23 September, 2026
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Ogni tanto una buona notizia. Sui Corsi di Laurea in Infermieristica si registra in questi giorni un dato a suo modo epocale: le giovani generazioni di studenti sardi tornano a credere ed investire nel mondo della Sanità, con l’ambizione di riversare il sapere scientifico di una professione intellettuale in un servizio di una azienda sanitaria pubblica o nella sanità privata o in cooperativa o in uno studio associato o nella libera professione dopo avere conseguito laurea in infermieristica, una delle ventidue professioni sanitarie per le quali il prossimo 16 settembre si terrà il test di ingresso in tutta Italia.

Questi i dati nazionali:

rispetto al 2025/2026, (quando per la prima volta ci sono stati meno candidati che posti a disposizione), le domande per il corso di laurea in infermieristica fanno un deciso balzo in avanti crescendo del 14% e sfiorando i 21.500 candidati per 20.672 posti,  quando per l’anno accademico 2025/26 erano stati 18.836 per 20.409 posti.

Questi i primi dati regionali Sardegna

Infermieristica Università Cagliari: 419  domande per 122 posti.

Sede staccata Nuoro: 104 domande per 40 posti.

Infermieristica Università di Sassari : 281 domande per 150 posti, di cui 50 sede staccata Olbia.

Una risposta incoraggiante dopo il tanto lavoro nel Sulcis Iglesiente ed in Sardegna  per valorizzare la professione, la sua dignità, il suo decoro e la sua immagine anche a fronte di una moltitudine di detrattori soprattutto nascosti dietro una tastiera.

Il grave delta negativo della carenza di 70mila infermieri in Italia mette in crisi il sistema sanitario a partire dai nostri presidi ospedalieri sino ai nuovi servizi territoriali ma oggi arriva una prospettiva di capovolgere il trend.

Certo non risolviamo l’affannosa questione infermieristica con questi nuovi numeri ma consentono ai decisori politici di fare una qualche riflessione sulle strategie prossime future.

Ci è sempre stato narrato che non si fanno le nozze con i fichi secchi, ma questo ritorno di fiamma per la laurea infermieristica dopo il preoccupante declino post pandemico è forse più di una boccata d’ossigeno.

Per infermieristica le richieste superano di nuovo i posti a bando. Da qui si ri-parte.

Ad influire sull’aumento delle domande a bando sono state anche le iniziative di indirizzo dei singoli Opi provinciali, l’offerta  formativa implementata dalle nuove lauree magistrali infermieristiche (su cure primarie, emergenza e pediatria), la maggiore “cura” sindacale con il rinnovo in sequenza di due  contratti del comparto sanità che hanno previsto miglioramenti economici e normativi: anche qui non siamo al punto di arrivo ma di ri-partenza.

Sui numeri della regione Sardegna emerge un dato inconfutabile: le sedi staccate di Nuoro e Olbia assorbono 90 posti sui 362 posti complessivi a bando. Non proprio una inezia. E’ del tutto evidente che se avessimo potuto avere nel nostro bellissimo territorio una sede staccata di infermieristica anche presso il consorzio Ausi dí Iglesias, non meno di altri 40 studenti avrebbero potuto intraprendere un percorso di studio che in Asl Sulcis avrebbe garantito anche l’esercizio della formazione pratica di tirocinio oltre che contare su professionisti per la didattica e il tutoraggio.

Dobbiamo provare ad ottenere quello che è un diritto e non una concessione: dare la possibilità a decine di famiglie e studenti di ambire ad intraprendere formazione universitaria e una professione direttamente sui luoghi di vita e di lavoro.

Richiamo ancora una volta l’attenzione in primis dei nostri consiglieri regionali eletti nel collegio Sulcis Iglesiente onorevoli Alessandro Pilurzu, Luca Pizzuto, Gigi Rubiu, dei 23 sindaci, del Presidente della Conferenza Socio Sanitaria Paolo Dessì, del Presidente della Provincia Mauro Usai, del Direttore della Asl Sulcis Paolo Cannas, del Rettore Università di Cagliari ed in ultimo ma non per ultima dell’assessora della Cultura della Regione Sardegna Ilaria Portas che è il momento di continuare una battaglia di dignità: quella del diritto allo studio, quella del CdL in infermieristica nel Sulcis Iglesiente.

E’ necessario ri-trovarsi e fare sintesi dello stato dell’arte anche in prospettiva se non dall’anno accademico 2027/2028, quantomeno dal 2028/2029.

I segnali e i numeri sono incoraggianti, così come saranno coraggiosi gli uomini e le donne delle istituzioni competenti per contribuire ognuno per la propria parte al raggiungimento di una realtà e di una impresa.

