sono della Sicilia e del mondo. E che attraverso le immagini di repertorio di maestri come De Seta, Quilici, Alliata, trattate con il rispetto della passione, racconta un pezzo profondo di storia del nostro cinema.

Un tempo e un cinema che a volte possiamo sentire perduti, e che invece questo film ci restituisce presenti, contemporanei, accanto a noi.

Giovanni Zoppeddu si forma a Roma all’Accademia di Cinema e Televisione Griffith come Direttore della fotografia e successivamente come montatore. Alla sua prima esperienza di regia approda dopo aver lavorato nel cinema e nella tv e aver collaborato a diversi documentari. Nel 2010 partecipa alle riprese del documentario ‘L’ultimo volo’ di Folco Quilici.  Nel 2011 come operatore di ripresa partecipa al documentario ‘Il corpo del duce’ di Fabrizio Laurenti presentato al festival di Torino. Nel 2012 lavora con Roland Sejko alle riprese del documentario ‘Anija – La nave’, presentato al Festival di Torino e vincitore del David di Donatello per il miglior documentario. Nel 2016 lavora come operatore di ripresa per i documentari ‘Lascia stare i Santi’ di Gianfranco Pannone e ‘Il pugile del Duce’ di Tony Saccucci. Diario di tonnara, presentato in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2018, è il suo primo film.