Graziano Lebiu

Presidente Opi Carbonia Iglesias

Gentile Direttore, il dibattito di questi giorni e settimane su temi centrali per la salute e la sanità pubblica nel Sulcis Iglesiente offre ai suoi lettori punti di vista differenti e a loro modo autorevoli ed interessanti.

Il Direttore Socio Sanitario Asl Sulcis propone una lettura della realtà che quale funzionario conosce bene.

Vorrei rinforzare che per quanto attiene all’Infermieristica nel Sulcis Iglesiente il problema oggi è “l’attuale trend di partecipazione ai test di ammissione ai corsi di laurea in Infermieristica attivi anche in UniCagliari e UniSassari e il cui numero complessivo di domande non ha coperto il numero di posti messi a bando nell’anno accademico 2025/2026, con le regioni del Meridione in cui il rapporto domande/posti si attesta sul valore medio di 1,6.

Nonostante il progressivo aumento, negli anni, della disponibilità di posti, i dati peggiori rispetto ai test – con cali anche superiori al 20% – coincidono poi con le aree metropolitane compresa quella Cagliaritana che interessa il Sulcis Iglesiente, dove il costo della vita e il caro-affitti non rendono più i grandi atenei meta ideale per i fuori sede.

Un trend negativo che, numeri alla mano, si è affermato nel tempo e colpisce in maniera omogenea tutte le professioni di cura, a testimoniare la necessità di affrontare il problema della carenza e della scarsa attrattività del settore in maniera sistemica e corale e nel rispetto del tessuto economico sociale della Provincia del Sulcis Iglesiente ex Carbonia Iglesias.

Per OPI Carbonia Iglesias, tra le cause strutturali di questo calo di appeal sono certamente da considerare la mancanza di prospettive concrete di carriera, le retribuzioni inadeguate a fronte di responsabilità crescenti, i carichi di lavoro eccessivi, le difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare, lo scarso riconoscimento sociale, le limitazioni ancora forti dell’esercizio libero professionale tipico di gran parte delle professioni mediche e sanitarie.

Ma per permettere a studenti e famiglie della provincia di Carbonia Iglesias di individuare nel corso di studi in Infermieristica un’opportunità su cui riflettere e scegliere con ponderazione abbiamo una grandissima opportunità: “istituire una sede decentrata per il corso di laurea infermieristica per un totale di 50 studenti all’anno in strutture formative del Sulcis Iglesiente, come già concesso al Consorzio Universitario Olbiese, come concederanno al Consorzio Uno di Oristano.

Rivendichiamo medesima chance per il Consorzio AUSI Iglesias e sedi decentrate, altrimenti non riusciremo a colmare il turnover con gli infermieri che man mano vanno in pensione ogni anno e nemmeno ad aiutare indirettamente le famiglie dei potenziali studenti infermieri a sostenerne il percorso didattico direttamente formati e abilitati nei luoghi di vita e di studio, quindi con una percentuale di migrazione post Laurea verso altre ASL inferiore rispetto al contesto attuale.

In piena carenza di professionisti sanitari infermieri ed in un frangente in cui non pochi studenti sono costretti a interrompere o a non intraprendere un corso di studi universitario per mancanza di risorse economiche in seno al proprio nucleo familiare anche per la drammatica condizione lavorativa e sociale del Sulcis Iglesiente, è una opportunità che il territorio deve cogliere e che le istituzioni potrebbero sostenere e che l’Ordine Professioni Infermieristiche intende ancora una volta rilanciare.

Come Ordine Professioni Infermieristiche Provinciale, ribadiamo inoltre la necessità di dichiarare questa situazione una emergenza e prevedere, al pari di altri casi emergenziali, provvedimenti immediati, ivi compresa una cabina di regia permanente, interassessoriale regionale e provinciale, presso la Direzione Generale Regionale della Sanità, per affrontare i problemi evidenziati prima che sia troppo tardi.

Concludo con un ultimo contributo rispetto all’Assistente Infermiere, di cui nessuno può aver paura stante anche la recente sentenza n. 14262/2026, pubblicata il 14 agosto dalla Terza Sezione Quater del TAR Lazio, che ha dichiarato inammissibile il ricorso promosso contro il DPCM del 28 febbraio 2025 che ha recepito l’Accordo Stato-Regioni istitutivo dell’Assistente infermiere.

Esiste un impianto normativo e contrattuale che prevede percorsi formativi di supporto all’infermiere e all’organizzazione nel SSN nel suo complesso.

Con DPCM del 28 febbraio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 21 giugno 2025, infatti, è vigente essendo stato recepito l’Accordo tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano che istituisce il profilo professionale dell’ASSISTENTE INFERMIERE.

I corsi per assistente infermiere vengono organizzati esclusivamente presso Aziende Sanitarie locali Regionali e quindi anche sarde.

Chi è l’assistente infermiere?

L’assistente infermiere è l’operatore di interesse sanitario di cui all’art. 1, comma 2, della legge 1° febbraio 2006, n. 43, è un componente dell’équipe assistenziale, svolge la sua attività collaborando e attenendosi alle indicazioni e programmi dell’infermiere, nell’ottica dell’integrazione multiprofessionale secondo l’organizzazione del contesto in cui è inserito. Svolge le attività dirette alla persona, direttamente attribuite dall’infermiere o secondo la pianificazione assistenziale, riferendone allo stesso in quanto responsabile dell’assistenza infermieristica generale.

Abbiamo inoltre formato e strutturato nel SSN l’Operatore Socio Sanitario, figura professionale che trova origine nella sintesi dei distinti profili professionali degli operatori dell’area sociale e di quella sanitaria e risponde in modo più adeguato all’evoluzione dei servizi alla persona, intesa nella globalità dei suoi bisogni.

Oggetto di una profonda revisione in termini di ruolo, di competenze e di contesto operativo, il profilo dell’Operatore Socio Sanitario è stato definito dalla Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 22/02/2001 e recepito anche dalla Regione Sardegna, ultima delibera 17 giugno 2025.

Ringrazio per l’attenzione e spero di avere contribuito ad integrare valutazioni di contesti, sempre nel rispetto delle ragioni e dei ruoli di ognuno e nell’interesse primario della completezza d’informazione.

Graziano Lebiu

Presidente OPI Carbonia Iglesias

Al Direttore de “La Provincia del Sulcis Iglesiente”.
Le informazioni che ha fornito ai lettori, nel suo giornale, il Presidente dell’Ordine degli Infermieri dr Graziano Lebiu, sono opportune e corrette. Condivido tutte le sue affermazioni.
Signor Direttore, con la sua nota Ella mi offre l’opportunità di estendere il ragionamento sulla carenza di personale sanitario laureato, che si concretizzerà in un futuro molto verosimile, come prevedono i demografi.
Anche per i laureati in Scienze Infermieristiche si prospetta un deficit numerico futuro condizionato dalla scarsa natalità.
Gli attuali studenti, appena usciti dai licei, candidati ad iscriversi al corso di laurea in Scienze Infermieristiche, sono nati nel 2008. In Italia quell’anno nacquero 577mila bambini.
L’anno scorso (2025) sono nati in Italia 355mila bambini, pari al 40% in meno dei nati nel 2008. Si può prevedere che i ragazzi nati nel 2025, che si iscriveranno ai corsi di laurea nel 2043, saranno il 40% in meno di oggi. I laureati in Scienze Infermieristiche, di conseguenza, saranno il 40% in meno. Un calcolo simile è stato fatto per i medici.
Da varie parti sono state già formulate proposte per affrontare il problema demografico in Sanità.
Vi sono osservatori che propongono di arruolare tra gli iscritti in Scienze Infermieristiche i figli di madri extracomunitarie. In realtà i numeri sulla natalità in Italia comprendono già la somma dei bambini nati da madri italiane con quelli nati da madri extracomunitarie. L’indice di natalità, di quest’ultime, è diventato simile all’indice di natalità delle donne italiane. Pertanto, il problema demografico non cambia oggi e non cambierà in futuro.
In un futuro, ben diverso da quello utopico della Sanità perfetta sognata oggi, nascerà un problema a causa della scarsa numerosità del personale assistenziale. Urgono proposte. Ne formulo una. Potrebbe essere utile istituire una scuola, destinata a generare personale di supporto, con mansioni assistenziali semplificate, da mettere sotto il controllo degli infermieri laureati, deficit numerico. Lo scopo è quello di ampliare la numerosità del personale di assistenza. Ogni Ospedale provinciale potrebbe avere al suo interno una di queste scuole “non universitarie”.

Saluti

Mario Marroccu

Al Direttore de LA PROVINCIA DEL SULCIS IGLESIENTE

Gentilissimo Direttore, con intento proattivo e per ristabilire una corretta informazione, Le chiedo ospitalità per controbilanciare alcune argomentazioni pubblicate sul suo giornale a firma dr. Mario Marroccu.

Per quanto ci riguarda, infatti, nel passaggio su “infermieri” e “caposala” sono poste all’attenzione dei lettori una serie di considerazioni superate, e non da oggi, dai tempi e dai fatti.

Che gli infermieri siano distinti in base alla formazione in laureati e diplomati è un falso storico.

Con il DM 739/1994 Profilo Professionale dell’Infermiere è sancita l’equipollenza del titolo regionale con il diploma universitario abilitante e abrogata la denominazione “professionale”.

Con il D.M. 509 del 3 novembre 1999 anche il diploma universitario viene riqualificato in laurea triennale.

Con la legge n. 251 del 2000 del 10 agosto si definiscono i titoli equipollenti al diploma di laurea come validi per l’accesso ai master infermieristici e ai corsi universitari formativi per accedere a funzioni di dirigenza infermieristica.

Senza distinzione alcuna, la formazione per diventare infermiere in Italia è quindi triennale universitaria e il titolo che ne consegue è Dottore in Infermieristica.

Gli studi possono proseguire con una Laurea Magistrale (due anni), Master di I livello o Master di II livello, o un Dottorato di Ricerca.

Obsoleta e decontestualizzata appare anche la suggerita risoluzione della carenza di professionisti sanitari infermieri, testuale «in realtà l’ospedale può risolvere il problema della carenza di personale assumendo le funzioni di scuola infermieristica e generare infermieri diplomati e anche OSS».

I desiderata sono finanche legittimi, ma un ritorno al passato con le scuole infermieristiche di stampo regionale non potrà fortunatamente realizzarsi.

Stucchevole, inoltre, sempre testuale che «i nuovi infermieri diplomati e laureati, acquisiscono le capacità della professione pratica imitando gli infermieri professionalmente più anziani posti ad uno scalino gerarchico più elevato. E’ necessario che anche tra di essi esista una rigorosa gerarchia in cui il capo è tenuto alla verifica costante della qualità delle prestazioni assistenziali e abbia autorità disciplinare e premiante».

Prendiamo in ultimo le distanze dall’assunto, ancora testuale che «l’infermiere Capo sala di un reparto di degenza è il capo di tutti gli infermieri della stessa Unità operativa. Deve avere competenza organizzativa e autorità professionale e disciplinare su tutto il personale infermieristico. La sua autorità gli deriva direttamente dal primario».

Le professioni infermieristiche e di coordinamento non sono ferme al “DPR 27 marzo 1969, n. 128 Ordinamento interno dei servizi ospedalieri”.

Nel 2025 sono termini desueti CAPOSALA e PRIMARIO, sostituiti infatti dai più moderni e attuali COORDINATORE INFERMIERISTICO e DIRETTORE DI STRUTTURA COMPLESSA.

Il Coordinatore Infermieristico non ha una autorità professionale e disciplinare sul personale e che gli deriva direttamente da terzi.

Il coordinatore infermieristico gestisce e organizza il personale e le attività all’interno di un’unità operativa, assicurando l’efficienza del servizio: è l’architetto del sistema assistenziale e deve saper bilanciare efficienza, umanità e competenza.

Tanto ritenevo di condividere con Lei e con i suoi lettori.

FIRMATO IL PRESIDENTE DELL’ORDINE Graziano Lebiu

Esce oggi nelle sale il film della regista Petra Volpe “L’ultimo turno”, dedicato alla professione infermieristica, che prende le mosse dal saggio-romanzo intitolato “Il problema non è la nostra professione, sono le circostanze”, opera dalla giovane infermiera tedesca Madeline Calvelage. Pur essendo contestualizzato in un paese differente dal nostro, il film rappresenta uno spaccato della professione infermieristica, veritiero e senza alcuna retorica. La narrazione si snoda intorno alle attività tipiche di un turno lavorativo notturno, fatto di attività previste e di altre non prevedibili, descrivendo benissimo le dinamiche, interne ed esterne, senza tralasciare di dare rilevanza al valore dei gesti assistenziali espressi dalla protagonista, al netto delle difficoltà contingenti e dei limiti vari dei contesti. Il lungometraggio autoriale interamente dedicato alla professione infermieristica, dal primo all’ultimo fotogramma, si presenta quindi come una storia universale sulla condizione umana prima che lavorativa di una figura cardine per una società occidentale sempre più anziana, patologica, fragile, assediata da malesseri fisici e morali, narra di circostanze favorevoli, che non leniscono le sofferenze di una professione, celebra la professione infermieristica senza alcuna retorica. E’ anche da dire che ci sono professioni come la nostra che vivono nel rumore di fondo del mondo, che tengono in piedi le giornate degli altri, che hanno cura sia delle loro fragilità che delle loro emergenze. Spesso, però, restiamo fuori dal racconto collettivo popolare o, se ci entriamo, lo facciamo con maschere inadeguate.

Nel tempo ci sono stati molti tentativi di raccontare l’infermieristica, ma il linguaggio artistico è spesso malamente convinto che ci sia bisogno di elementi narrativi straordinari (l’eroe, il reietto, la vittima, il carnefice, il salvatore) o da immaginario collettivo (il missionario, la facilona). La professione infermieristica è invece straordinaria nella sua quotidianità e qui su “L’ultimo turno” è stato, finalmente?, ben compreso. Le storie da raccontare su infermieri ed infermiere sono infinite, ma nessuno aveva ancora avuto il coraggio di trasferire questa ordinarietà, che in quanto tale diventa avvincente storia, su pellicola, perché una delle cifre della nostra professione è che ha un valore così elevato e costante che, paradossalmente, rischia di diventare invisibile pur fondamentale: lo si nota solo quando manca. “L’ultimo turno” ha il merito di interrompere questo silenzio. Lo fa scegliendo di non ricercare l’episodio straordinario, la tragedia o l’eroismo, ma mettendo al centro l’ordinarietà fatta di corse continue, di gesti ripetuti, di dialoghi minimi, di decisioni che sembrano piccole ma non lo sono mai. È in questa ripetizione, in questo ciclo quotidiano, che si trova l’eccezionalità di una professione: essere il perno silenzioso senza il quale nessun sistema sanitario reggerebbe.

Il film mostra – senza proclami – che il valore degli infermieri non si misura soltanto in competenze tecniche, ma nella loro capacità di essere ancora radicati nella solidarietà, nella comunità, nella relazione umana, quando tutto il mondo intorno sembra perderla. Baluardi ostinati e contrari di valori che sembrano non interessare più a nessuno. In un’epoca in cui la sanità rischia di diventare sempre più prestazione e sempre meno relazione, questa è una presa di posizione politica, prima ancora che artistica. Il film fa emergere con forza che l’infermieristica, anche nel Sulcis Iglesiente per il nostro ambito di competenza, è visibile solo a chi ne ha bisogno: più sei lontano da un luogo di cura, meno ti rendi conto della sua importanza mentre più ne hai bisogno, più capisci che lì c’è qualcosa di essenziale che non puoi dare per scontato. Non dovrebbe servire una malattia, un incidente o una degenza per riconoscere il valore di chi vi sta accanto in quei momenti. E in questa narrazione, universale per chiunque lavori nella cura, si riconoscono le stesse dinamiche da un continente all’altro. Cambiano le lingue, i sistemi, gli stipendi, le competenze, le funzioni, ma la grammatica della cura e dell’infermieristica è la stessa: è fatta di ascolto, di contatto, di decisioni rapide, di interventi risolutivi, di gestione e organizzazione, di frustrazioni e soddisfazioni che si intrecciano.

Il cuore del film sta nel mostrare che dietro ogni gesto professionale c’è una persona che sceglie ogni giorno di esserci. Nonostante la fatica, nonostante i turni, nonostante la scarsa considerazione sociale che chi lavora nella cura conosce fin troppo bene. Guardando “L’ultimo turno” non si esce con un senso di pietà. Si esce con la consapevolezza che la cura e noi infermieri ed infermiere siamo un bene comune e che, quando ci logoriamo, si logora un pezzo di civiltà. La protagonista – con i suoi errori, le sue scelte, la sua stanchezza – non è un simbolo, è un essere umano. Ed è proprio questa umanità a renderla indimenticabile. Dopo i titoli di coda noi, infermieri ed infermiere e rappresentanza professionale anche in provincia di Carbonia Iglesias, siamo ancora disposti a scegliere, investire, sviluppare, proteggere e raccontare la cura, l’assistenza e la professione prima che tutto diventi un lusso raro, sia economicamente sia umanamente. Non solo è la leva economica a rendere un impiego più gradevole e attrattivo, a evitare episodi di burnout, ma tutto un insieme, appunto, di circostanze. Terminale di tutto e di tutti, l’infermiera Floria, interpretata dall’attrice tedesca Leonie Benesch, preparatissima e credibilissima: l’empatia del pubblico è sicuramente tutta dalla parte della protagonista, malgrado la sua corsa continua contro il tempo le faccia commettere anche dei gravi errori. Ma non si empatizza con gli infermieri per pietà, per compassione, per atteggiamento caritatevole. Le frasi e i dati che la regista porta in evidenza dopo l’ultima struggente inquadratura non lasciano spazio a dubbi: il problema degli infermieri è il problema di una intera collettività. Una piccola storia che contiene un enorme interrogativo posto a ciascuno di noi: è giusto che le professioni di cura siano così poco raccontate e valorizzate, in un mondo che avrà sempre più bisogno di loro?

Graziano Lebiu

Presidente OPI Carbonia Iglesias

 

Il 12 maggio, Giornata Internazionale dell’Infermieristica, è stato declinato in chiave provinciale invitando nel nostro Sulcis Iglesiente presso la sede l’assessora della Cultura Ilaria Portas, la sindaca di Villamassargia Debora Porrà, i consiglieri regionali Luca Pizzuto, Gianluigi Rubiu, Alessandro Pilurzu, per approfondire con gli infermieri e le infermiere alcuni contesti che in prospettiva andranno affrontati nel corso della XVII legislatura.

E a proposito di cultura, tema del confronto, il presidente dell’Ordine Graziano Lebiu ha posto l’accento sull’«impegno quotidianamente profuso dalla professione per sviluppare un sistema salute a misura di cittadino, ma soprattutto di “collegare la funzione di cura e assistenza che discende da tale impegno alla dimensione intellettuale e culturale del ruolo” e dell’essere infermiere e infermieri, infermiere pediatriche “sostenuti da un insieme di valori e di saperi scientifici».

Notevoli benefici economici e sociali nel nostro territorio «possono derivare anche per il tramite dell’iniziativa culturale di livello internazionale che rappresenta il Museo Filatelico Infermieristico, unico nel suo genere, a Villamassargia».

«Il Museo meriterebbe più attenzione e collaborazione da parte delle istituzioni regionali, soprattutto per la prospettiva e l’opportunità di entrare nel circuito museale regionale, valore aggiunto per l’intera comunità civica, residenziale e turistica nel Sulcis Iglesiente per tutte le bellezze di cui già dispone.»

La sindaca di Villamassargia Debora Porrà ha richiamato l’attenzione di tutti sulle «potenzialità del Consorzio AUSI di Iglesias Monteponi che può fungere da polo didattico per la formazione post base di I e II ad esempio il Master di Infermieristica di Famiglia e Comunità che nel territorio è una figura fondamentale di cui ASL Sulcis è privo», proseguendo con la proposta «di approfondire tutte le opportunità culturali in un tavolo tecnico ad hoc ed in un territorio che è già di suo un museo a cielo aperto».

L’on. Luca Pizzuto ha auspicato «una collettiva riconversione delle mentalità dell’azione amministrativa anche locale» e ha concordato con la sindaca Debora Porrà che «occorre riprendere la battaglia per la Facoltà di Scienze Infermieristiche nel Sulcis Iglesiente per dare opportunità di un percorso di studio universitario anche a chi non può permetterselo per motivi di grande sofferenza occupazionale».

L’on. Gianluigi Rubiu ha riportato al tavolo di confronto il tema della «qualità della vita delle infermiere e degli infermieri, troppo spesso professione sottoposta ad indebite pressioni sia organizzative interne che sociali esterne per il mal funzionamento della sanità nel suo complesso, per l’arrancare della medicina di prossimità, e per il persistere di un qualche dualismo tra Iglesias e Carbonia conseguente anche all’imposta unificazione di realtà sanitarie diverse e complesse per storia e conformazione geografica».

Per l’on. Alessandro Pilurzu, intervenuto da remoto, «la cultura non solo arricchisce le nostre vite, ma può anche catalizzare la crescita economica, creando opportunità per il nostro territorio e attrarre investimenti che favoriscano la sostenibilità della nostra comunità. La cultura è il motore anche del progresso sociale. Investire in essa è investire nel futuro della Sardegna e del Sulcis Iglesiente».

Ha chiuso i lavori Ilaria Portas, assessora regionale della Cultura e della Pubblica Istruzione. «La parola d’ordine territorio significa che nessuno dei 377 comuni della Sardegna e i 23 del Sulcis Iglesiente in materia di Cultura deve essere considerata periferia e nessuna comunità civica deve restare indietro e sentirsi politicamente isolata. La formazione assume un punto fermo in una stagione nuova e con importanti inversioni di tendenza, ad iniziare dal mondo accademico che guarda con interesse ad un’Università diffusa nel Sulcis Iglesiente e una logica e conseguente reale prospettiva di riscatto sociale ed economico. Più sedi periferiche, più opportunità di studio per molti e per chi non ha disponibilità. Il Museo Filatelico ha tutte le carte in regola per perfezionare le pratiche di inserimento nel circuito museale sardo e l’Assessorato sin d’ora è disponibile a collaborare per valutare i requisiti minimi e i parametri ministeriali per diventare una realtà culturale di tutto rispetto. Turismo e cultura, politica ed infermieristica possono viaggiare in direzioni convergenti.»

La giornata si è conclusa con la visita delle autorità al Museo Filatelico Infermieristico.

 

L’Ordine Professioni Infermieristiche Carbonia Iglesias manifesta piena e convinta solidarietà agli operai che occupano la ciminiera di Portovesme e che lottano per i diritti di tutti, e due suoi rappresentanti si sono recati questo pomeriggio sul luogo della protesta e hanno consegnato ai 4 lavoratori che occupano la ciminiera dell’impianto Kss da tre giorni a 100 metri di altezza, 1 sfigmomanometro, 1 fonendoscopio, 1 termometro a infrarossi, 1 frequenzimetro e 1 saturimetro, affinché arrivi il messaggio che è necessario lottare ma anche salvaguardare la propria salute e vigilare su quella dei compagni.

«Il tempo di relazione è tempo di cura e nel nostro piccoloha detto il presidente dell’OPI Carbonia Iglesias Graziano Lebiuriteniamo che il gesto solidale ed assistenziale possa contribuire a fare sentire meno soli e più tutelato chi lotta per la propria dignità. Lavoro e Salute vanno di pari passo.»

L’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Carbonia Iglesias è più volte entrato nel merito della figura dell’infermiere di famiglia e di comunità, prevista dal DL 34/2020, che sta crescendo un po’ ovunque in Italia tranne che in regione Sardegna.

Per il raggiungimento degli obiettivi del Piano Socio Sanitario 2022/2024, vi sono risorse economiche da stanziare con la prossima ed imminente Legge Regionale Omnibus 2 per i Master “Infermiere di Famiglia e di Comunità”, formazione post laurea di I e/o II livello.

La Regione Sardegna ha previsto un infermiere di comunità ogni 2.000-2.500 abitanti, per il Sulcis Iglesiente ne occorrerebbero quindi almeno n. 50, e sul punto abbiamo il 23 novembre scorso chiesto alla Direzione Generale dell’Assessorato della Sanità, durante uno specifico incontro, di dedicarci e riservare attenzione a garanzia della formazione degli IFeC che ci sono necessari.

A sostegno dei Master “Infermiere di Famiglia e di Comunità” ci eravamo in tempi non sospetti già mossi nel 2019 con il consorzio AUSI di Iglesias e l’Università di Cagliari, arrivando quasi in dirittura d’arrivo prima dell’esplosione della pandemia.

Il Master per l’Infermiere di Famiglia e Comunità rappresenta lo sviluppo di competenze specialistiche, ha certezza di spendibilità operativa, è immediatamente attivabile e finanziabile, certifica abilità avanzate, è di impatto e utilità notevole per il territorio che insiste in ASL 7 Sulcis Iglesiente.

Confidiamo che tutti i portatori d’interesse nel Sulcis Iglesiente ad iniziare dai 23 Sindaci possano sostenere la tenuta del Master direttamente nel territorio e per il territorio piuttosto che in sedi lontane dagli ambiti che insistono nel confini della nostra Azienda Socio Sanitaria Locale.

Per il Consiglio Direttivo, il presidente Graziano Lebiu, infermiere

Gentile Direttore,

sulle Case di Comunità apprendiamo dal suo giornale del giudizio tranchant della Presidente di Rete Sarda Difesa della Sanità Pubblica:

«Lo smantellamento in corso degli ospedali pubblici, Case di Comunità e Ospedali di comunità, gestiti da infermieri, operatori socio-sanitari e amministrativi, quindi, “strutture non di cura”, non possono essere considerati strutture intermedie ma potrebbero essere il capolinea del sistema sanitario pubblico».

Dissentiamo dalla modalità comunicativa che tende pubblicamente più a delegittimare professioni sanitarie e l’infermieristica in particolare, (e non solo oggi, ndr), piuttosto che rafforzare e valorizzare il proprio ruolo e/o la funzione del team multidisciplinare.

Sono almeno tre le dichiarazioni che riteniamo quanto meno fuorvianti rese da Rete Sarda Difesa della Sanità Pubblica:

1)    che le Case di Comunità non siano strutture di cura

2)    che gli operatori socio sanitari gestiscano le Case di Comunità

3)    che le Case di Comunità siano il capolinea del sistema sanitario pubblico

La “Casa di Comunità” è il luogo dove diversi professionisti integrano le loro competenze per offrire a tutti i cittadini assistiti servizi efficienti e contrastare le disuguaglianze nella salute collettiva.

Nella Casa della Salute lavora un team multidisciplinare, formato da medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, infermieri, altri professionisti sanitari, personale sociale e di supporto e amministrativo che garantiscono la presa in carico globale della persona, la continuità assistenziale ospedale-territorio e l’integrazione tra assistenza sanitaria e sociale.

Al netto delle criticità, delle difficoltà oggettive e delle risorse umane e professionali sanitarie disponibili che nemmeno l’Ordine Professioni Infermieristiche Carbonia Iglesias sottovaluta, anche nel Sulcis Iglesiente le Case della Salute rappresentano la sede di accesso ed erogazione dei servizi sanitari, sociosanitari e socio-assistenziali rivolti alla popolazione dell’ambito territoriale di riferimento.

Come possono quindi essere considerate “strutture non di cura” le Case di Comunità quando assicurano un punto unico di accesso ai cittadini, garantiscono la continuità assistenziale, organizzano e coordinano le risposte da dare al cittadino, rafforzano l’integrazione con l’ospedale, soprattutto in relazione alle dimissioni, implementano la presa in carico di pazienti affetti da una o più patologie croniche, sviluppano programmi di prevenzione, promuovono e valorizzano la partecipazione dei cittadini?

Come può essere considerato “capolinea del servizio sanitario pubblico” la Casa della Salute e il team che vi opera e che lo rappresenta quando accoglie i cittadini, valuta i bisogni, orienta ai servizi, gestisce in coordinamento le patologie croniche, pianifica e gestisce l’assistenza domiciliare integrata, educazione alla salute, favorisce stili di vita sani, assicura continuità assistenziale, supporta i care givers, avvicina sempre di più ospedale e territorio e garantire una presa in carico sempre più completa ed efficace?

Noi infermiere ed infermieri, coordinatori infermieristici, dirigenti delle professioni sanitarie in ASL 7 Sulcis Iglesiente e per tutti i 130mila abitanti che prende in carico ci assumiamo la responsabilità della definizione di percorsi assistenziali specifici soprattutto nell’assistenza primaria, con un ruolo centrale di governo e case management per situazioni di criticità clinica o soggetti fragili, a svolgere un’importante attività nei programmi di prevenzione e di educazione sanitaria destinati alla popolazione, con particolare riferimento alla gestione delle patologie cronico-degenerative.

Tanto ritenevo di portare a conoscenza dei suoi lettori per correttezza e completezza d’informazione.

Graziano Lebiu

Presidente OPI Carbonia Iglesias

Ci risiamo. Dopo alcuni mesi di tregua, si ritorna a parlare del servizio di Dialisi notturna dell’ospedale Sirai di Carbonia, la cui sopravvivenza viene ancora una volta messa in discussione. Il servizio di emodialisi notturna intra-ospedaliera, una delle poche eccellenze rimaste nel disastrato servizio sanitario pubblico della Asl Sulcis, vittima negli ultimi anni di ripetuti, sistematici tagli e ridimensionamenti, è nuovamente a rischio, nonostante la sua importanza non possa essere messa in discussione, in quanto «riduce la mortalità, la morbilità ed il consumo di farmaci; aumenta la fiducia nell’èquipe sanitaria, l’autostima ed il flusso emozionale; migliora la qualità della vita dell’assistito».

A denunciare il pericolo di una soppressione del servizio, è Graziano Lebiu, presidente dell’OPI, Ordine delle Professioni Infermieristiche, di Carbonia Iglesias, con una nota che riportiamo integralmente.

«Con delibera 25/10 del 2 agosto 2022 è stata istituita e convocata dall’Assessore alla Sanità la Commissione Regionale per l’Assistenza Nefrologica, Dialitica e del Trapianto Renale, ma rileviamo che non è ivi prevista la partecipazione della componente infermieristica, e poiché le professionalità sanitarie che presso le Dialisi PO Sirai Carbonia e PO Santa Barbara Iglesias ruotano intorno all’assistito non sono solo quelle mediche ma in misura rilevante e determinante anche i cps infermieri, lo scrivente Ordine ha chiesto espressamente di farne parte.

Il verbale dei lavori della prima convocazione ai punti 2° e 6° richiama espressamente contesti che impattano negativamente sull’esercizio professionale infermieristico in ASL Sulcis e sulle prospettive degli assistiti a fruire di una offerta terapeutica differente dall’attuale.

2. Dalla discussione è emersa un’altra indicazione che ha trovato tutti d’accordo. La proposta del Dott. Pinna che riguarda l’orario di lavoro su sei ore in sei giorni lavorativi per il personale infermieristico in servizio in tutti i Centri Dialisi dell’Isola. Tale razionalizzazione dell’orario di servizio consentirebbe un miglior utilizzo delle risorse umane, già in atto con successo in alcuni Centri. Anche per tale soluzione occorrerebbe un’indicazione assessoriale a tutti i Direttori Generali delle nostre Aziende Sanitarie perché tale orario venga messo in atto in maniera omogenea.

6. Infine, le associazioni dei pazienti ASNET e ANED presenti alla riunione hanno indicato la necessità di ridiscutere le “dialisi notturne” che si effettuano presso il centro dialisi di Carbonia e che costituisce sì un’eccellenza regionale ma che si dimostra insostenibile in quanto assorbe risorse infermieristiche che poi mancano in ore diurne per la presa in carico degli altri pazienti residenti in quell’area. Sempre le associazioni dei pazienti hanno indicato: a) la necessità di lavorare sulla prevenzione della malattia renale cronica; b) stimolare un maggior accesso al trapianto incentivando l’iscrizione in lista attiva per il trapianto di rene; c) avere un piano organico per la cosiddetta “Dialisi Vacanza”.

Che si discutano e perfino si ipotizzino modifiche all’organizzazione del servizio ignorando i diretti interessati, senza il pieno coinvolgimento di tutti e non solo di alcuni, privi dell’acquisizione di pertinenti ed ulteriori punti di vista, è del tutto sconfortante.

Confidiamo nel procrastinare qualsiasi decisione che possa modificare l’eccellenza rappresentata dalla Dialisi Notturna del PO Sirai di Carbonia, al netto di criticità che possono essere diversamente governate.»